Anche le lesioni dei legamenti del ginocchio hanno le loro leggende?

15 Gennaio 2020 di Rebecca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

Gli integratori proteggono i legamenti del ginocchio dalle lesioni?

No, le lesioni dei legamenti del ginocchio non possono essere evitate con degli integratori, nonostante in rete si trovino sempre più spesso delle segnalazioni pubblicitarie che promuovono “sostanze a effetto nutritivo o fisiologico” di vario genere, garantendone l’efficacia per potenziare la tenuta dei legamenti o la massa muscolare. Quasi sempre l’efficacia tanto reclamizzata non è supportata da prove tali da raccomandarne l’utilizzo.
“Altre informazioni che circolano ma che non sono basate su prove di efficacia affidabili riguardano l’opportunità di ricorrere alla sostituzione del legamento crociato lesionato con materiale sintetico”, spiega Massimiliano Magaletti, medico ortopedico specialista del Gruppo di Lavoro per l’Ortopedia Basata sulle Evidenze (GLOBE). “Il documento che abbiamo elaborato per il Sistema nazionale linee guida dell’Istituto superiore di sanità nel 2011 non raccomanda infatti questo approccio”, privilegiando l’autotrapianto di tendini o il trapianto omologo da cadavere [1].

Quanto è frequente la rottura di un legamento crociato del ginocchio?

Si tratta di un incidente che capita non di rado nello sportivo, soprattutto in discipline come il calcio, il rugby o lo sci in cui sono più frequenti i traumi distorsivi del ginocchio. Ognuna di queste discipline sportive ha un peculiare profilo di rischio a seconda dei traumi caratteristici. Però non è facile stimare con esattezza la frequenza delle lesioni del crociato perché non tutte le lesioni sono sintomatiche e pertanto non sempre sono diagnosticate [1].
Inoltre, gli studi pubblicati sulle riviste internazionali sono stati condotti con delle metodologie molto diverse tra loro e sono quindi difficilmente confrontabili. Proprio questa diversità degli studi svolti rende difficile sintetizzarne i risultati. Uno studio di coorte statunitense che ha preso in esame venti anni (1990-2010) ha evidenziato un’incidenza annuale di circa 68 casi di rottura di legamento crociato anteriore ogni 100 mila persone. Alcuni studi riportano una maggiore frequenza dell’incidente nei maschi, dovuta forse alla più intensa partecipazione a sport potenzialmente traumatici, e in particolare nei ragazzi tra i 19 e i 25 anni: 227 casi ogni 100 mila ragazzi di quella età [2]. “Dobbiamo considerare però” aggiunge Massimiliano Magaletti “che i fattori di rischio della rottura del crociato sono molteplici: per esempio, nelle donne osserviamo spesso una più elevata fragilità per una maggiore lassità legamentosa o per problemi genetici o ormonali.”

Tornando alla sua risposta: cos’è uno studio di coorte?

Si tratta di uno studio epidemiologico di tipo “osservazionale” in cui vengono identificate e seguite nel tempo delle persone che sono potenzialmente a rischio di sviluppare una malattia. Nel caso dello studio prima citato, i ricercatori hanno messo a confronto le caratteristiche delle persone che hanno sofferto la rottura del legamento crociato anteriore con quelle di persone simili per cercare di avvicinarsi a capire quali fossero i fattori di rischio legati alla persona o al suo stile di vita.

Le lesioni del legamento crociato possono dipendere dalle condizioni del campo da gioco?

In teoria sì: un terreno da gioco sconnesso o irregolare può essere un fattore di rischio. “Ma il campo è più pericoloso quando è secco e duro perché il piede può impuntarsi provocando una rotazione del ginocchio”, avverte Massimiliano Magaletti. “Il terreno bagnato non costituisce un problema e anche per questo si bagna il campo prima delle partite, non solo perché i tecnici sostengono che in questo modo la palla viaggia più rapidamente.”
Da un’analisi svolta da autori italiani sembra infatti che abbiano maggiore importanza le condizioni meteorologiche, perché la maggior parte degli incidenti si verifica in condizioni di assenza di pioggia e su un campo asciutto. Altro dato interessante: la stanchezza sembra non essere un fattore di rischio perché nel primo tempo di un incontro di calcio si verifica l’80% delle lesioni e una su quattro del totale accade nei primi dieci minuti della partita [3].

Dottore, ma tutti questi infortuni dipendono dal gioco troppo violento?

Alcuni studi dicono che probabilmente sì, c’è una relazione col gioco più aggressivo o più falloso rispetto a un tempo [4]. Altre ricerche danno risultati diversi: l’85% degli infortuni non dipende dal contatto ma da un’azione intensa di pressing, dalla ricerca di maggior equilibrio o dal ritorno a terra dopo uno stacco aereo [5]. In realtà però molte volte una lesione del crociato non si verifica a causa di un fallo di gioco e, per di più, quasi una volta su tre a fare fallo è il giocatore infortunato e non l’avversario. Un maggiore nervosismo può essere rischioso: gli incidenti gravi come la rottura di un legamento crociato avvengono più spesso a breve distanza da un’ammonizione, da un’espulsione, da un altro infortunio o da un goal [6].

È sempre indispensabile operarsi dopo la rottura del crociato?

I legamenti crociati anteriore e posteriore si chiamano così perché si incrociano al centro dell’articolazione del ginocchio e servono soprattutto per darle stabilità. “Ma l’intervento chirurgico non è il percorso obbligato: in altre parole, non tutte le persone che si rompono il crociato si devono operare” spiega Magaletti. “In molti abbiamo visto il dolore provato dal giocatore della Roma Nicolò Zaniolo dopo l’infortunio subito nell’incontro con la Juventus: inizialmente il dolore era molto forte, ma la sera stessa riusciva a camminare con le proprie gambe. La ragione per la quale si decide di intervenire è infatti l’instabilità dell’articolazione. A seconda delle statistiche, almeno un terzo di tutti quelli che si rompono il crociato non avranno mai un cedimento. Quindi operare queste persone non ha senso, soprattutto se fanno una vita normale. Dipende molto dallo sport che si fa, perché se fai uno sport come il nuoto o se pratichi il ciclismo in modo amatoriale il legamento crociato svolge una funzione meno centrale rispetto agli sport che prevedono un cambio di direzione come calcio, tennis, basket, rugby.”
Insomma: una persona non più giovanissima che non pratica sport agonistico può provare a convivere con il problema e spesso può riuscirci con successo. Diversa la situazione per un giovane che desidera continuare a sciare, giocare a calcio o praticare altri sport, anche perché una situazione di instabilità può comportare il rischio di nuovi incidenti.

Un atleta che ha sofferto la rottura del legamento crociato è a maggior rischio di un nuovo infortunio?

Una revisione sistematica pubblicata nel 2016 ci dice che l’età più giovane e il ritorno a un livello elevato di attività sono fattori associati a un successiva lesione. Apriamo una parentesi per ricordare che una revisione sistematica è una sintesi rigorosa di molti studi simili condotti nel mondo. Ebbene, quasi uno su 4 giovani atleti che subiscono un infortunio al legamento crociato anteriore e tornano allo sport agonistico subirà un altro infortunio simile nella prosecuzione della propria carriera. L’alto tasso di lesioni secondarie nei giovani atleti che tornano allo sport equivale a un rischio da 30 a 40 volte maggiore di infortunio al legamento crociato anteriore rispetto a chi non ha subito questa lesione in precedenza. Un dato abbastanza preoccupante che suggerisce prudenza nei tempi di recupero, una migliore riabilitazione e linee guida per il ritorno al gioco per aiutare gli atleti a tutelarsi maggiormente e ridurre la probabilità di un nuovo infortunio [7].
“Il chirurgo dovrebbe spiegare ai pazienti in modo chiaro e tondo che non si fa un intervento riparativo, ma ricostruttivo, quindi il ginocchio non sarà mai come prima” avverte Magaletti. “In parole povere, il chirurgo sostituisce una parte con un’altra, utilizzando un tendine al posto del legamento. Una procedura diversa, ad esempio, da quella seguita nella chirurgia della spalla in cui invece si sutura il legamento lesionato.”

Dottore, allora è vero che dopo aver subito lesioni non si ritorna mai come prima?

“Occorre dire preliminarmente che non disponiamo di letteratura rigorosa e univoca in merito al ritorno allo sport dopo l’intervento”, spiega Magaletti. “Qualcuno sostiene che tre mesi di recupero possano essere sufficienti mentre altri sostengono che meno di 6 mesi è un tempo improponibile: la verità è che non c’è una regola precisa perché non sono mai stati fatti studi rigorosi. Molto dipende, ovviamente, dal tipo di sport.”
In generale, secondo la letteratura scientifica, il recupero di un giocatore dopo la lesione di un legamento crociato del ginocchio è più che probabile e molto spesso soddisfacente. (8) Anche se – per esempio – la carriera di un giocatore di calcio che ha subito la rottura di un crociato può essere condizionata negativamente dall’infortunio [9]. Una revisione sistematica ha dimostrato che in media l’81% degli atleti è tornato a praticare il proprio sport, che il 65% degli sportivi ha raggiunto il livello al quale si trovava al momento dell’infortunio e che il 55% è tornato a essere competitivo dopo l’intervento chirurgico [10]. Uno studio più recente ma su un campione meno numeroso di giocatori di calcio ha mostrato che a distanza di tre anni due terzi degli atleti infortunati sono tornati ai livelli delle performance precedenti l’infortunio [11]. Un’altra revisione sistematica più recente dà risultati ancora più confortanti: l’83% degli atleti d’élite infortunati torna ai propri livelli dopo la chirurgia [12].

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Autore Rebecca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

Rebecca De Fiore ha conseguito un master in Giornalismo presso la Scuola Holden di Torino. Dal 2017 lavora come Web Content Editor presso Il Pensiero Scientifico Editore/Think2it, dove collabora alla creazione di contenuti per riviste online e cartacee di informazione scientifica. Fa parte della redazione del progetto Forward sull’innovazione in sanità e collabora ad alcuni dei progetti istituzionali con il Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio.
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