Si può curare l’artrosi del ginocchio con il cortisone?

9 Febbraio 2018 di Fabio Ambrosino (Pensiero Scientifico Editore)

Cos’è l’artrosi del ginocchio?

L’artrosi del ginocchio è una malattia degenerativa che causa una riduzione della cartilagine presente nell’articolazione, un processo associato a una sintomatologia molto dolorosa e che può portare a uno stato di disabilità cronica. È un disturbo molto diffuso, se è vero che una rilevazione di alcuni anni fa indicava in circa 9 milioni gli statunitensi che ne soffrivano [1]. Nella pratica clinica questa condizione viene spesso trattata, in alternativa all’opzione chirurgica e ad altri trattamenti conservativi, con infiltrazioni intra-articolari di corticosteroidi. Secondo alcuni studi, infatti, tale approccio terapeutico permetterebbe di ridurre il dolore articolare e di rallentare la progressione della malattia [2].

Va detto che, nel caso dell’artrosi del ginocchio, l’intervento di chirurgia artroscopica non è consigliabile, non potendo promettere migliori risultati di quelli che può dare un programma di esercizio fisico [3] o, più in generale, di qualsiasi terapia conservativa: in altre parole, non chirurgica [4].

Qual è l’idea alla base del trattamento?

Studi clinici ed epidemiologici mostrano che l’artrosi del ginocchio potrebbe essere causata, soprattutto in fasi specifiche della malattia, da processi di tipo infiammatorio [5, 6]. Tali osservazioni supporterebbero quindi l’impiego dei corticosteroidi, in quanto potenti antiinfiammatori, nel trattamento della condizione. Questi vengono iniettati direttamente all’interno dell’articolazione danneggiata o nello spazio circostante, dove agiscono riducendo l’infiammazione a livello della membrana sinoviale, il tessuto che riveste la capsula articolare del ginocchio. Non tutti i cortisonici funzionano però allo stesso modo: alcuni hanno un’azione rapida ma breve, altri provocano un effetto meno immediato ma più duraturo. Il protocollo terapeutico prevede solitamente cicli da tre o cinque iniezioni con cadenza settimanale, ma alcuni clinici preferiscono non superare le tre o quattro sedute all’anno, intervallate da almeno un mese di tempo.

Ma le iniezioni di cortisone funzionano davvero?

Alcune evidenze mostrano un beneficio, in termini di riduzione del dolore articolare, nelle prime settimane successive all’iniezione. Tuttavia, la qualità degli studi in questione è spesso talmente bassa da non poter trarre conclusioni definitive. Invece, non esistono prove a supporto della persistenza dell’effetto a sei mesi dall’iniezione o della capacità dei corticosteroidi di rallentare la progressione dell’artrosi [7, 8]. Da uno studio del 2017, infine, non sono emerse differenze in termini di efficacia tra un trattamento di due anni a base di triamcinolone, un glicocorticoide, e uno a base di soluzione salina (placebo) [9].

Cosa si intende con “qualità degli studi”?

Con questa espressione si fa riferimento alle caratteristiche metodologiche di una sperimentazione o di uno studio che non prevede un “intervento” ma l’“osservazione” di una coorte di pazienti, di un caso rispetto ad un controllo, e così via. Una qualità ridotta può derivare dall’aver arruolato un piccolo numero di pazienti, dal non aver assegnato i pazienti al trattamento in modo casuale (assenza di randomizzazione), dal non aver limitato quelli che sono definiti i “fattori di confondimento”, vale a dire tutti gli elementi che possono influenzare impropriamente i risultati di uno studio.

Quali sono gli effetti collaterali della terapia con corticosteroidi?

In seguito alle iniezioni una parte dei corticosteroidi rimane all’interno dell’articolazione mentre il resto entra nel flusso ematico, dando luogo agli effetti collaterali tipici delle terapie cortisoniche (es. ipertensione, iperglicemia, aumento di peso, acne). Tuttavia, le infiltrazioni possono avere effetti collaterali anche a livello intra-articolare: un numero eccessivo di somministrazioni può indebolire i tendini e i legamenti e provocare un’accelerazione del processo di usura delle cartilagini, complicando ulteriormente il quadro clinico [9].

Autore Fabio Ambrosino (Pensiero Scientifico Editore)

Fabio Ambrosino ha conseguito un master in Comunicazione della Scienza presso la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste. Dal 2016 lavora come Web Content Editor presso Il Pensiero Scientifico Editore/Think2it, dove collabora alla creazione di contenuti per siti di informazione e newsletter in ambito cardiologico. È particolarmente interessato allo studio delle opportunità e delle sfide legate all’utilizzo dei social media in medicina.
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Bibliografia