Proteggendomi dal sole, rischio carenze di vitamina D?

6 Luglio 2026 di Roberta Villa

Da qualche anno ormai si sta diffondendo una maggiore consapevolezza dei danni del sole, per cui ci si protegge molto più che nel secolo scorso, quando il mito della tintarella era alimentato da modelli estetici per fortuna oggi superati, che associavano l’abbronzatura a un elevato status socioeconomico.

I più attenti alla salute, che applicano diligentemente i filtri solari, si coprono e inseguono l’ombra, sono tuttavia bersaglio di messaggi contraddittori: da un lato, le raccomandazioni finalizzate a ridurre il rischio di tumori della pelle; dall’altro, il sospetto che in questo modo ci si possa privare dei benefici derivanti dall’esposizione al sole, primo fra tutti, un adeguato livello di vitamina D.

Dottore, ma di quanta vitamina D abbiamo bisogno?

Questa preoccupazione è sensata, perché l’80-90% dell’apporto di vitamina D necessario all’organismo proviene dalla pelle, che la produce sotto l’azione dei raggi ultravioletti di tipo B (UVB). Gli stessi UVB, responsabili delle scottature solari, sono schermati da tutti i filtri contenuti in creme e lozioni solari, oltre che dai tessuti speciali usati per gli indumenti protettivi contraddistinti dalla sigla UPF (Ultraviolet Protection Factor) [1].

Per produrre la quantità di vitamina D necessaria a una persona adulta, tuttavia, occorre una quantità minima di questi raggi. La maggior parte degli esperti ritiene quindi che, anche proteggendosi dal sole, alle nostre latitudini si riceva, nella vita quotidiana, una quantità di radiazioni più che sufficiente. In ogni caso, quando esiste il rischio di sviluppare una reale carenza – o questa viene documentata dal dosaggio di 1,25-diidrossivitamina D -, il rimedio non consiste mai in un’esposizione sconsiderata al sole, i cui svantaggi supererebbero i benefici, ma, se occorre, nell’uso di supplementi, come previsto per i bambini, le donne in gravidanza, gli anziani e le persone allettate o istituzionalizzate [2].

Dottore, ma cosa bisogna fare per non restare senza?

Una persona adulta e senza malattie croniche, che conduce uno stile di vita mediamente sano, sintetizza attraverso la pelle una quantità più che sufficiente di vitamina D, integrata almeno in parte da quella assunta con l’introduzione di cibi che ne sono naturalmente ricchi – come pesci grassi (salmone, sgombro, aringhe, tonno), tuorlo d’uovo, burro e formaggi – o ne sono fortificati durante la lavorazione, per esempio latte o cereali per la prima colazione.

Per quanto riguarda l’esposizione al sole, non esistono dati precisi su tempi e modalità per garantirsi un’esposizione sufficiente a produrre la vitamina D di cui si ha bisogno, ma in genere si ritiene che alle nostre latitudini bastino 10-20 minuti all’aperto nelle ore centrali della giornata, nemmeno tutti i giorni, a viso e mani scoperte. Anche uno schermo a fattore di protezione 50, come quelli che abitualmente vengono suggeriti, respinge il 98% dei raggi UVB. Quest’azione è sufficiente a proteggere la pelle, ma si ritiene possa lasciar passare una quantità di radiazioni sufficiente per catalizzare la produzione della vitamina D necessaria al benessere dell’organismo [3].

Uno studio condotto elaborando le abitudini della popolazione statunitense ha infatti rilevato maggior rischio di carenza di vitamina D in chi stava sempre all’ombra e portava sempre maniche lunghe, ma non in chi usava schermi solari. È possibile, infatti, che chi trascorre più tempo al sole e all’aria aperta faccia più frequente uso di questi prodotti, senza scottarsi, ma permettendo alla pelle di produrre la quantità necessaria di vitamina [4].

Dottore, ma ci sono prove di questo?

Non esistono prove definitive di queste affermazioni, e non possiamo escludere che in futuro vengano smentite. Ma le osservazioni condotte su persone che trascorrevano periodi di vacanza nelle stesse località e si esponevano agli stessi orari e con le stesse modalità non hanno trovato differenze significative nei livelli di vitamina D tra chi usava la crema e chi no, anche se alcuni di questi risultati sono stati ottenuti con prodotti a fattore di protezione 15 (non 30 o 50, come si consiglia oggi), erano sponsorizzati da aziende cosmetiche o avevano altri limiti metodologici.

È vero però che esiste una sostanziale differenza tra la misurazione del fattore di protezione solare contro i raggi UVB in laboratorio e nella vita reale. In pratica, infatti, è molto difficile riprodurre ogni giorno, anche in città, le condizioni sperimentali, in cui si applicano più volte al giorno, su tutta la superficie esposta, 2 grammi di crema per centimetro quadrato di pelle. La quantità di prodotto sufficiente a non scottarsi nell’esposizione quotidiana, quindi, anche se ci protegge da tumori e invecchiamento cutaneo, non basta a bloccare del tutto la produzione di vitamina D [5].

Autore Roberta Villa

Giornalista pubblicista laureata in medicina, Roberta Villa ha collaborato per più di vent’anni con le pagine di Salute del Corriere della Sera e con molte altre testate cartacee e online, italiane e internazionali. Negli ultimi anni ha approfondito il tema delle vaccinazioni, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della comunicazione, anche in risposta a bufale e fake news. Sul tema della comunicazione della scienza è attualmente impegnata nel progetto europeo QUEST come research fellow dell’Università di Ca’Foscari a Venezia. Insieme ad Antonino Michienzi è autrice dell’e-book “Acqua sporca” (2014), un’inchiesta sul caso Stamina disponibile gratuitamente online. Ha scritto “Vaccini. Il diritto di non avere paura” (2017), distribuito in una prima edizione con il Corriere della Sera e in una seconda (2019) per il Pensiero scientifico editore. È molto attiva sui social network (Youtube, Instagram, Facebook) su cui sta sperimentando un approccio semplice e confidenziale alla divulgazione.
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