I vaccini anti Covid-19 proteggono dalle varianti?

24 Maggio 2021 di Rebecca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

“Cresce il timore che la variante indiana del virus, che si sta diffondendo in diverse zone dell’Inghilterra, possa mettere a rischio il calendario della ripartenza” scrive il Corriere della Sera citando il primo ministro britannico Boris Johnson. “Ne sapremo molto di più nei prossimi giorni” ha detto Johnson, che quindi non ha escluso un ripensamento sulle misure attualmente in vigore nel Paese.
In Gran Bretagna, i ricercatori temono esista una reale possibilità che la nuova forma di coronavirus possa essere fino al 50 per cento più contagiosa, “il che potrebbe condurre a una terza ondata, in estate, anche peggiore di quella subita lo scorso inverno” [1].
Oltre alla maggior capacità di contagio, fa discutere e preoccupa anche la possibilità che i vaccini oggi disponibili non siano efficaci contro le varianti di SARS-CoV-2 che si stanno presentando.

Ma andiamo per ordine.

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Dottore, perché vengono fuori delle varianti del virus?

I vaccini anti Covid-19 proteggono dalle variantiI virus come SARS-CoV-2 mutano costantemente man mano che fanno copia di sé stessi. La maggior parte di queste mutazioni finisce col rivelarsi non vantaggiosa per il virus e scompare per selezione naturale. Occasionalmente però può succedere il contrario, per esempio nel caso di una mutazione che migliora la capacità del virus di legarsi più strettamente alle cellule, migliorando così la replicazione virale. Oppure qualora una mutazione consentisse al virus di diffondersi più facilmente da persona a persona, aumentando così la trasmissibilità.

Queste mutazioni hanno portato a diverse nuove varianti di SARS-CoV-2, producendo focolai e, in alcuni casi, contribuendo in modo significativo alla diffusione globale. Sono generalmente classificate come varianti di interesse, preoccupazione o alto rischio a seconda della situazione epidemiologica delle singole nazioni [2]. Prendendo a esempio il monitoraggio delle istituzioni sanitarie statunitensi, attualmente cinque varianti destano maggiore preoccupazione in quel Paese: la B117, che ha avuto origine nel Regno Unito; la B1.351, di origine sudafricana; la P.1, vista per la prima volta in Brasile; e la B1.427 e B1.429, entrambe originarie della California [3].

Vale la pena ricordare che sarebbe sempre meglio evitare di caratterizzare geograficamente le varianti definendole “inglese”, “sudafricana” o altro: è opportuno per non incorrere nel rischio di stigmatizzare popolazioni già molto provate dalla diffusione dell’epidemia.

Dottore, quindi le varianti del virus possono essere più o meno contagiose?

I vaccini anti Covid-19 proteggono dalle variantiCertamente. Le valutazioni attuali sulla contagiosità di SARS-CoV-2 sono basate sui dati della variante D614G che è stata prevalente nel 2020. Una persona contagiata da questa variante del virus in media ne infetta altre 2,5. Questo è il “numero magico” che abbiamo imparato a conoscere come Erre con Zero: R0 (per approfondire leggi la scheda sui numeri della pandemia).

La variante diffusa di recente in Gran Bretagna, denominata B117, è sicuramente più contagiosa della D614G: a seconda degli studi, si stima che la maggiore contagiosità possa essere tra il 43 e il 90%. Quindi ogni persona infettata potrebbe contagiarne in media quasi cinque e lo R0 potrebbe arrivare a 4,75. Inoltre, si stima che la variante diffusa in India, denominata B1617, sia a sua volta almeno il 50% più contagiosa della B117, il che potrebbe portare l’R0 a oltre 7 e complicare ulteriormente la situazione [4].

Rilevata per la prima volta lo scorso ottobre, la variante B1617 è stata quest’anno collegata a un rapido aumento dei casi in diverse regioni dell’India ed è ora diffusa in più di 40 nazioni. Come spiega Nidhi Subbaraman – giornalista della rivista Nature che da diversi anni si occupa di politica sanitaria ed etica della ricerca – “i sottotipi [di variante, NdR] B1.617.1 e B1.617.2 sono stati entrambi rilevati con crescente frequenza in India negli ultimi mesi; entrambi portano due mutazioni legate a una maggiore trasmissibilità. A causa della loro rapida diffusione, gli scienziati sono ansiosi di scoprire se le varie forme di B1.617 possano compromettere l’efficacia dei vaccini contro Covid-19. Da una parte perché renderebbe necessaria una copertura vaccinale ancora maggiore. L’immunità di comunità dipende ovviamente dall’efficacia del vaccino utilizzato e dalla percentuale di persone vaccinate. Dall’altra, poiché i vaccini caratterizzati da una efficacia inferiore potrebbero non essere in grado di contribuire a contenere la diffusione del virus” [5].

Intanto, sono stati pubblicati due studi che hanno cercato di capire se due diversi vaccini siano efficaci nel controllare l’infezione da variante B1.351. Il vaccino Oxford/AstraZeneca non è risultato efficace nel prevenire la forma lieve o moderata della malattia e non è stato possibile giungere a conclusioni sicure per quanto riguarda la prevenzione della forma grave di Covid-19 [6]. Invece, il vaccino Novavax – ancora non approvato in Italia – ha dimostrato un’efficacia vicina al 50% nel prevenire casi lievi o moderati di Covid-19 sempre causati da variante B1.351 [7]. Altri studi sono in corso con diversi vaccini valutati nella popolazione sudafricana, e sembrano dimostrare una promettente efficacia sia nel caso del vaccino Johnson & Johnson [8], sia in quello Pfizer/BioNtech. In questo secondo caso i dati provengono da comunicati aziendali che anticipano la pubblicazione formale su una rivista scientifica [9].

Quindi dobbiamo davvero preoccuparci delle varianti e dell’efficacia dei vaccini contro di loro?

Sospendendo i brevetti avremmo più vaccini?In realtà, se alcune varianti rendono il virus più contagioso e forse più resistente ai vaccini, non è sicuro che lo rendano anche più pericoloso. Per adesso si dispone di quelli che sono chiamati “dati del mondo reale” (in inglese “real world data”): vale a dire dati che provengono dall’osservazione epidemiologica, spesso al di fuori di studi formali. Questi dati suggeriscono che i vaccini contro Covid-19 attualmente disponibili “sono altamente protettivi contro i ceppi SARS-CoV-2 noti, compresi quelli designati come varianti di preoccupazione dal Centers for Disease Control and Prevention statunitensi” (CDC), secondo Anthony Fauci, direttore dell’istituto statunitense per lo studio delle malattie infettive [10].

La protezione potrebbe essere quasi completa contro malattie gravi e morte causate dalle varianti B117 e B1351. Si hanno meno dati sulla protezione dalla variante P1, segnalata per la prima volta in Brasile, e dalla B1.617, ma “i primi dati sono promettenti”, dice ancora Fauci. “A questo punto non sembra – e questo è soggetto a modifiche – che la variante B1.617 sia più problematica di B1.351”. Fauci ha citato i dati di una ricerca che ha coinvolto 385.000 persone in Qatar, che mostrano che il vaccino Pfizer/BioNTech aveva un’efficacia del 90% contro la variante B117 e del 75% contro la B1.351, divenuta dominante tra la popolazione di quella nazione a metà marzo 2021 [11].

Il direttore dell’istituto americano ha anche citato i dati raccolti in Israele, che mostrano che il vaccino a mRNA di Pfizer è altamente efficace in tutte le fasce d’età, compresi gli anziani [12]. I dati di sorveglianza da fine gennaio a inizio aprile 2021 mettono in evidenza che il ciclo completo di vaccinazione è complessivamente efficace al 95% contro l’infezione da SARS-CoV-2 e al 97% contro l’infezione sintomatica, l’ospedalizzazione per Covid-19 e la morte correlata. “Stiamo osservando che è molto improbabile che una persona vaccinata, anche se c’è un’infezione causata da una variante nuova, la trasmetta a qualcun altro”, ha detto Fauci. “Quindi l’accumulo di evidenze e informazioni ha portato i CDC a decidere di eliminare l’obbligo di indossare una mascherina per le persone vaccinate, non solo all’aperto, ma anche negli spazi chiusi”.

Com’è stato possibile ottenere questi risultati?

Probabilmente dobbiamo queste notizie alla velocità di sviluppo del vaccino: come ha detto Fauci, proprio il motivo della preoccupazione di chi non vuole ancora vaccinarsi (“I vaccini sono stati sviluppati troppo in fretta”) è la migliore notizia degli ultimi mesi. Su questo argomento Fauci si è soffermato anche in un editoriale su Science [13]: “La velocità e l’efficienza con cui questi vaccini altamente efficaci sono stati sviluppati e il loro potenziale per salvare milioni di vite sono dovute a uno straordinario sforzo multidisciplinare che coinvolge la scienza di base, preclinica e clinica, impegno portato avanti – lontano dai riflettori – per decenni prima dello sviluppo della pandemia Covid-19. Quando sarà scritta la storia di questa pandemia, è importante che questo non sia dimenticato, poiché ci ricorda ancora una volta il valore sociale di un sostegno solido e convinto alla ricerca scientifica”.

Dottore, considerata la situazione come consiglia di comportarci?

L’insorgenza di sempre nuove varianti è probabilmente la più grande minaccia per il controllo della pandemia di Covid-19. Da una parte è indispensabile continuare a investire nello sviluppo e nella produzione di vaccini sempre più efficaci. Ma è essenziale accompagnare questo sforzo con investimenti nella salute pubblica, nella sorveglianza genomica ed epidemiologica. Dobbiamo continuare a limitare la trasmissione virale non solo attraverso l’uso diffuso di vaccini, ma anche proseguendo con l’uso di mascherine efficienti e con una ragionevole prudenza nei contatti sociali: è la sola via per controllare le nuove mutazioni virali [14].

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Autore Rebecca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

Rebecca De Fiore ha conseguito un master in Giornalismo presso la Scuola Holden di Torino. Dal 2017 lavora come Web Content Editor presso Il Pensiero Scientifico Editore/Think2it, dove collabora alla creazione di contenuti per riviste online e cartacee di informazione scientifica. Fa parte della redazione del progetto Forward sull’innovazione in sanità e collabora ad alcuni dei progetti istituzionali con il Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio.
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Bibliografia