Stare con un animale, per una persona anziana, può essere una cura?

3 Marzo 2020 di Rebecca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

Sta crescendo l’interesse per la cosiddetta pet therapy, una pratica che potremmo chiamare “terapia che coinvolge un animale”. È rivolta a persone con problemi diversi, di ordine fisico o psicologico. A testimoniare questa attenzione, tra i diversi esempi può essere citata l’iniziativa di un’azienda sanitaria della Regione Lazio: dal mese di febbraio 2020 nei reparti di pediatria di due presidi ospedalieri – Frosinone e Alatri – ai bambini ricoverati saranno offerti due interventi pomeridiani di pet therapy: il nuovo progetto è stato chiamato “Dottore a quattro zampe”. Ma, a parte questo intervento sui pazienti pediatrici, il ricorso ad animali è più frequente nelle residenze per anziani.

Di cosa si tratta esattamente?

In generale, con l’espressione pet therapy si intendono interventi assistiti da animali: attività che prevedono la presenza di animali come parte di un processo di cura o come elemento capace di migliorare un ambiente terapeutico. Nell’assistenza sanitaria vengono utilizzati due principali modalità. Nella terapia assistita con animali, un animale appositamente addestrato è sistematicamente previsto in un piano di trattamento erogato da un operatore sanitario: la psicoterapia assistita da cani, ad esempio. Un’altra modalità prevede la facilitazione da parte di volontari e si concentra in modo più ampio sulla presenza di un animale (ad esempio visite di cani nei reparti ospedalieri), offrendo ai pazienti l’opportunità di interagire spontaneamente con l’animale. Cani e cavalli sono di gran lunga le specie più comunemente utilizzate negli interventi assistiti da animali, seguite da piccole specie di animali da compagnia o da allevamento [1].

Perché un animale dovrebbe “curare”?

Si sa che la compagnia di un animale può avere un effetto rilassante. Beninteso, dipende dall’animale e dalla sua indole. Allo stesso modo, l’assistenza di un animale può favorire lo sviluppo di relazioni e abilità. L’animale terapeutico agisce come un “modificatore di effetto”, consentendo un livello di coinvolgimento del paziente che i medici potrebbero avere difficoltà a raggiungere da soli [2]. Va detto, però, che gli interventi sanitari che prevedono il coinvolgimento di un animale sono una cosa diversa dalla semplice “compagnia” che un cane può garantire alla persona malata. Sono procedure che devono essere pensate e adattate a contesti complessi: basti pensare alla vita quotidiana in ospedale, al frequente ricambio dei pazienti ricoverati, agli orari di visita e di servizio, all’affollamento dei reparti, alle possibili reazioni negative di alcuni degenti o alle loro eventuali allergie. È stato fatto osservare che queste complessità non sono sempre considerate nei progetti di ricerca fino a oggi condotti [1].

Quali esempi di “terapia” con animali sono i più significativi?

Uno degli ambiti più attentamente studiati è quello del decadimento demenziale nelle persone anziane. Un gruppo di ricercatori della Cochrane, una rete di ricerca internazionale che valuta la qualità degli studi e ne sintetizza i risultati, ha considerato l’esito di nove piccoli studi randomizzati e controllati, che hanno coinvolto 305 persone con demenza in case di cura e centri diurni in Europa e negli Stati Uniti [3]. “Randomizzati” vuol dire che le persone coinvolte nella ricerca erano state scelte casualmente, e “controllati” significa che il risultato ottenuto nelle persone che avevano ricevuto l’intervento (la terapia assistita con animali) era messo a confronto coi risultati della cura nelle persone che avevano ricevuto una terapia usuale. Infatti, tutte le ricerche tranne una avevano confrontato la terapia assistita con animali con cure standard o attività non correlate agli animali. Uno studio aveva invece confrontato l’uso di animali vivi con quello di animali robotici e peluche. Gli studi avevano caratteristiche molto differenti, dalla durata alla frequenza delle sessioni di terapia fino alle modalità di misurazione dei risultati. Questi aspetti limitano molto l’attendibilità dei risultati. A ogni modo, gli autori della revisione sistematica hanno concluso che, nelle persone con demenza che ricevono una terapia assistita con animali, la gravità del disturbo depressivo può essere lievemente ridotta al termine del trattamento rispetto ai livelli riscontrabili nelle persone che ricevono cure standard o che svolgono attività non correlate alla presenza di animali [3]. Non è chiaro in che modo la terapia con animali influenzi altri esiti (come l’agitazione) e gli studi non danno informazioni sulla sicurezza o sui possibili effetti non favorevoli della presenza di animali.

Prima citava “animali robot”: di che si tratta?

Gli animali robotici o gli animali giocattolo offrono un’alternativa a quelli vivi. L’uso di robot simili ad animali domestici evita alcune delle difficoltà insite nel ricorso ad animali vivi nelle strutture di cura. Pensiamo per esempio alle preoccupazioni per l’igiene e le allergie o al benessere degli animali. Una revisione sistematica svolta da un gruppo di ricercatori dell’Università di Exeter ha messo insieme prove quantitative e qualitative sugli effetti dei robot sulle persone anziane (comprese le persone con demenza) che vivono in case di cura, sul personale e sui familiari [4]. Anche in questo caso, i risultati ottenuti non permettono di giungere a conclusioni sicure. È stato registrato un effetto benefico della presenza del robot sull’agitazione dei pazienti ricoverati ma l’impatto – in generale – non è del tutto chiaro. Una pagina della Cochrane rivolta ai cittadini ha evidenziato alcune testimonianze di pazienti che possono aiutare a farsi un’idea. Alcuni hanno commentato di essere stati contenti di “avere qualcosa di cui occuparsi” o di avere avuto “l’opportunità di comunicare e confidare” i propri pensieri. Altre persone vedevano i “robopet” come un elemento utile a innescare delle conversazioni e a favorire un migliore contatto sociale tra residenti e tra il personale e la famiglia.

In conclusione, la presenza di un animale nei luoghi di cura può essere utile?

Nell’articolo prima citato – un editoriale uscito sul BMJ, la rivista della associazione dei medici britannici, la British Medical Association – i professori Elena Ratschen e Trevor Sheldon dell’Università di York notano che l’uso terapeutico degli animali in una vasta gamma di contesti sanitari è ormai comune. Però, in una cornice nella quale l’assistenza sanitaria e sociale è generalmente basata sulle evidenze della ricerca, gli interventi assistiti da animali rappresentano un’eccezione importante e, probabilmente, sconcertante. Insomma: un modo elegante per dire che si ricorre alla presenza di animali nella cura senza sapere se la cosa funzioni oppure no.
Come spiega anche la Cochrane, “per ora, l’uso di interventi assistiti da animali in ambito sanitario si basa su un potenziale poco più che promettente” [5]. Sta di fatto che il ricorso ad animali in interventi sanitari e nell’assistenza sociale sta crescendo rapidamente nonostante non sia sempre regolamentato. Sarebbe necessario stabilire programmi di ricerca rigorosa supportati da finanziamenti pubblici. Non è sufficiente che la presenza di animali non sia dannosa, perché potrebbe comunque comportare uno spreco di risorse ed esporre sia i malati sia gli animali a interventi eticamente discutibili.

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Autore Rebecca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

Rebecca De Fiore ha conseguito un master in Giornalismo presso la Scuola Holden di Torino. Dal 2017 lavora come Web Content Editor presso Il Pensiero Scientifico Editore/Think2it, dove collabora alla creazione di contenuti per riviste online e cartacee di informazione scientifica. Fa parte della redazione del progetto Forward sull’innovazione in sanità e collabora ad alcuni dei progetti istituzionali con il Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio.
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