Stanno facendo discutere, e sperare, i risultati di uno studio pubblicato sul Journal of the American Medical Association (JAMA) che suggeriscono che un consumo moderato di caffeina può ridurre il rischio di demenza e rallentare il declino cognitivo [1].
La notizia è stata rapidamente ripresa dai media e dagli utenti social: oltre 400 testate, 1.500 post di persone comuni e centinaia di migliaia di commenti hanno menzionato la ricerca, tutti con entusiasmo.
Il quesito al quale un gruppo di ricercatori di Harvard ha dato risposta è il seguente: l’assunzione a lungo termine di caffè e tè è associata alla riduzione del rischio di demenza e, in generale, mantiene più a lungo la salute del cervello? Da titoli e sommari delle notizie che sono circolate sembrerebbe di sì. Ma, come molto spesso accade quando si cercano e si valutano correlazioni tra alimenti e malattie, è necessario analizzare lo studio nei suoi dettagli e con obiettività.
Diversi esperti hanno infatti sollevato alcuni punti critici [2, 3]: la tipologia dell’indagine, gli stessi risultati (che mostrano un’associazione e non un rapporto di causa-effetto tra consumo di caffè e demenza) e la natura della patologia considerata, complessa da prevenire perché multifattoriale.
Dottore, di che tipo di studio stiamo parlando?
È una giusta domanda da porsi e prima di tutto occorre dire che il disegno dello studio è osservazionale: i ricercatori non hanno assegnato ai partecipanti una dose di caffè da bere quotidianamente, ma si sono limitati a raccogliere informazioni sulle loro abitudini nel tempo, attraverso questionari.
Questo tipo di studio si distingue dagli studi cosiddetti randomizzati, nei quali i partecipanti vengono invece assegnati casualmente da una parte al gruppo destinatario dell’intervento (in questo caso, la tazzina di caffè o – considerato lo studio – una tazza di caffè americano o tè) e dall’altra al cosiddetto gruppo di controllo (in questo caso il non bere caffè o tè).
L’assegnazione casuale a uno dei due gruppi (randomizzazione) fa sì che tutte le caratteristiche che potrebbero influenzare il risultato – come l’età, la condizione economica e sociale, lo stile di vita, le condizioni di salute, ma anche fattori che il ricercatore non conosce o non ha misurato – siano distribuite in modo equo nei due gruppi garantendo risultati più affidabili. In questo modo si riduce – o si elimina – il rischio di un’influenza sui risultati dei cosiddetti “fattori di confondimento”.
Per chi vuole approfondire, nella scheda “Dottore, ma è vero che gli studi clinici sono tutti uguali?” abbiamo spiegato sinteticamente il valore di ogni tipo di studio clinico esistente.
Quante persone sono state coinvolte nello studio?
La ricerca ha coinvolto oltre 130.000 partecipanti di due coorti statunitensi formati da donne e uomini, che ovviamente non soffrivano di demenza né di altre patologie gravi. I partecipanti sono stati seguiti per un lungo periodo (follow-up fino a 43 anni) e ogni 2-4 anni, tramite un questionario, hanno riferito al team di ricerca dati sulla propria salute cognitiva e sull’abitudine di bere caffè (non decaffeinato) e tè.
Che risultati sono stati ottenuti?
Lo studio conclude che un maggiore consumo di caffè o tè “è stato associato a un minor rischio di demenza e a una funzione cognitiva leggermente migliore, con l’associazione più pronunciata a livelli di assunzione moderati”: 2-3 tazze di caffè oppure 1-2 tazze di tè al giorno. Coloro che mantenevano per anni questa abitudine, secondo gli esiti dell’indagine, presentavano una minore prevalenza di declino cognitivo rispetto a coloro che assumevano un decaffeinato o il tè deteinato [1, 4].
Come mai lo studio ha suscitato dubbi nella comunità medica?
La parola chiave è “associazione”. Non si afferma, insomma, che bere quelle dosi di caffè e tè sicuramente protegge dalla demenza. Si è semplicemente osservato che i due fenomeni, così come riferito dai partecipanti, sono talvolta associati [1].
Conclusioni simili interessano, periodicamente, anche le ricerche sulla prevenzione dei tumori attraverso specifiche diete, ne avevamo parlato in “Dottore, ma è vero che in caso di tumore l’alimentazione è importante?”.
Il cardiologo elettrofisiologo John Mandrola, sulle pagine del blog Sensible Medicine, ha spiegato ancora una volta il rischio che i risultati di “studi osservazionali non randomizzati su prodotti come caffè, quinoa, cioccolato, saune e mirtilli” confondano le idee ai cittadini [2,5]. I cosiddetti “fattori di confondimento” restano un limite strutturale degli studi osservazionali: nel caso dello studio in questione, le persone che bevono caffè ogni giorno, ad esempio, potrebbero anche fare più attività fisica, seguire un’alimentazione più varia, fumare meno o avere un livello di istruzione più elevato. Abitudini e condizioni che sappiamo possono proteggere dal rischio di soffrire di demenza.
Sebbene i ricercatori che hanno condotto lo studio affermino di aver corretto i fattori di confondimento noti, non possono essere intervenuti su ciò che lo studio stesso non ha misurato: le informazioni individuali non raccolte tramite il questionario restano quindi invisibili all’analisi. Per questo motivo, il metodo più affidabile per stabilire un rapporto di causa-effetto è sempre quello di condurre uno studio randomizzato, che nel campo della nutrizione è però molto difficile da realizzare per ragioni sia pratiche sia etiche [2,5].
La caffeina potrebbe giocare un ruolo attivo nella protezione della salute cerebrale, ma occorrerà continuare a studiare i suoi effetti con studi clinici sperimentali. I risultati diffusi sulla stampa, pertanto, non possono essere letti come un invito a consumare più frequentemente caffè o tè.
Dottore, forse però il caffè non fa così male come crediamo…
L’espresso (così come una tazza di tè) contiene caffeina, una sostanza stimolante che in dosi moderate riduce la stanchezza, aumenta la vigilanza e migliora i tempi di reazione [6]. Una panacea? Non proprio. Come si sa un abuso di caffè incide negativamente sulla pressione arteriosa: in alcuni soggetti, dunque, potrebbe causare danni al sistema cardiocircolatorio.
Dosi elevate di caffè non aiutano le persone ansiose, disturbano il sonno e possono peggiorare le condizioni di chi soffre di reflusso gastroesofageo, come scritto nella scheda “Dottore, ma è vero che bere caffè peggiora il reflusso?”.
Allora, cosa possiamo fare per prevenire la demenza?
Yu Zhang, primo autore dello studio, ha specificato che “mantenere uno stile di vita sano, fare regolarmente esercizio fisico, avere una dieta equilibrata e dormire bene sono tutti fattori importanti per migliorare la salute del cervello” [7].
Secondo le principali revisioni di studi sulla prevenzione della demenza – la cui incidenza aumenta con la longevità della popolazione, globalmente – la diagnosi precoce è un fattore positivo per il successo dei (pochi) trattamenti disponibili. Le prove attualmente disponibili fanno inoltre pensare che circa la metà dei casi di declino cognitivo possa essere prevenuta o ritardata seguendo uno stile di vita sano [8].
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