Le malattie infettive sono state sconfitte prima dell’introduzione delle vaccinazioni?

18 dicembre 2017 di Roberta Villa

Da dove nasce questa idea?

Le malattie infettive sono diverse tra loro: hanno diverse modalità di trasmissione, diversi sono i modi con cui minacciano la salute o la sopravvivenza di chi le contrae, diverse sono le possibilità di cura.

Prendiamo la peste, il flagello per eccellenza che ha decimato per secoli le popolazioni europee influendo anche sull’andamento della storia. Per la trasmissione di questa malattia è essenziale il serbatoio naturale costituito dai roditori, in particolare i ratti e le loro pulci, che possono pungere anche gli esseri umani, contagiandoli.

È evidente che il miglioramento globale delle condizioni igieniche ha reso sempre più improbabile il morso da parte di un ratto infetto o la puntura da parte di una sua pulce. La peste inoltre è una malattia batterica contro cui esistono antibiotici efficaci nei casi sporadici che ancora oggi si verificano qua e là, per cui è potuta sparire dal nostro orizzonte e dalle nostre preoccupazioni pur non essendo eradicata a livello globale.

L’introduzione degli antibiotici, più che l’igiene, ha cambiato il corso anche di altre malattie batteriche, come la scarlattina, che per questo oggi provoca sempre più di rado le gravissime complicazioni e i danni permanenti ai reni e al cuore, ma anche ad altri organi, che l’hanno resa tristemente famosa. Non esiste invece un vaccino contro questa malattia infettiva dell’infanzia.

Gli antibiotici sono invece del tutto inefficaci contro le malattie di origine virale, né l’igiene è sufficiente a contenerle.

Cosa la smentisce?

Un primo punto importante è distinguere l’incidenza di una malattia dalla sua mortalità. È facile infatti essere tratti in inganno se non si presta attenzione al parametro misurato, come se la sofferenza legata a una malattia non avesse valore, ma contasse solo il numero delle sue vittime.

Pensiamo alla difterite. Anche in questo caso la malattia ha cominciato a uccidere un minor numero di bambini nel secondo dopoguerra, prima dell’introduzione della vaccinazione, sia per la diffusione degli antibiotici, sia, soprattutto, dell’antitossina difterica. Infatti la minaccia per la vita in questo caso non viene tanto dal batterio in sé, bensì dalla tossina che produce, per cui a volte la disponibilità dell’antidoto, oggi difficilmente reperibile, ha salvato qualche vita. Nei grafici relativi a questa malattia, quindi, la mortalità ha cominciato a scendere, grazie a questi farmaci, prima che cominciasse a diminuire l’incidenza, cioè la frequenza con cui si manifestava la difterite nei bambini italiani. In altre parole, i bambini si ammalavano ancora di una condizione gravissima, stavano male, rischiavano di morire, ma si salvavano più spesso di cinquant’anni prima. Molti, comunque, ancora non ce la facevano ugualmente. Solo con la vaccinazione i casi di difterite in Italia sono scesi a zero.

Nel caso della poliomielite, che è trasmessa per via oro-fecale, cioè attraverso acqua, oggetti o cibi contaminati con materiale fecale, è facile credere che il fattore igiene sia dominante: eppure la storia ci insegna che epidemie di poliomielite si sono verificate in anni recenti anche in Paesi con ottime condizioni igieniche, come l’Olanda, dove c’erano sacche di popolazione non vaccinate, e che viceversa, grazie a una campagna vaccinale di massa, la malattia è stata eradicata dall’India, nonostante la persistenza in molti contesti di livelli igienici inadeguati.

In Italia il numero di casi di poliomielite paralitica ha cominciato a calare drasticamente dopo la grande epidemia del 1958, un po’ perché la larga diffusione dell’infezione aveva immunizzato buona parte della popolazione infantile suscettibile – ricordo che l’infezione provoca paralisi solo in un caso su cento circa –, un po’ perché, sulla scia di quel fenomeno, si era cominciato a distribuire, pur in maniera insufficiente e un po’ caotica, il vaccino inattivato di Salk, che tuttavia non offriva la stessa protezione di quello potenziato usato oggi.

Nel 1964 cominciò invece una campagna a tappeto in tutto il Paese con il vaccino vivo e attenuato di Sabin (le famose gocce somministrate sullo zuccherino), grazie al quale già in quell’anno crollò il numero di casi, fino a far sparire la malattia nel giro di pochissimi anni. La vaccinazione antipolio diventò obbligatoria due anni dopo, nel 1966. Ma ciò non significa che il merito dei successi precedenti non siano da attribuire al vaccino.

Un caso più recente, che mostra quanto siano più importanti le vaccinazioni rispetto alla sola igiene e alla disponibilità di antibiotici, è quello della meningite da Haemophilus influenzae di tipo b. Fino alla fine degli anni Novanta, quando il vaccino contro questo batterio è entrato nel calendario vaccinale per l’infanzia, nonostante le condizioni igieniche paragonabili a quelle odierne, in Italia l’emofilo era la prima causa di meningite infantile tra due mesi e cinque anni di età. Grazie alle alte coperture vaccinali raggiunte, nel 2011 in Italia non si è verificato neppure un caso di meningite provocato da questo tipo di emofilo. Negli anni successivi se ne sono verificati alcuni, ma solo sporadicamente (4-6 l’anno in tutto il territorio nazionale).

Roberta Villa

Autore Roberta Villa

Medico e giornalista, Roberta Villa ha collaborato per più di vent’anni con le pagine di Salute del Corriere della Sera e con molte altre testate cartacee e online. Per l’agenzia di giornalismo scientifico Zadig ha preso parte a progetti europei (TELL ME, ASSET), nel corso dei quali ha approfondito il tema delle vaccinazioni, come caso tipico di interazione tra scienza e società in cui è fondamentale il ruolo della comunicazione, anche in risposta a bufale e fake news. Nel 2014, insieme con Antonino Michienzi, ha pubblicato un e-book inchiesta sul caso Stamina, dal titolo “Acqua sporca”, e nel 2017 il libro “Vaccini. Il diritto di non avere paura”, distribuito con il Corriere della Sera. Da qualche mese ha aperto un canale YouTube in cui, partendo dai vaccini, sta sperimentando un approccio semplice e confidenziale alla divulgazione, anche partendo dalla sua esperienza personale di madre di sei figli.
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