Alcuni prodotti di uso quotidiano interferiscono con i nostri ormoni?

29 Luglio 2026 di Benedetta Ferrucci (Pensiero Scientifico Editore)

Bottiglie di plastica, padelle antiaderenti, scontrini della spesa, cosmetici: in molti oggetti di uso quotidiano si nascondono gli interferenti endocrini, sostanze chimiche, naturali o di sintesi, capaci di alterare l’equilibrio ormonale del nostro corpo. Non sono una scoperta recente, ma se ne parla sempre di più perché sono praticamente ovunque in oggetti molto comuni.

Che cosa sono davvero, quanto sono rischiosi per la salute e cosa possiamo fare in pratica per limitarne l’esposizione, soprattutto nelle fasi più delicate della vita come la gravidanza e l’infanzia?

Dottore, cosa sono esattamente gli interferenti endocrini?

Sono sostanze chimiche, naturali o di sintesi, capaci di alterare il normale equilibrio ormonale del corpo: possono “accendere”, “spegnere” o modificare i segnali che gli ormoni inviano alle cellule [1]. Lo fanno in modi diversi: alcune imitano un ormone naturale e ne attivano i recettori al posto suo; altre bloccano il recettore, impedendo all’ormone vero di agire; altre ancora si legano alle proteine che trasportano gli ormoni nel sangue, oppure interferiscono con la loro produzione o il loro smaltimento da parte dell’organismo [1].

Il sistema endocrino, cioè l’insieme di ghiandole, ormoni e recettori che regola funzioni come riproduzione, metabolismo e crescita, può essere disturbato da queste sostanze anche a dosi molto basse [1]. Un aspetto particolare è che l’effetto non è sempre proporzionale alla dose, e può manifestarsi anche a distanza di tempo dall’esposizione, per esempio negli anni successivi a un contatto avvenuto in gravidanza [1].

Dove si trovano, di preciso?

Sono davvero diffusi. Rientrano in questa categoria alcuni pesticidi, additivi delle materie plastiche come ftalati e bisfenolo A, sostanze industriali come i PFAS (usati per rendere impermeabili tessuti e imballaggi) e i ritardanti di fiamma di mobili e imbottiture, oltre a certi farmaci e a sostanze naturali come i fitoestrogeni di alcune piante [1].

Il bisfenolo A, per esempio, si trova nelle resine che rivestono l’interno di lattine per alimenti e bevande, in alcune plastiche per contenitori e, fino a poco tempo fa, anche negli scontrini di carta termica (ne abbiamo parlato più diffusamente nella scheda “Il bisfenolo A fa male alla salute?”) [1].

Vale la pena ricordare che gli stessi oggetti di plastica di uso comune sono anche una delle principali fonti di micro e nanoplastiche a cui siamo esposti ogni giorno, un tema di cui ci siamo occupati nella scheda “Le microplastiche fanno male alla salute?”: ridurre la plastica nella vita quotidiana è quindi un’accortezza utile su più fronti.

Come entriamo in contatto con queste sostanze, ed è vero che fanno male alla salute?

Possiamo ingerirle con cibo e acqua, respirarle nell’aria e nella polvere di casa, oppure assorbirle attraverso la pelle, per esempio tramite i cosmetici e i vestiti (di questi ultimi ne abbiamo parlato nella scheda “I vestiti che indossiamo sono sicuri?”) [1]. Studi sperimentali ed epidemiologici hanno associato l’esposizione a diversi effetti:

  • alterazioni dello sviluppo dell’apparato riproduttivo maschile e femminile;
  • riduzione della fertilità;
  • disturbi della funzione tiroidea;
  • disturbi del sistema immunitario e del metabolismo, con un possibile ruolo nell’aumento del rischio di obesità e diabete [1].

È bene essere cauti nel leggere questi dati: si tratta per lo più di studi osservazionali sull’uomo, che mostrano un’associazione statistica ma non permettono da soli di stabilire un rapporto di causa-effetto certo per ogni singola sostanza.

Dottore, è vero che bambini e donne in gravidanza sono più a rischio?

Sì, questo aspetto è più volte sottolineato dagli organismi sanitari. L’Organizzazione Mondiale della Sanità segue da tempo il legame tra sviluppo fetale e alcune malattie dell’età adulta, e sottolinea l’importanza di una sorveglianza attenta della gravidanza e di ambienti più sicuri per le future mamme [2].

Un’esposizione avvenuta durante la vita fetale può manifestare i suoi effetti anche molto più avanti, per esempio in pubertà [1]. In Italia, il progetto di biomonitoraggio Life Persuaded, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, ha misurato ftalati e bisfenolo A nelle urine di bambini tra i 4 e i 14 anni e delle loro madri, trovando ftalati praticamente in tutti i partecipanti e bisfenolo A nella maggioranza di essi [3].

Dottore, la legge protegge già da questi rischi?

In parte sì, anche se il percorso normativo procede per gradi da tempo. L’Unione Europea ha una strategia dedicata a questo tema dal 1999 [4]. Già nel 2011 una direttiva europea aveva vietato il bisfenolo A nei biberon di policarbonato [5]. Più di recente, dal 20 gennaio 2025, un nuovo regolamento europeo ha vietato il bisfenolo A in tutti i materiali destinati a contatto con gli alimenti, come lattine, bottiglie riutilizzabili e utensili da cucina, con periodi transitori per lo smaltimento delle scorte già in commercio fino al 2026 o al 2028 a seconda del prodotto [6].

Sono stati inoltre definiti criteri scientifici europei per individuare gli interferenti endocrini nei biocidi e nei prodotti fitosanitari [4]. Ne abbiamo parlato anche nella scheda “Rischiamo di regalare giochi pericolosi?”, perché anche i giocattoli sono soggetti a limiti specifici su queste sostanze.

Dottore, cosa posso fare in pratica per ridurre l’esposizione in famiglia?

Eliminare del tutto il contatto con queste sostanze non è possibile, ma alcune abitudini quotidiane possono ridurre l’esposizione. Il progetto Life Persuaded dell’Istituto Superiore di Sanità suggerisce in particolare di [3]:

  • limitare l’uso di plastica monouso, come posate, bicchieri, piatti e contenitori;
  • ridurre, quando possibile, l’uso di prodotti in plastica PVC, valutando le alternative disponibili;
  • ridurre il tempo trascorso dai bambini a giocare con giochi in plastica, compresi quelli elettronici;
  • limitare il consumo di cibi pronti da asporto, se preparati e distribuiti in contenitori di plastica;
  • evitare di usare il microonde con alimenti già conservati in contenitori di plastica o con contenitori non appropriati;
  • una volta scaldati, consumare gli alimenti in contenitori diversi dalla plastica;
  • limitare il consumo di acqua confezionata in bottiglie di plastica;
  • limitare l’uso della pellicola per alimenti e comunque utilizzare quella idonea al contatto;
  • promuovere l’attività sportiva nei bambini;
  • promuovere l’attività fisica negli adulti, sia in palestra sia all’aperto, prediligendo le aree verdi.

Un piccolo studio randomizzato e controllato, pubblicato nel 2026 su una rivista scientifica di alto livello, ha misurato l’effetto di sette giorni di dieta a basso contenuto di plastica: nel gruppo che aveva sostituito sia gli alimenti sia gli utensili da cucina con alternative a basso contenuto di plastica, i partecipanti hanno mostrato una riduzione dei livelli urinari di alcuni ftalati e del bisfenolo A rispetto a chi non aveva cambiato abitudini [7].

È però uno studio pilota, su poche persone (60 partecipanti divisi in gruppi di 12) e di durata molto breve, che misura solo la quantità di queste sostanze eliminate con le urine e non un beneficio clinico dimostrato: servono ricerche più ampie e prolungate per confermare questi risultati [7].

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Autore Benedetta Ferrucci (Pensiero Scientifico Editore)

Benedetta Ferrucci lavora dal 2001 come Web Content Editor presso Il Pensiero Scientifico Editore/Think2it, dove si occupa di tradurre informazioni scientifiche in contenuti chiari e accessibili per siti di informazione medica, riviste online e progetti di formazione a distanza per professionisti sanitari.
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