Il mese di luglio 2026 si è chiuso con la vittoria della Spagna sull’Argentina nella finale dei Mondiali di calcio, decisa ai tempi supplementari al MetLife Stadium di New York. Tra i gesti tecnici che hanno acceso il torneo, come sempre, non sono mancati i colpi di testa. Ma cosa succede davvero al cervello quando la testa colpisce il pallone?
Studi recenti hanno misurato variazioni nel sangue subito dopo una partita, osservato con la risonanza magnetica il cervello di calciatori attivi, e confrontato la salute di migliaia di ex professionisti con quella della popolazione generale. Vediamo insieme cosa dicono i risultati.
Dottore, un solo colpo di testa può “danneggiare” subito il cervello?
Uno studio olandese ha misurato nel sangue di 302 calciatori dilettanti di alto livello, prima e dopo 11 partite reali, due proteine legate allo stress delle cellule nervose: S100B e p-tau217 [1]. Chi aveva colpito la palla di testa mostrava, subito dopo la gara, valori più alti di queste sostanze rispetto a chi non l’aveva fatto, con un effetto proporzionale al numero e all’intensità dei colpi di testa effettuati [1].
È importante però non confondere questo segnale biochimico transitorio con un danno cerebrale visibile o misurabile clinicamente: i valori sono tornati nella norma entro 24-48 ore, e gli stessi autori dello studio sottolineano che non è ancora chiaro se questi aumenti episodici e reversibili abbiano conseguenze a lungo termine [1].
Dottore, ma colpire il pallone di testa può provocare una commozione cerebrale?
La commozione cerebrale è un’alterazione, di solito temporanea, delle funzioni del cervello causata da un evento traumatico, come un colpo alla testa o uno scuotimento violento del collo e del busto [2]. Una revisione sistematica della letteratura scientifica su calciatori di vari livelli ha misurato l’accelerazione della testa durante il colpo di testa attivo, trovando un valore medio di circa 18 g; gli scontri testa-testa tra due giocatori, invece, possono produrre un’accelerazione da due a cinque volte superiore a quella di un normale contatto testa-pallone, e sono quindi tra le cause più probabili delle commozioni osservate nel calcio [3].
Di cosa fare in caso di trauma cranico, e di quando sorvegliare la persona colpita, ne abbiamo parlato nella scheda “Dopo un colpo in testa bisogna restare svegli?”.
Dottore, ma è vero che chi ha giocato per anni a calcio ha più probabilità di ammalarsi di demenza da anziano?
Alcuni ampi studi di popolazione lo suggeriscono. Uno studio svedese che ha seguito oltre 6.000 ex calciatori di massima serie per una media di quasi 28 anni ha trovato un rischio di malattia neurodegenerativa complessivamente più alto del 46% rispetto alla popolazione generale, percentuale che sale al 62% se si considera solo la demenza, incluso l’Alzheimer [4].Uno studio scozzese condotto su quasi 7.700 ex professionisti ha trovato un rischio di malattia neurodegenerativa più che triplicato rispetto ai controlli [5].
Una meta-analisi recente, che ha messo insieme nove studi per oltre centomila persone, conferma un aumento del rischio di malattia neurodegenerativa in generale e, in particolare, di demenza, mentre non ha trovato un legame significativo con il morbo di Parkinson [6]. Si tratta sempre di studi osservazionali, che da soli non possono dimostrare un rapporto di causa-effetto diretto tra i colpi di testa e la malattia; il fatto però che risultati simili emergano da popolazioni e Paesi diversi rafforza l’ipotesi di un nesso reale.
Negli studi di coorte appena citati, il rischio aumentato riguardava soprattutto i giocatori di movimento, mentre i portieri – che raramente colpiscono il pallone di testa – non mostravano un rischio significativamente diverso da quello della popolazione generale [4,5]. Nello studio scozzese, inoltre, il rischio cresceva con la durata della carriera professionistica: chi aveva giocato per più di 15 anni aveva un rischio più che doppio rispetto a chi ne aveva giocati meno di 5 [5].
Infine uno studio tedesco ha sottoposto 14 calciatori professionisti attivi a una risonanza magnetica prima e dopo una stagione, durante la quale sono stati documentati 5822 colpi di testa attraverso l’analisi video di ogni allenamento e partita [7]. È stata rilevata una minima riduzione dello spessore corticale in una piccola area cerebrale e un lieve aumento della connettività funzionale in un’altra rete cerebrale, ma nessuno di questi cambiamenti risultava correlato al numero di colpi di testa effettuati, nemmeno a quelli più violenti o ai duelli aerei [7]. Gli stessi autori sottolineano però che il campione era molto piccolo e il periodo di osservazione breve, e che servono studi più ampi e prolungati per capire se esista davvero un effetto cumulativo sul cervello dei calciatori attivi [7].
Cosa bisogna fare, quindi? Bisogna evitare di far giocare i bambini a calcio?
I traumi cranici legati allo sport nei più piccoli meritano un’attenzione particolare: negli Stati Uniti gli sport di contatto, tra cui il calcio, rappresentano circa il 45% degli accessi al pronto soccorso per trauma cranico o commozione cerebrale nei minori di 18 anni [8]. Questo non significa che il calcio vada evitato, ma che ogni colpo alla testa seguito da sintomi come mal di testa persistente, confusione, vertigini o difficoltà di concentrazione va sempre valutato da un medico, che stabilirà tempi e modalità del rientro in campo [9].
Anche per questo alcune federazioni calcistiche estere hanno scelto un approccio precauzionale verso i più piccoli: quella statunitense vieta il colpo di testa fino ai 10 anni e lo consente solo in allenamento (non in partita) tra gli 11 e i 13 [10], mentre quella inglese lo esclude o lo limita fortemente negli allenamenti fino ai 12 anni [11]. Va detto però che un’analisi condotta dopo l’introduzione del divieto statunitense non ha mostrato una riduzione delle commozioni cerebrali diagnosticate nei bambini di 10-13 anni, e gli stessi autori invitano a interpretare il dato con cautela [10]; in Italia, al momento, non risultano restrizioni di età specifiche della Federazione Italiana Giuoco Calcio sull’insegnamento di questo gesto tecnico.
In generale:
- se un colpo alla testa provoca sintomi che non migliorano rapidamente, è bene consultare il medico prima di tornare a giocare;
- le evidenze biomeccaniche indicano che un singolo colpo di testa isolato genera di norma un’accelerazione della testa inferiore alla soglia associata al rischio di commozione cerebrale [3], mentre resta aperta la questione degli effetti cumulativi di migliaia di colpi ripetuti nel corso di una carriera, suggeriti dagli studi di coorte a lungo termine [4,5,6];
- chi ha dubbi sull’opportunità di far allenare i più piccoli ai colpi di testa può parlarne con il pediatra o con un medico dello sport.
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