Non bisogna assumere latte e latticini quando si è raffreddati?

24 Aprile 2018 di Roberta Villa

Da dove nasce questa idea?

L’idea che latte e latticini possano aumentare la produzione di muco nelle vie respiratorie deriva dall’antica medicina cinese, secondo cui questi alimenti sbilancerebbero il contenuto di liquidi dell’organismo verso un eccesso di “tan”, che non è solo il catarro che si espelle con la tosse, ma un “flegma” che interessa anche altri organi e tessuti, principalmente l’intestino.

In Occidente questa convinzione si è diffusa sulla scia della popolarità di cui godono da alcuni decenni la medicina cinese e l’alimentazione macrobiotica, che si rifanno agli stessi principi dello Yin e dello Yang. Per questo in Europa, e ancora di più negli Stati Uniti, molte persone sono convinte che questi alimenti siano da evitare per prevenire infezioni delle vie respiratorie e attacchi di asma. Anche i cantanti hanno preso l’abitudine di non bere latte prima delle loro esibizioni per paura che questo possa compromettere la performance delle loro corde vocali.

Uno studio pubblicato sulla rivista Medical hypothesis, nota per ospitare teorie poco ortodosse, ha cercato di dare un fondamento scientifico a questa antica assunzione filosofica. Due autori neozelandesi hanno infatti individuato una molecola presente nell’intestino, la beta-casomorfina 7 (beta –CM7), che a loro parere giustificherebbe il fenomeno. La sostanza, infatti, un oppioide che si produce dalla degradazione della caseina contenuta nel latte, sembra in grado di aumentare la produzione di muco intestinale negli animali da laboratorio. L’ipotesi di questi autori è che in condizioni di infiammazione anche le ghiandole dell’apparato respiratorio possa rispondere allo stesso stimolo, sempre che la sostanza incriminata sia in grado di entrare nel circolo sanguigno e da lì passare dall’intestino ai bronchi.

Che cosa c’è di vero?

Il fatto che gran parte della popolazione asiatica, e cinese in particolare, sia intollerante al lattosio spiega perché il latte e i suoi derivati godano di poca fortuna nel grande Paese orientale. Tuttavia i sintomi dovuti alla carenza, o totale assenza, dell’enzima lattasi nell’intestino sono limitati a quest’organo: chi ne soffre, quando introduce latte o latticini, ha gonfiore, dolori crampiformi e diarrea, ma non manifesta nessun tipo di disturbo respiratorio.

È vero invece che le persone con una vera e propria allergia alle proteine del latte possono avere attacchi di asma successivi all’assunzione di alimenti che ne contengano anche in piccole quantità: si tratta però di casi particolari, che si manifestano raramente e in maniera acuta con broncospasmo, non attraverso la cronica produzione di muco.

Perché ci crediamo?

Nella tradizione occidentale il latte, soprattutto se caldo e addolcito dal miele, è considerato un rimedio contro le malattie da raffreddamento, non certo un fattore scatenante. Il latte è infatti uno dei tre elementi (insieme a “lana”, cioè calore, e “letto”, che sta per riposo) indicati dalla scuola medica salernitana come cardini della cura contro influenza e raffreddori. Oltre al senso di benessere provocato dalla bevanda calda, infatti, è vero che un maggiore apporto di liquidi (anche sotto forma di succhi di frutta o altre bevande) è benefica in caso di influenza e facilita la fluidificazione del muco.

In caso di forte mal di gola, poi, che rende difficile deglutire, il gelato, che contenga latte oppure o no, aiuta a nutrire in maniera adeguata il paziente dandogli sollievo nel frattempo.

Queste “ricette della nonna” sono state tuttavia soppiantate in una parte della popolazione dal forte influsso della cultura orientale, che affascina molte persone deluse dai limiti della medicina occidentale, troppo spesso focalizzata sul disturbo d’organo e poco attenta a considerare il paziente nella sua totalità.

Che cosa la smentisce?

Fin dagli anni Novanta del secolo scorso molti ricercatori hanno provato a verificare se in questa antica credenza orientale ci fosse un fondamento di verità. Qualcuno ha provato a esporre volontari ai virus del raffreddore, misurando la secrezione di muco prodotta in relazione alla quantità di latte bevuta ogni giorno. Ebbene, la quantità di catarro è rimasta invariata, ma la percezione di averne di più in relazione al latte era marcata nei partecipanti che all’inizio dello studio si erano dichiarati convinti dell’effetto negativo dell’alimento.

Un altro esperimento è stato condotto nel sud dell’Australia su 125 volontari, che hanno dichiarato di sentire la saliva più densa e di avere difficoltà a deglutire il latte, ma riferivano lo stesso che ricevessero latte vaccino o latte di soia, resi indistinguibili al sapore.

A questi ne sono seguiti molti altri. La parola definitiva su questo tema, almeno per il momento, è stata messa nel 2005 da un gruppo di ricercatori svizzeri: dopo aver esaminato e analizzato la letteratura scientifica esistente sull’argomento, hanno concluso che non esiste alcuna prova di un legame tra il consumo di prodotti caseari, la produzione di muco e l’insorgenza di asma.

Autore Roberta Villa

Giornalista pubblicista laureata in medicina, Roberta Villa ha collaborato per più di vent’anni con le pagine di Salute del Corriere della Sera e con molte altre testate cartacee e online, italiane e internazionali. Negli ultimi anni ha approfondito il tema delle vaccinazioni, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della comunicazione, anche in risposta a bufale e fake news. Sul tema della comunicazione della scienza è attualmente impegnata nel progetto europeo QUEST come research fellow dell’Università di Ca’Foscari a Venezia. Insieme ad Antonino Michienzi è autrice dell’e-book “Acqua sporca” (2014), un’inchiesta sul caso Stamina disponibile gratuitamente online. Ha scritto “Vaccini. Il diritto di non avere paura” (2017), distribuito in una prima edizione con il Corriere della Sera e in una seconda (2019) per il Pensiero scientifico editore. È molto attiva sui social network (Youtube, Instagram, Facebook) su cui sta sperimentando un approccio semplice e confidenziale alla divulgazione.
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