Le vaccinazioni possono favorire allergie o malattie autoimmuni?

14 Gennaio 2020 di Roberta Villa

Da dove nasce l’idea che le vaccinazioni possano favorire allergie o malattie autoimmuni?

Così come per altre condizioni di cui si è registrato un incremento dalla seconda metà del secolo scorso, anche per allergie e malattie autoimmuni si è ipotizzato che l’aumento dei casi di asma, dermatite atopica e altre malattie su base allergica o autoimmune (come malattia di Crohn o sclerosi multipla) potesse dipendere dal crescere del numero di vaccinazioni a cui sono stati sottoposti i bambini negli ultimi decenni [1].
Per legare tra loro i due fenomeni è stata chiamata in causa tempo fa la cosiddetta “ipotesi igienica”, una teoria secondo cui i bambini meno esposti ai germi da piccoli sarebbero più a rischio di queste malattie su base immunitaria [2]. Alcuni studi condotti nel secolo scorso hanno infatti suggerito che tra i ragazzi tenuti in ambienti molto puliti, di più elevato livello socioeconomico, alcune di queste malattie, come dermatite atopica o asma, fossero più frequenti che non tra i figli dei contadini, che vivevano nelle fattorie a contatto con la terra e gli animali. Osservazioni simili riguardavano i figli unici rispetto ai fratelli minori di famiglie numerose, soggetti a più infezioni, prese dai maggiori nei primi mesi e anni di vita.
Secondo questa teoria, il contatto con un elevato numero di microrganismi nella prima infanzia aiuterebbe il sistema immunitario a svilupparsi in maniera corretta, mentre in assenza di questo stimolo le cellule deputate a difendere l’organismo si evolverebbero in maniera potenzialmente patologica. Qualcuno ha quindi dedotto che anche i vaccini, proteggendo dalle malattie infettive, potessero contribuire al fenomeno.
L’ipotesi igienica è stata messa in discussione, ridimensionata e integrata con nuovi filoni di studio, ma anche qualora venisse confermata non può essere considerata un argomento contro le vaccinazioni. Dal punto di vista del sistema immunitario, infatti, le vaccinazioni rappresentano comunque, come si è detto sopra, uno stimolo che assomiglia a quello dato da un’infezione “naturale”, soltanto più lieve. Per quanto possano sembrare tante le vaccinazioni raccomandate ai nostri bambini, queste rappresentano una protezione rivolta soltanto nei confronti dei pochi germi più pericolosi, che sono solo una minima parte delle migliaia e migliaia di microrganismi con cui le loro difese sono cimentate e “si addestrano” ogni giorno.
È vero però che ogni vaccinazione, simulando il contatto con il batterio o il virus responsabile di una malattia, stimola il sistema immunitario a reagire, attivarsi e preparare una risposta per quando l’organismo dovesse reincontrare lo stesso germe. Indipendentemente dalla teoria igienica, e con altri possibili meccanismi, si poteva comunque quindi ipotizzare che la vaccinazione spingesse il sistema immunitario anche verso reazioni autoimmuni o allergiche, almeno in persone geneticamente predisposte.
Altri sospetti in questo senso sono stati sollevati in seguito all’apparente concentrarsi di casi successivi alle vaccinazioni. In Francia, per esempio, è scattato un allarme dopo che in un ospedale di Parigi, tra il 1991 e il 1997, sono stati diagnosticati 35 casi di sclerosi multipla nelle settimane successive alla vaccinazione contro l’epatite B. Esaminando i dati relativi ai milioni di persone vaccinate in tutto il mondo, tuttavia, non è emerso alcun aumento di rischio tra le persone vaccinate rispetto a quelle non vaccinate [3].

Che cosa c’è di vero?

Delle reazioni allergiche acute, anche di tipo anafilattico, in pazienti predisposti, che in casi rarissimi possono seguire a una vaccinazione, si parla nella scheda “Chi soffre di malattie autoimmuni o allergiche non dovrebbe vaccinarsi?”. Diverso è il caso di malattie croniche su base allergica, dall’asma alla dermatite atopica, per le quali la letteratura, come vedremo più avanti, non ha trovato alcuna prova che le vaccinazioni possano essere un fattore predisponente.
Per quanto riguarda il rischio che le vaccinazioni possano scatenare reazioni autoimmuni, esistono invece rarissimi casi in cui questo si è verificato.
Per capire come ciò possa essere stato possibile, è bene ricordare che molte malattie autoimmuni possono essere scatenate, in persone geneticamente predisposte, da una infezione batterica o virale. Può capitare infatti che i segnali di riconoscimento, detti antigeni, tipici di un germe, siano molto simili a molecole normalmente presenti sulla superficie di alcune cellule. La somiglianza può trarre in inganno le difese dell’organismo, che continuano ad attaccare il proprio tessuto anche dopo che l’agente infettivo è stato eliminato. In altri casi, anche se non direttamente coinvolte, le cellule sane restano vittime, come “testimoni innocenti”, della lotta tra difese dell’organismo e agente infettivo [4].
Poiché la vaccinazione simula un’infezione naturale, esistono alcuni rari casi specifici in cui la preoccupazione che un vaccino potesse scatenare una reazione autoimmune si è rivelata fondata. In seguito alla somministrazione di un particolare vaccino contro la pandemia influenzale del 2009 (la cosiddetta “suina”), in alcune zone del nord Europa si è per esempio registrato un aumento dei casi di narcolessia, una condizione neurologica probabilmente autoimmune, che può diventare invalidante perché comporta una sonnolenza eccessiva durante il giorno, accompagnata da improvvisi addormentamenti. Esistevano ed esistono migliaia di pazienti in cui questo disturbo si sviluppa indipendentemente dalla vaccinazione, anche su base familiare, ma dopo la somministrazione di quel vaccino (Pandemrix) – e solo di quello, va precisato – il numero delle diagnosi in alcuni Paesi è aumentato in maniera incontrovertibile.
Il vaccino non è più in commercio, e con nessun altro si è ripetuto il fenomeno, ma questo episodio continua a essere studiato dai ricercatori, alla caccia di possibili sostanze o meccanismi con cui l’effetto indesiderato potrebbe ripresentarsi in futuro [5].
Negli anni Settanta un altro vaccino prodotto contro un virus influenzale che sembrava minacciare una pandemia venne somministrato in massa ai militari statunitensi. A questo intervento seguì un preoccupante aumento dei casi di sindrome di Guillain-Barré, una paralisi transitoria, anche in questo caso ricondotta a un meccanismo autoimmune [6]. Questa grave complicazione può essere scatenata da molte infezioni virali, non solo respiratorie, come l’influenza, ma soprattutto di tipo gastroenterico.
I dati raccolti nei 50 anni trascorsi da quell’episodio – in cui le procedure di produzione dei vaccini sono state rivoluzionate, offrendo prodotti sempre più purificati, controllati e sicuri – dicono che l’aumento del rischio di Guillain-Barré dopo antinfluenzale stagionale, se c’è (ma alcuni dati mettono in dubbio anche questo), è di uno-due (secondo alcuni studi fino a cinque) casi per milione di persone vaccinate, mentre quello seguente all’infezione influenzale “naturale” è di 17 volte maggiore [7-12]. Data l’alta probabilità di contrarre la malattia nel corso di ogni stagione invernale, anche considerando solo il rischio di questa rarissima complicazione, il vantaggio della vaccinazione antinfluenzale quindi prevale. Solo nei confronti di persone che hanno già sofferto di questa sindrome nelle settimane immediatamente successive a una precedente vaccinazione si preferisce usare cautela.
Un altro caso di possibile reazione autoimmune è quella che può seguire alla vaccinazione contro morbillo, parotite e rosolia. Nella reazione naturale dell’organismo contro il virus del morbillo e quello della rosolia, durante la malattia, possono infatti raramente restare coinvolte, con il meccanismo descritto prima, anche le piastrine circolanti nel sangue. In seguito all’infezione naturale, quindi, in un caso ogni 3.000 circa, il numero di piastrine scende (si parla di piastrinopenia) e si possono verificare complicazioni emorragiche di diversa entità (si parla di porpora trombocitopenica). I virus attenuati contenuti nel vaccino provocano questa reazione 10 volte meno spesso di quelli selvaggi, in un caso ogni 30.000 circa [13].

Perché ci crediamo?

I casi di allergia e di malattie autoimmuni negli ultimi decenni sono andati aumentando, così come è cresciuto il numero di vaccinazioni somministrate ai bambini. Attraverso l’anello comune dell’immunità è facile quindi associare istintivamente i due fenomeni.
La nostra mente è programmata per fare caso alle correlazioni tra fatti diversi, ed è anche attraverso osservazioni di questo tipo che si è costruita e si costruisce la conoscenza.
Il fatto che due fenomeni si verifichino nello stesso periodo, o uno dopo l’altro, non significa tuttavia che uno provochi l’altro. Possono coincidere casualmente, oppure essere entrambi legati a un terzo elemento comune, per esempio l’età. Quando emerge un’associazione temporale tra due eventi, per esempio la comparsa di una malattia dopo una vaccinazione, occorre effettuare studi che dimostrino non solo la plausibilità biologica di un rapporto di causa ed effetto (che, come detto, in questo caso specifico potrebbe anche esistere), ma soprattutto provino sui grandi numeri che un fenomeno (in questo caso le vaccinazioni) sia causa o concausa dell’altro (in questo caso malattie autoimmuni o allergie) e che i due non procedano semplicemente di pari passo, per puro caso. Questo si ottiene per esempio dimostrando che una determinata complicanza si presenta con la stessa frequenza nella popolazione non vaccinata rispetto a quella vaccinata.

Che cosa sappiamo oggi sulle vaccinazioni, le allergie e le malattie autoimmuni?

Proprio perché i timori di reazioni autoimmuni o di un aumentato rischio di allergie potevano avere una plausibilità biologica, sono stati condotti numerosi studi per verificare se in effetti le vaccinazioni, o qualcuna in particolare, potessero favorirle, magari in soggetti a rischio, per esempio per casi di malattia in famiglia.
La ricerca di decenni ci ha tranquillizzato su entrambi i fronti [14].
Per quanto riguarda le allergie, le prove raccolte nel corso di molte ricerche sulle allergie in generale, e sull’asma in particolare, hanno piuttosto dimostrato il contrario, cioè che i bambini vaccinati rischiano meno allergie nei loro primi anni di vita rispetto ai bambini non vaccinati [16-25].
Anche l’associazione della vaccinazione con altre malattie autoimmuni è stata esclusa da parecchi studi, per esempio con riferimento a malattie infiammatorie intestinali e diabete di tipo 1 [26,27]. Un lavoro condotto negli Stati Uniti sui dati di un milione e mezzo di bambini ha anzi ipotizzato una possibile correlazione tra la vaccinazione contro il rotavirus nei bambini e una minore incidenza diabete di tipo 1 [28].
Anche la descrizione di una vaga sindrome detta ASIA (ASIA-Autoimmune/inflammatory Syndrome Induced by Adjuvants), che a detta di alcuni potrebbe comparire in seguito alla somministrazione del vaccino contro il papillomavirus (HPV), non ha trovato finora riscontro da parte della comunità scientifica [29,30].
Per tutte queste condizioni, così come per ogni possibile complicazione, continua in tutto il mondo la sorveglianza. Davanti a qualunque segnale di preoccupazione si conducono accertamenti per poter continuare a garantire la sicurezza dei vaccini raccomandati alla popolazione.

Autore Roberta Villa

Giornalista pubblicista laureata in medicina, Roberta Villa ha collaborato per più di vent’anni con le pagine di Salute del Corriere della Sera e con molte altre testate cartacee e online, italiane e internazionali. Negli ultimi anni ha approfondito il tema delle vaccinazioni, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della comunicazione, anche in risposta a bufale e fake news. Sul tema della comunicazione della scienza è attualmente impegnata nel progetto europeo QUEST come research fellow dell’Università di Ca’Foscari a Venezia. Insieme ad Antonino Michienzi è autrice dell’e-book “Acqua sporca” (2014), un’inchiesta sul caso Stamina disponibile gratuitamente online. Ha scritto “Vaccini. Il diritto di non avere paura” (2017), distribuito in una prima edizione con il Corriere della Sera e in una seconda (2019) per il Pensiero scientifico editore. È molto attiva sui social network (Youtube, Instagram, Facebook) su cui sta sperimentando un approccio semplice e confidenziale alla divulgazione.
Tutti gli articoli di Roberta Villa

Bibliografia