La dieta mediterranea è la migliore del mondo?

9 Gennaio 2026 di Rebecca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

La dieta mediterranea è da sempre celebrata per la sua capacità di farci vivere a lungo. Ma cosa la rende davvero “la migliore”? È un modello ancora attuale o è diventato un lusso per pochi?

Nel 2024 è stata confermata come la migliore dieta al mondo per la salute complessiva e la prevenzione [1] e nel 2010 è stata dichiarata “Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità” dall’UNESCO [2]. Tuttavia, non è una “formula magica”: le sue radici affondano in secoli di tradizioni rurali. Come spiegato dagli esperti, sotto l’aspetto nutrizionale, il modello si caratterizza per sobrietà e frugalità, costanti secolari per la popolazione fino a quando la globalizzazione ha reso scontata la disponibilità di cibo [3].

Notizia di questi giorni è che negli Stati Uniti l’amministrazione Trump ha pubblicato le nuove linee guida alimentari, che capovolgono la classica piramide alimentare e si discostano dalla dieta mediterranea. Le reazioni non sono tardate ad arrivare, ma analizzandole nel complesso qualcosa di positivo c’è. Se da un lato consumare carne rossa fa male alla salute, dall’altro ridurre il consumo di carboidrati raffinati e di zuccheri come indicato in queste linee guida potrebbe avere dei benefici [4].

Dottore, cosa si intende esattamente per “dieta mediterranea”?

Parlare di dieta mediterranea oggi significa confrontarsi con un modello che va ben oltre il contenuto del piatto. Non è solo un elenco di cibi, ma un vero e proprio “stile di vita” (dal greco diaita). I suoi elementi identificativi sono il consumo prevalente di olio d’oliva, cereali (come grano, mais, orzo, farro e avena), frutta fresca e secca, verdure e una moderata quantità di pesce, latticini e carne [5].

Questo modello si basa sul rispetto del territorio e della biodiversità. La piramide alimentare mediterranea mette alla base non il cibo, ma la convivialità, la stagionalità, l’attività fisica e i prodotti locali. Sopra di esse troviamo gli alimenti da consumare nei nostri pasti quotidiani (frutta, verdura e cereali, meglio se integrali), mentre al vertice ci sono quelli da limitare, come carni rosse e dolci [5]. È un’alimentazione che si adatta alle tradizioni locali: “l’uso di spezie e l’assunzione di vino o infusi cambiano a seconda delle comunità”, ma il cuore resta lo stesso: meno proteine animali e dolci e più fibre vegetali.

A questo proposito, le linee guida alimentari dovrebbero anche guardare alla sostenibilità ambientale prediligendo, tra le altre cose, prodotti locali e rispettosi del territorio e della biodiversità come prevede la dieta mediterranea. Non è un caso che l’attuale amministrazione americana, negazionista sull’emergenza climatica, non consideri i danni degli allevamenti intensivi di vacche e pollame, inserendoli in cima alla piramide alimentare.

Dottore, ora che anche la cucina italiana è diventata Patrimonio UNESCO, possiamo dire che dieta mediterranea e dieta italiana siano la stessa cosa?

È importante fare una distinzione. Mentre la cucina italiana è stata recentemente celebrata come Patrimonio dell’Umanità per il suo valore culturale, sociale e per l’eccellenza delle sue ricette [6], la dieta mediterranea rimane un modello nutrizionale specifico e più ampio. Non tutta la cucina italiana è automaticamente “mediterranea”: basti pensare a piatti tipici del nord Italia ricchi di grassi animali che si discostano dalla frugalità del modello mediterraneo.

Come spiegano i medici, la dieta mediterranea è un’eredità che predilige i prodotti della terra, la biodiversità e la semplicità. Insomma, la cucina italiana è il nostro orgoglio a tavola, ma la dieta mediterranea resta la nostra migliore assicurazione sulla salute.

Dottore, ma la dieta mediterranea protegge davvero dalle malattie cardiovascolari?

In medicina l’incertezza è parte del processo scientifico. Se guardiamo alla revisione sistematica della Cochrane Library [7], la conclusione è prudente: esiste ancora incertezza sugli effetti della dieta mediterranea sugli eventi clinici (come il numero totale di decessi), e la qualità delle prove scientifiche per alcuni fattori di rischio è considerata “bassa o moderata” [1].

Questo accade perché studiare l’alimentazione è molto complesso: a differenza di un farmaco, non è possibile controllare con assoluta certezza ogni pasto di migliaia di persone per molti anni [5]. Tuttavia, nonostante queste riserve metodologiche, la dieta mediterranea rimane il modello con le evidenze più solide a disposizione. Lo studio PREDIMED [8], dopo una complessa rianalisi statistica pubblicata nel 2018 per correggere alcuni errori iniziali, ha confermato che questo stile alimentare riduce del 30% il rischio di ictus e infarto in persone ad alto rischio [5, 8].

Il beneficio non deriva da un singolo ingrediente, ma dalla sinergia tra grassi “buoni” (olio d’oliva), fibre e antiossidanti che aiutano a spegnere l’infiammazione delle arterie [5]. Quindi, sebbene la scienza chieda ancora studi più rigorosi per dissipare ogni dubbio, come ricordano gli esperti, “ritardare l’invecchiamento è possibile” proprio attraverso questo modello di sobrietà e frugalità che protegge il nostro sistema circolatorio [3, 5].

Dottore, oggi la dieta mediterranea rischia di diventare una dieta per ricchi?

Purtroppo esiste questo rischio concreto. Le persone con meno disponibilità economica spesso sono costrette ad acquistare cibi di bassa qualità, ricchi di calorie ma poveri di nutrienti, allontanandosi dal modello mediterraneo [3]. Eppure, la vera dieta mediterranea nasce come alimentazione “povera”. Basandosi su cereali, legumi e prodotti stagionali, se si evita il cibo pronto e industriale, resta un modello economico e sostenibile.

Spesso il vero ostacolo non è il portafoglio, ma il tempo. Come ricordano i medici, “alla dieta mediterranea non si addice la fretta” [3].

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Autore Rebecca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

Rebecca De Fiore ha conseguito un master in Giornalismo presso la Scuola Holden di Torino. Dal 2017 lavora come Web Content Editor presso Il Pensiero Scientifico Editore/Think2it, dove collabora alla creazione di contenuti per riviste online e cartacee di informazione scientifica. Fa parte della redazione del progetto Forward sull’innovazione in sanità e collabora ad alcuni dei progetti istituzionali con il Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio.
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