Microonde, cellulari o Wi-Fi fanno venire il cancro?

25 Settembre 2018 di Roberta Villa

Da dove nasce questa idea?

Tutte le volte che si parla di onde o radiazioni elettromagnetiche si rischia di fare confusione. Le onde che trasportano i segnali radio e tv, che ci consentono di collegarci a internet tramite Wi-Fi o che scaldano gli alimenti nei forni a microonde hanno infatti caratteristiche molto diverse dalle radiazioni che si usano per eseguire esami radiologici (raggi X) o che si sprigionano per effetto di reazioni nucleari (raggi gamma). È vero che appartengono allo stesso spettro delle onde (o radiazioni) elettromagnetiche, ma la loro lunghezza d’onda è più lunga, e la frequenza più bassa, per cui non hanno la stessa capacità di penetrare nell’organismo, né di produrre gli stessi effetti sui tessuti biologici.

Raggi X e gamma sono dette “radiazioni ionizzanti” perché sono in grado di interagire con le molecole biologiche e provocare, in diversa misura, mutazioni genetiche. Anche la luce solare riesce a farlo, seppure con maggiore difficoltà.

Le onde elettromagnetiche con maggiore lunghezza d’onda e minore frequenza, invece, come quelle di radio, forni a microonde e Wi-Fi, dette “non ionizzanti” e a bassa energia, non sono in grado di provocare danni diretti al DNA, di indurre mutazioni o di provocare direttamente il cancro. Quello che possono fare è provocare un surriscaldamento dei tessuti, i cui effetti sono ancora oggetto di studio.

In particolare, si sta ancora indagando per escludere con assoluta certezza che le onde a radiofrequenza dei telefoni cellulari, a cui siamo esposti più o meno tutti in media per molte ore al giorno, possano favorire lo sviluppo di alcuni tumori. Alcuni studi epidemiologici sembrano infatti suggerire che nelle persone molto esposte per molti anni all’uso del cellulare ci potrebbe essere una frequenza leggermente superiore alla popolazione generale di un tumore benigno, il neurinoma del nervo acustico, e di un raro tumore cerebrale maligno, il glioma. Sebbene non sia stato ancora chiarito il meccanismo con cui le onde dei cellulari, che non sono ionizzanti, possano favorire lo sviluppo di queste malattie, sulla base di questi studi ancora in corso l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (International Agency for Research on Cancer, IARC) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inserito le onde a radiofrequenza nella categoria 2b dei fattori che “è possibile siano cancerogeni per gli esseri umani”, nel senso che allo stato attuale delle conoscenze non si può escludere qualunque tipo di effetto di qualunque entità con qualunque esposizione. Da questa affermazione si è diffuso il timore che anche altre fonti di onde simili, come microonde e Wi-Fi, possano rientrare in questo ambito.

Cosa la smentisce?

La maggior parte degli studi effettuati sul possibile legame tra onde a radiofrequenza e cancro si riferisce alle emissioni dei telefoni cellulari, classificati come “possibili cancerogeni” dall’IARC. Nella classificazione dell’Agenzia dell’OMS “possibile” va inteso nel senso che, sulla base dei dati esistenti, non si può escludere che un’esposizione prolungata possa aumentare leggermente il rischio di rari tumori cerebrali, sebbene non siano stati chiariti i meccanismi biologici in base ai quali ciò potrebbe accadere. Quando ci si preoccupa dei campi Wi-Fi bisognerebbe però considerare che in una zona coperta da questo servizio si è esposti a un’energia di cento volte inferiore a quella emessa dal telefono che spesso, ormai, abbiamo in mano o all’orecchio molte ore al giorno. A quelle emesse da un forno a microonde, ugualmente, è difficile essere esposti per un tempo altrettanto prolungato.

Studi epidemiologici condotti su persone come gli addetti ai radar, che per ragioni professionali sono esposte a dosi di radiofrequenze molto superiori a quelle che si possono verificare nella vita quotidiana, non hanno messo in evidenza un aumento del rischio di cancro.

Anche gli studi di laboratorio hanno confermato che le radiazioni a radiofrequenza dei forni a microonde non hanno energia sufficiente per alterare il DNA degli alimenti o addirittura renderli radioattivi, come qualcuno ogni tanto arriva a temere, ma bastano solo per scaldare il loro contenuto. I produttori di tutti questi dispositivi devono comunque rispettare criteri di schermatura molto rigidi per cui le loro emissioni sono di diversi ordini di grandezza inferiori a quelli indicati per prudenza, più che altro per evitare scottature.

Perché ha attecchito?

La paura delle radiazioni, alimentata nella seconda metà del secolo scorso dalla visibilità delle terribili conseguenze delle esplosioni nucleari e degli incidenti alle centrali, si è estesa a onde che per loro natura sono completamente diverse e non possono produrre questo genere di danni. Mentre radio e tv sono ormai oggetti così familiari da non preoccupare quasi nessuno, le onde invisibili emesse da dispositivi percepiti come più innovativi fanno invece ancora paura. Occorre tuttavia precisare che i forni a microonde sono diffusi negli Stati Uniti fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, e in tutto questo tempo non è emerso nessun rischio reale, se non quello di scottarsi per l’alta temperatura che si raggiunge facilmente al centro dell’alimento cotto o scaldato al loro interno.

Il fatto che le onde siano invisibili e prodotte da tecnologie poco conosciute alla maggior parte delle persone contribuisce ad aumentare la percezione di un loro potenziale rischio. Ma tutta la ricerca finora condotta su questo argomento smentisce che ci possano essere anche solo sospetti a loro riguardo, alle dosi e con le comuni modalità di esposizione.

Roberta Villa

Autore Roberta Villa

Medico e giornalista, Roberta Villa ha collaborato per più di vent’anni con le pagine di Salute del Corriere della Sera e con molte altre testate cartacee e online. Per l’agenzia di giornalismo scientifico Zadig ha preso parte a progetti europei (TELL ME, ASSET), nel corso dei quali ha approfondito il tema delle vaccinazioni, come caso tipico di interazione tra scienza e società in cui è fondamentale il ruolo della comunicazione, anche in risposta a bufale e fake news. Nel 2014, insieme con Antonino Michienzi, ha pubblicato un e-book inchiesta sul caso Stamina, dal titolo “Acqua sporca”, e nel 2017 il libro “Vaccini. Il diritto di non avere paura”, distribuito con il Corriere della Sera. Da qualche mese ha aperto un canale YouTube in cui, partendo dai vaccini, sta sperimentando un approccio semplice e confidenziale alla divulgazione, anche partendo dalla sua esperienza personale di madre di sei figli.
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