Giugno è il Pride Month, il mese che celebra l’orgoglio e rivendica i diritti delle persone LGBTQ+. Un’occasione per riflettere anche sulle disuguaglianze che persistono in ambiti fondamentali come la salute. L’accesso alle cure è un diritto universale, ma non tutti riescono a usufruirne nelle stesse condizioni e senza paura.
Le ricerche mostrano che molte persone LGBTQ+ incontrano ancora ostacoli nei rapporti con il personale sanitario; le conseguenze ricadono sulla prevenzione, sulla diagnosi e sul benessere mentale. Quali sono le cause di queste difficoltà? Stiamo facendo abbastanza per superale?
Dottore, le persone LGBTQ+ hanno davvero maggiori difficoltà a consultare un medico o andare in ospedale?
Sì, e si tratta di ostacoli ampiamente documentati. Le persone che appartengono alla comunità LGBTQ+ hanno maggiori difficoltà ad accedere ai servizi sanitari e a interagire con gli operatori sanitari, con conseguenze negative sulla salute fisica e mentale.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le cause principali sono lo stigma e la discriminazione legati all’orientamento sessuale o all’identità di genere. Capita, allora, di evitare di consultare un medico per paura del giudizio oppure in seguito a episodi di discriminazione già sperimentati. In alcuni casi sono stati documentati rifiuti di cura o forme di patologizzazione inappropriata, che avviene quando si etichetta come patologica, appunto, una condizione che non lo è [1,2].
Perché esistono questi ostacoli?
Già nel 2017 si erano accertate, in Europa, Italia compresa, disuguaglianze sanitarie sia nelle esigenze comuni al resto della popolazione sia in necessità specifiche.
Un’ampia ricerca finanziata dall’Unione Europea, il progetto Health4LGBTI, aveva allora accertato le cause di discriminazione e i rischi collegati. Tra i fattori, spesso interconnessi, che causano le disuguaglianze ci sono [3]:
- l’eteronormatività (la tendenza, culturale e sociale, a dare priorità e approvare solo l’eterosessualità);
- lo stress associato alla condizione di minoranza;
- la vittimizzazione, cioè la messa in atto di trattamenti colpevolizzanti, molestie verbali, aggressioni fisiche;
- la discriminazione istituzionale, che impedisce talvolta la tutela dei diritti civili;
- lo stigma, ovvero l’influenza delle opinioni negative sulla persona.
Oltre a questi scenari, si è inoltre rilevato come le persone LGBTQ+ siano meno propense a segnalare esperienze sfavorevoli, come l’aver ricevuto trattamenti o cure carenti, comunicazioni poco chiare o umilianti, sottovalutazione di specifiche situazioni. Spesso si presuppone che il paziente sia eterosessuale e cisgender, cioè dall’identità di genere corrispondente al sesso biologico assegnato alla nascita [3,4].
Quali sono i rischi della discriminazione quando si tratta di salute?
Uno dei rischi più documentati e gravi riguarda l’ambito oncologico. Possono essere infatti sottovalutati alcuni tipi di tumori che colpiscono, in particolare, la popolazione maschile gay e bissessuale in età più giovane rispetto alla maggioranza della popolazione.
Altre neoplasie correlate agli ormoni sessuali possono invece colpire le persone transgender, come abbiamo spiegato in una precedente scheda che consiglia anche come effettuare la prevenzione più efficace: “Le persone transgender corrono un maggior rischio di sviluppare alcuni tipi di tumore?”. Per queste categorie di pazienti non sono attualmente previste forme di screening dedicate.
Secondo le stime europee, circa la metà delle donne lesbiche e bisessuali ritiene di non aver bisogno dello screening cervicale, cioè il Pap test che può individuare precocemente lesioni del collo dell’utero. Si espongono così a un rischio maggiore di sviluppare tumori rispetto al resto della popolazione femminile [3].
Per questo, e sulla base di molte ricerche, sono tanti i medici convinti che bisognerebbe “de-generizzare” l’oncologia, per meglio individuare le patologie associate ai maschi e alle femmine anche in individui che hanno difficoltà a dichiarare la propria intersessualità o transessualità e per effettuare il giusto dosaggio dei trattamenti [5].
Anche la prevenzione primaria va adeguata perché molti fattori di rischio per diverse patologie sono modificabili. Le donne lesbiche e bisessuali, per esempio, sono maggiormente soggette a sovrappeso, con le conseguenze note (malattie cardiovascolari, respiratorie, metaboliche). Tra le persone transgender e di genere non binario, invece, si registrano tassi elevati di consumo di alcol e tabacco.
Occorre, inoltre, mantenere alta l’attenzione sulla prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili (ne avevamo parlato nella scheda “L’HIV si può prevenire?”) le nuove diagnosi di HIV, per esempio, sono in aumento tra le donne transgender [3, 5].
Non bisogna infine sottovalutare la salute mentale: le ricerche europee già citate hanno evidenziato che le persone LGBTQ+ hanno un rischio di disagio psicologico da due a tre volte superiore rispetto al resto della popolazione. Sono inoltre più frequenti l’abuso di sostanze, l’autolesionismo e il suicidio.
L’incidenza della depressione nelle persone transgender è notevole: supera infatti il 50 per cento nelle donne, mentre negli uomini è più frequente l’ansia [3].
Dottore, cosa si sta facendo in Italia per superare questi limiti?
L’accesso alle cure è un diritto tutelato dalla Costituzione e dai principi di universalità, uguaglianza ed equità del Servizio sanitario nazionale. Spetta dunque alle istituzioni, e alle persone che ne fanno parte, contribuire ad annullare ostacoli e differenze, a garanzia della salute di tutti.
L’Istituto Superiore di Sanità si occupa da tempo di adeguare la comunicazione all’inclusività. Non si tratta solo di una formalità: il linguaggio influenza i comportamenti. Per ridurre le disuguaglianze, alle istituzioni sanitarie è raccomandata la formazione scientifica sulle tematiche di salute LGBTQ+, l’adozione di un’anagrafica e di materiale informativo inclusivi, cioè non strettamente legati al sesso di nascita e, nel caso di ricovero, di spazi adeguati alla privacy del paziente.
Secondo l’ISS, una comunicazione efficace richiede linguaggio neutro, assenza di giudizio, rispetto della riservatezza e attenzione alle diverse realtà familiari (come quelle omogenitoriali) [6].
Nel campo dell’oncologia che, come abbiamo visto, presenta rischi importanti, c’è l’impegno di una importante società scientifica, l’AIOM (Associazione Italiana Oncologia Medica), che ha pubblicato le raccomandazioni per superare le disparità di genere e favorire la prevenzione e la partecipazione dei pazienti ai trials clinici, allo scopo di aumentare le conoscenze e migliorare i servizi sanitari. Il documento ufficiale intende promuovere anche la creazione di ambienti accoglienti e sicuri, con la possibilità di assistenza psicologica durante la cura, una formazione specifica per gli operatori sanitari e la maggiore diffusione di informazioni con la collaborazione delle associazioni LGBTQ+ [1].
I servizi sanitari pubblici sul territorio, che collaborano attivamente con le associazioni LGBTQ+, sono considerati un esempio, in Europa, per la qualità dell’assistenza, soprattutto quando si tratta di HIV. Esistono, tuttavia, vuoti normativi che non permettono, in particolare, la piena tutela dei minori e delle famiglie omogenitoriali. E resta la difficoltà a fare coming-out, senza mentire sulla propria identità di genere o sessuale: ciò naturalmente incide in modo negativo sia sul percorso di diagnosi che di cura [3].
Dottore, dove si trovano servizi sanitari pubblici inclusivi per la comunità LGBTQ+?
Diverse aziende sanitarie offrono servizi dedicati, anche se la loro presenza sul territorio non è omogenea. Per questo, il primo passo per superare le difficoltà d’accesso o il timore di discriminazione è parlare con il proprio medico di medicina generale.
Per effettuare visite diagnostiche o screening di prevenzione, un riferimento importante (e senza alcun costo) sono i consultori familiari, che offrono anche assistenza psicologica, sociale e informazioni sulla rete di assistenza specifica [7].
Un esempio tra tanti: la ASL Roma 1, in sinergia con l’Arcigay, ha messo a disposizione un numero verde (800.713.713) e un luogo inclusivo per la tutela della salute e del benessere dei cittadini LGBTQ+ [8].
InfoTrans è, invece, il progetto nato dalla collaborazione tra l’Istituto Superiore di Sanità e l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri (UNAR), dedicato alla diffusione di informazioni sanitarie per persone transgender. Sul portale è presente anche una mappa dei servizi sul territorio [9].
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