I prodotti naturali sono sempre da preferire?

14 Febbraio 2018 di Roberta Villa

Da dove nasce questa idea?

Negli ultimi due secoli la società, almeno nei paesi più ricchi, ha vissuto una trasformazione così rapida e profonda da non avere precedenti nella storia umana. Il progresso scientifico e tecnologico ha trasformato in maniera radicale l’ambiente e gli stili di vita delle persone, l’impronta dell’uomo sulla natura si è fatta più marcata ed evidente, la sua capacità di controllo su alcuni fenomeni naturali è aumentata al di là di ogni aspettativa. Ciò si vede particolarmente nel campo della salute, dove la diffusione dei sistemi fognari e la disponibilità di acqua potabile, insieme con la produzione di vaccini e di antibiotici, hanno abbattuto la mortalità dovuta alle malattie infettive, aumentando in maniera eclatante l’aspettativa di vita. A questo risultato hanno poi contribuito in diversa misura anche molte altre conquiste della medicina e della sanità nei confronti di altri tipi di malattie. Inoltre, l’analfabetismo è quasi scomparso, e un aumentato benessere socioeconomico garantisce un’alimentazione adeguata e condizioni abitative decorose a gran parte della popolazione.

L’urbanizzazione diffusa e talora selvaggia ha tuttavia provocato danni al territorio ed effetti devastanti al paesaggio. In molti luoghi, scarichi e rifiuti degli impianti industriali hanno compromesso la qualità del suolo, dell’aria e dell’acqua, inquinandoli con sostanze chimiche talvolta pericolose. Altre innovazioni, inizialmente accolte con entusiasmo, si sono poi rivelate dannose per la salute. L’amianto, per esempio, fu utilizzato a tappeto, in mille applicazioni diverse, per le sue straordinarie proprietà di resistenza al fuoco, di isolamento termico, elettrico e acustico, oltre che per la sua capacità di essere tessuto e di mescolarsi a molti altri materiali. Solo dopo decenni ci si rese conto che le sue fibre, una volta aspirate, provocano gravi tumori della pleura (mesoteliomi) e del polmone.

Anche altri prodotti sono stati ritirati dal mercato in quanto ritenuti pericolosi. Basti pensare al DDT, l’insetticida che ha consentito di sconfiggere la malaria in diverse aree del mondo attraverso l’eliminazione delle zanzare che ne sono vettore obbligato.

Sugli stessi pesticidi e fertilizzanti che hanno permesso all’agricoltura di diventare intensiva, e così capace di nutrire molte più persone, facendo dimenticare lo spettro della fame che da sempre accompagnava l’umanità, aleggia il timore che favoriscano il cancro e altre malattie.

Insomma, in molte occasioni il progresso ha presentato un prezzo da pagare, che a molti è sembrato troppo caro rispetto ai vantaggi conseguiti.

Perché ci crediamo?

Per queste e altre ragioni negli ultimi decenni ha preso tanto piede il cosiddetto “mito del naturale”, cioè l’idea secondo cui quel che viene da madre natura è per definizione “buono”, mentre ciò che produce l’uomo attraverso processi industriali sia sempre da guardare con sospetto perché potenzialmente contaminato, inquinante, poco “sano”.

Niente di nuovo sotto il sole. Fin dall’antica Grecia, ogni fase di sviluppo ha portato con sé il rimpianto dei “bei tempi andati” e ogni spostamento di popolazione verso le città ha portato a rimpiangere la vita sana della campagna, sempre idealizzata in maniera arcadica da chi non la vive e non ne conosce la durezza.

D’altra parte la nostra mente è programmata per sopravvalutare i rischi rispetto ai benefici di qualunque situazione, per essere sicuri di non prendere sotto gamba ogni potenziale pericolo per la sopravvivenza nostra e, di conseguenza, della specie.

Inoltre, gli psicologi che hanno studiato negli scorsi decenni la percezione del rischio che ognuno di noi ha, rispetto ai pericoli reali per noi e per la nostra salute, lo hanno osservato con molta chiarezza: a parità di probabilità di subire un danno altrettanto grave, istintivamente tendiamo a sottovalutare il rischio che ci viene dalla natura in confronto a quello creato dall’uomo. È questo uno dei meccanismi che contribuisce ad amplificare il timore di possibili effetti collaterali dei vaccini, prodotti dalle grandi aziende farmaceutiche, rispetto alla maggior paura che dovrebbero farci le malattie da cui questi proteggono, che invece sono vissuti da molti come “qualcosa di naturale” e, come tale, di meno preoccupante.

Questa trappola mentale è legata anche a un’altra distorsione della percezione del rischio, quella che ci rende timorosi di tutto ciò che è ignoto rispetto a quel che è più familiare. I processi produttivi sfuggono al nostro controllo, le sostanze chimiche hanno nomi difficili da capire e perfino da pronunciare; al di là di quel che ci raccontano o che scrivono sulle etichette, non possiamo sapere con certezza che cosa ingeriamo, spalmiamo o iniettiamo nel nostro corpo. In qualche modo, in questo mondo molto più complesso di quello in cui ci siamo evoluti, siamo costretti a fidarci delle affermazioni e del lavoro di sconosciuti, senza poter più garantire in maniera diretta a noi stessi e alla nostra famiglia il cibo che noi stessi abbiamo coltivato o i rimedi tramandati di generazione in generazione.

Che cosa la smentisce?

Tuttavia, la natura è spesso più matrigna che madre. Prima che l’uomo acquisisse la capacità di dominarne almeno alcuni aspetti, l’aspettativa di vita alla nascita per millenni non ha superato i 20-30 anni, e negli ultimi secoli ha oscillato intorno ai 40, per raddoppiare (in Italia) solo negli ultimi due secoli.

Anche le parti più povere del mondo stanno cominciando a godere di questi vantaggi, e sebbene il continente africano sia ancora il fanalino di coda, con un’aspettativa media di vita per chi nasce oggi di 60 anni, rispetto ai 76,8 della Regione europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, questo dato, proprio in Africa, è aumentato di ben 9,4 anni dal 2000 al 2015.

Da Treccani.it

Questa tendenza è andata di pari passo con la lotta a condizioni “naturali” come le malattie e le carestie, inevitabili quando ci si affidava solo a coltivazioni tradizionali, senza l’ausilio degli strumenti dell’agricoltura moderna.

Non dimentichiamo poi che tra le sostanze più cancerogene esistenti ci sono proprio le aflatossine, prodotti “naturali” di un fungo, che, in assenza di dovute precauzioni, con grande facilità contaminano i cereali e altri alimenti tra cui latte, frutta secca e spezie, e che sono responsabili di un pesantissimo carico di tumori al fegato in tutto il mondo.

A tavola, i prodotti “bio” hanno qualche vantaggio rispetto agli altri?

L’etichetta di “naturale” o “biologico”, poi, non è una garanzia nemmeno quando si tratta di alimenti o rimedi per disturbi di salute.

Gli esperti dell’Università di Stanford, in California, hanno passato al setaccio quasi 240 studi senza trovare una sola prova che i cibi cosiddetti “bio” possano offrire qualche beneficio per la salute. Non sono stati trovati vantaggi significativi in reazione al rischio di allergie o di contaminazioni batteriche, in termini nutrizionali o in relazione al contenuto vitaminico, né questi prodotti erano completamente privi di pesticidi: in media avevano meno residui di quelli convenzionali, così come di batteri resistenti agli antibiotici, ma quasi tutti, “bio” o no, restavano comunque ampiamente sotto la soglia di sicurezza prevista.

Un altro studio condotto su oltre 600.000 donne di mezza età e pubblicato qualche anno fa sul British Journal of Cancer non ha trovato nessuna correlazione significativa tra l’abitudine a mangiare solo cibi “bio” e il rischio di sviluppare un tumore, sebbene le donne che scelgono le etichette naturali quando fanno la spesa siano poi anche quelle tendenzialmente più attente alla propria salute e quindi più spesso non fumatrici, dedite a una regolare attività fisica e abituate a seguire i consigli alimentari degli esperti, per esempio consumando più frutta e verdura. Anzi, un potenziale effetto negativo dell’invito a consumare alimenti biologici è il fatto che il loro costo più elevato potrebbe scoraggiare le persone meno abbienti dall’introdurre più porzioni di questi alimenti salutari nei loro menu, a scapito del più pratico ed economico “cibo spazzatura”.

E per quanto riguarda i medicinali?

Anche per quanto riguarda la cura di malattie o banali disturbi, l’idea di “naturale” può trarre in inganno. Questo attributo viene infatti usato senza le dovute distinzioni per cure di nessun fondamento scientifico, spesso del tutto inefficaci (su cui torneremo in altre schede ad hoc), e per prodotti di erboristeria e fitoterapici che invece possono contenere veri principi attivi.

Alcuni dei farmaci tradizionali più comuni sono infatti derivati da sostanze presenti in natura e già usate dagli antichi da ben prima della nascita della moderna farmacologia.

Se ne possono citare diversi esempi. Uno è l’acido acetilsalicilico dell’aspirina. È sintetizzato in laboratorio, ma già Erodoto nelle sue “Storie” raccontava di un popolo resistente alle malattie perché masticava foglie di salice. Un’altra è la digitale, che rinforza l’attività contrattile del cuore e che è estratta da una pianta, la Digitalis purpurea, che se ingerita senza conoscere il corretto dosaggio è infatti molto tossica. Un caso recente è quello di uno degli ultimi premi Nobel per la medicina, assegnato alla ricercatrice cinese Youyou Tu che, a partire dalle cure tradizionali a base di erbe della medicina cinese, ha messo a punto un’efficace cura contro la malaria a base di artemisinina. Esistono poi trattamenti fitoterapici che possono integrare le cure più strettamente farmacologiche.

Se però dalle erbe possono venire rimedi efficaci, è anche vero che talvolta queste possono avere effetti collaterali indesiderati, da sole o interagendo con altri medicinali. Inoltre, i prodotti venduti in erboristeria non sono sottoposti agli stessi rigorosi controlli imposti alle aziende farmaceutiche, e i dosaggi dei principi attivi contenuti in infusi e tisane sono di conseguenza molto meno sicuri.

Infine questi prodotti, soprattutto se di provenienza incerta, possono essere contaminati da pesticidi, metalli pesanti come il piombo o altre sostanze tossiche, soprattutto per il fegato o per i reni.

Il fatto che siano “naturali” non deve essere considerato sufficiente per assumerli con leggerezza.

In conclusione, i prodotti naturali sono meglio degli altri?

Non è la categoria di “naturale”, contrapposta ad “artificiale” o “industriale”, a garantire la sicurezza di un prodotto, né, ovviamente, è vero il contrario. Occorre quindi uscire da questa logica ed esaminare nei singoli casi quali alimenti, prodotti o rimedi siano più sicuri e adatti alle proprie esigenze, eventualmente consultandosi con il proprio medico.

Roberta Villa

Autore Roberta Villa

Medico e giornalista, Roberta Villa ha collaborato per più di vent’anni con le pagine di Salute del Corriere della Sera e con molte altre testate cartacee e online. Per l’agenzia di giornalismo scientifico Zadig ha preso parte a progetti europei (TELL ME, ASSET), nel corso dei quali ha approfondito il tema delle vaccinazioni, come caso tipico di interazione tra scienza e società in cui è fondamentale il ruolo della comunicazione, anche in risposta a bufale e fake news. Nel 2014, insieme con Antonino Michienzi, ha pubblicato un e-book inchiesta sul caso Stamina, dal titolo “Acqua sporca”, e nel 2017 il libro “Vaccini. Il diritto di non avere paura”, distribuito con il Corriere della Sera. Da qualche mese ha aperto un canale YouTube in cui, partendo dai vaccini, sta sperimentando un approccio semplice e confidenziale alla divulgazione, anche partendo dalla sua esperienza personale di madre di sei figli.
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