L’AIDS non è più una minaccia?

21 Marzo 2018 di Roberta Villa

Da dove viene questa idea?

Fino a metà degli anni Novanta l’AIDS era un flagello contro cui la medicina era quasi impotente.

Emersa nell’ambito della comunità gay statunitense, ma diffusa anche attraverso lo scambio di siringhe infette, la malattia venne subito gravata da uno stigma sociale che scoraggiava le persone dal sottoporsi al test. Chi non si considerava parte di queste “categorie a rischio”, inoltre, si sentiva al sicuro e non riteneva di dover effettuare alcun esame. Ben presto fu chiaro tuttavia che la trasmissione avveniva anche da madre a figlio durante la gravidanza e il parto, poteva avvenire tramite trasfusione di emoderivati infetti, per i quali furono introdotti controlli più stringenti, e dilagava anche tramite rapporti eterosessuali, per cui chiunque poteva essere contagiato.

La percezione che il pericolo di questa malattia, allora di fatto incurabile, riguardasse tutti, spinse il pubblico ad adottare comportamenti più prudenti, per esempio incoraggiando all’uso del profilattico nel corso di rapporti occasionali.

L’introduzione a partire dal 1996 dei farmaci antivirali, con il progressivo miglioramento dell’efficacia e della tollerabilità della terapia negli anni successivi, ha cambiato radicalmente la situazione: le persone che hanno contratto l’HIV, il virus che causa la malattia, e che quindi sono sieropositive, cioè hanno gli anticorpi contro questo agente infettivo, con un trattamento adeguato possono oggi avere una qualità e un’aspettativa di vita paragonabile a quella di chi non è mai venuto a contatto con il virus. Sebbene non si riesca ancora a estirpare il virus dall’organismo, la cura riduce anche la possibilità di trasmettere l’infezione ad altri.

Tutto ciò ha contribuito a far calare la guardia nei confronti di questa malattia, che da molti non è più considerata una minaccia di cui preoccuparsi e per evitare la quale prendere rigorose precauzioni.

Che cosa la smentisce?

In questo quadro, sicuramente più roseo di quel che si poteva prospettare un quarto di secolo fa, l’AIDS è tuttavia ben lontano dall’essere sconfitto.

Il Centro europeo per il controllo e la prevenzione delle malattie (ECDC) ha stimato che in Europa attualmente una persona sieropositiva su 7 – pari a 122.000 individui di ogni età – ignori la propria condizione. Questo è particolarmente grave perché, non sapendo di essere portatrice di HIV, non riceve le cure che bloccano la progressione dell’infezione e può trasmetterla inconsapevolmente ad altri.

Questo fenomeno è particolarmente marcato negli ultracinquantenni, categoria in cui il tasso di nuove diagnosi aumenta ogni anno del 2% circa: la diagnosi è spesso tardiva e la modalità di trasmissione eterosessuale è prevalente. Nelle fasce più giovani, invece, l’incidenza si mantiene costante, con circa 11 casi l’anno scoperti ogni 100.000 persone, più spesso tra uomini che praticano sesso con altri uomini.

La diffusione dell’epidemia, più concentrata nei Paesi dell’est europeo, non risparmia quelli del nord e nemmeno quelli dell’area mediterranea, sebbene qui sia meno estesa.

In Italia ogni anno sono diagnosticati circa 3.500-4.000 casi, spesso già in fase avanzata, in persone con un’età media intorno ai 50 anni, spesso senza particolari fattori di rischio.

Per raggiungere l’obiettivo di debellare l’AIDS entro il 2030, e proteggersi dalle conseguenze dell’infezione, è indispensabile che chiunque possa aver contratto il virus si sottoponga al test e alle eventuali cure.

Perché ci crediamo?

L’esplosione dell’epidemia di AIDS, negli anni Ottanta, ha influenzato profondamente tutta la società, andando a intaccare la spensieratezza della libertà sessuale conquistata nei decenni precedenti e a compromettere l’allora crescente fiducia nella medicina e nei sistemi sanitari, che in alcuni contesti hanno invece purtroppo contribuito alla diffusione del virus attraverso trasfusioni e materiali infetti. La minaccia nascosta nelle relazioni sentimentali e di cura era difficile da tollerare, così come l’arma in più in mano all’eroina per fare strage di giovani. Per questo, non appena il pericolo è stato ridimensionato dalla disponibilità di terapie efficaci, è stato naturale aggrapparsi a questa visione più ottimistica scacciandolo dalla mente e dalla percezione collettiva.

Roberta Villa

Autore Roberta Villa

Laureata in Medicina e giornalista, Roberta Villa ha collaborato per più di vent’anni con le pagine di Salute del Corriere della Sera e con molte altre testate cartacee e online. Per l’agenzia di giornalismo scientifico Zadig ha preso parte a progetti europei (TELL ME, ASSET), nel corso dei quali ha approfondito il tema delle vaccinazioni, come caso tipico di interazione tra scienza e società in cui è fondamentale il ruolo della comunicazione, anche in risposta a bufale e fake news. Nel 2014, insieme con Antonino Michienzi, ha pubblicato un e-book inchiesta sul caso Stamina, dal titolo “Acqua sporca”, e nel 2017 il libro “Vaccini. Il diritto di non avere paura”, distribuito con il Corriere della Sera. Da qualche mese ha aperto un canale YouTube in cui, partendo dai vaccini, sta sperimentando un approccio semplice e confidenziale alla divulgazione, anche partendo dalla sua esperienza personale di madre di sei figli.
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