La birra “fa latte”?

26 Febbraio 2019 di Il Pensiero Scientifico Editore

È una di quelle idee che si tramandano di generazione in generazione: bere birra durante l’allattamento fa aumentare la produzione di latte materno. Ma è davvero così? Semplicemente no. Infatti, non esistono evidenze scientifiche che dimostrino un effetto della birra o dell’alcol in generale sulla quantità di latte prodotto dalle ghiandole mammarie. Al contrario, questa abitudine causa una riduzione della produzione di latte e può avere delle conseguenze negative per la salute dei neonati allattati al seno.

Quindi bere birra non “fa latte”?

Esattamente. Secondo i risultati di una ricerca in cui sono stati messi assieme i dati di otto studi sull’argomento, l’assunzione di alcol durante l’allattamento non determina un aumento della produzione di latte materno, bensì una riduzione [1]. Inoltre, è stato dimostrato che i neonati tendono ad assumere meno latte se vengono nutriti nelle ore immediatamente successive a un’assunzione acuta di alcol da parte della madre: l ‘allattamento dopo uno o due drink (compresa la birra) può ridurre l’assunzione di latte del bambino dal 20 al 23%, oltre a causare nel lattante agitazione e alterazioni del sonno [2,3,4].

Cosa succede quando si assume alcol durante l’allattamento?

Gli effetti dell’ingestione di alcol durante l’allattamento sono complessi e dipendono dalla quantità e dalla frequenza con cui la madre lo assume. L’alcol passa nel latte alle stesse concentrazioni del sangue materno, e i livelli più elevati si osservano circa 30-60 minuti dopo l’assunzione [4,5]. Tuttavia, a causa di meccanismi fisiologici legati all’allattamento, fortunatamente l’infante è esposto solo a una parte di questa concentrazione [1]. Allo stesso tempo, però, l’assunzione di bevande alcoliche inibisce l’ossitocina – l’ormone che stimola la contrazione delle cellule muscolari del seno, favorendo la fuoriuscita del latte – e può determinare quindi una riduzione della quantità di latte che il neonato riesce a prendere [6]. Inoltre, il consumo di alcol altera in modo consistente l’odore del latte materno, un effetto ulteriore che potrebbe contribuire a una minore assunzione di latte [2].

Quali rischi corre il bambino?

Non c’è molta chiarezza sugli effetti sulla salute dei neonati associati al consumo di alcol da parte della madre che allatta. Alcuni esperti sostengono che questo sia pericoloso solo in dosi elevate, mentre altri consigliano di astenersi completamente. Oltre ai possibili rischi associati a una ridotta assunzione di latte materno da parte degli infanti sono stati infatti documentati effetti negativi sul sonno, con alcuni studi che hanno messo in evidenza fasi REM più brevi e una maggiore frammentazione [2,7].

Gli effetti a lungo termine del consumo di latte materno contenente alcol sono invece in buona parte sconosciuti. Nel 1978 venne descritto il caso di un bambino che, allattato al seno da una madre forte bevitrice, aveva sviluppato dei sintomi che mimavano quelli della sindrome di Cushing: aspetto gonfio, eccessivo guadagno di peso e altezza ridotta rispetto agli standard [8]. Uno studio successivo ha invece individuato un’associazione con un ridotto sviluppo psicomotorio, anche se tale evidenza potrebbe essere stata determinata dalla maggiore età delle madri che assumevano più alcol [9].

Lo stesso discorso vale infine per uno studio messicano condotto su 58 donne (e rispettivi neonati), il quale aveva individuato una minore crescita a 5 anni di età nel gruppo dei figli le cui madri assumevano le quantità più elevate di pulque, una bevanda alcolica data spesso alle donne in fase di allattamento. Anche in questo caso il risultato potrebbe essere però associato alla maggiore età delle madri di questo gruppo [10].

Cosa è meglio fare quindi?

Nella risposta a un’altra domanda sul consumo di vino e alcolici avevamo concluso che anche un uso moderato di vino può essere dannoso per la propria salute. Il consiglio da dare a una mamma che allatta è di contenere il consumo di alcol affidandosi al buon senso. Ma ancor prima chiedere consiglio al pediatra e al proprio medico.

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Il Pensiero Scientifico Editore è tra le più “antiche” case editrici scientifiche italiane. Fondata nel 1946, collabora con le principali istituzioni sanitarie pubbliche del nostro Paese. Ha collaborato per anni col Ministero della salute e con l’AIFA alla produzione del Bollettino di Informazione sui Farmaci. La Provincia Autonoma di Bolzano si avvale del Pensiero Scientifico Editore per la cura del portale della Biblioteca Medica Virtuale e la ASL Roma 1 della Regione Lazio della Biblioteca online Alessandro Liberati. È provider nell’ambito del Programma Nazionale di ECM. Il Pensiero Scientifico Editore cura l’edizione di 20 riviste, parte delle quali pubblicate in collaborazione con società scientifiche, e di circa 30 nuovi libri ogni anno.
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