La vitamina D è efficace contro la Covid-19?

22 Aprile 2020 di Rebecca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

Nella continua ricerca di una soluzione contro la malattia da nuovo coronavirus SARS-CoV-2, alcuni ricercatori hanno ipotizzato che la vitamina D possa avere dei benefici nella prevenzione e nel trattamento della Covid-19. I risultati degli studi, però, sono stati deludenti a proposito dei benefici extrascheletrici della vitamina D, ovvero degli effetti che ha al di fuori del tessuto osseo e muscolare. La conferma viene direttamente dal Ministero della Salute, sul cui sito si legge: “La vitamina D protegge dall’infezione da nuovo coronavirus? Falso! Non ci sono attualmente evidenze scientifiche che la vitamina D giochi un ruolo nella protezione dall’infezione da nuovo coronavirus” [1]. Ma andiamo per ordine.

Perché è circolata questa falsa notizia?

Il 26 marzo due quotidiani nazionali hanno comunicato con titoli a tutta pagina che stimati ricercatori dell’Università di Torino, dopo avere riscontrato bassi livelli di vitamina D nei ricoverati per Covid-19, avrebbero iniziato uno studio per valutare l’efficacia della vitamina D in queste condizioni [2]. Sono bastati questi articoli per scatenare la più classica delle reazioni a catena, determinando un aumento esponenziale delle notizie sull’argomento. Successivamente, però, i ricercatori torinesi hanno precisato che il documento non era il risultato di uno studio, ma riguardava ipotesi e non prove di efficacia.

Dottore, a cosa serve la vitamina D?

La vitamina D è una vitamina liposolubile, ovvero fa parte delle vitamine che si sciolgono nei grassi. È naturalmente presente soprattutto nei pesci grassi (salmone, tonno, anguilla, sardine, pesce spada), nell’olio di fegato di merluzzo, nei tuorli d’uovo, nel fegato di manzo e in alcuni tipi di funghi. La vitamina D, però, piuttosto che dal cibo, viene in grande parte prodotta e accumulata dal nostro organismo attraverso l’esposizione ai raggi solari. Questa vitamina agisce aiutando il corpo ad assorbire il calcio dagli alimenti e per questo è utile nell’azione di calcificazione delle ossa. Le persone con poca vitamina D, infatti, rischiano di avere le ossa fragili, una condizione conosciuta come rachitismo nei bambini e osteomalacia negli adulti. Inoltre, la vitamina D contribuisce a mantenere nella norma i livelli di calcio e di fosforo nel sangue. Ricordate che la maggior parte delle persone riesce a ottenere i nutrienti necessari a partire dal cibo, dunque salvo in rare eccezioni non è necessario assumere la vitamina D attraverso gli integratori.

Quindi perché la vitamina D servirebbe contro la Covid-19?

Si è iniziato a parlare dei benefici che potrebbe avere la vitamina D sui pazienti con Covid-19 perché esistono dati a favore di un possibile effetto della vitamina D sullo sviluppo di infezioni respiratorie. Si tratterebbe, in particolare, di un’azione protettiva del colecalciferolo, la forma di vitamina D che viene prodotta dalla cute per esposizione al sole [3]. Si tratta, però, di un contributo preliminare: il passaggio dagli studi in vitro alle ricerche sperimentali è stato deludente nella grande maggioranza degli effetti extrascheletrici al di fuori del tessuto muscoloscheletrico del colecalciferolo.

Anche voci accademiche sostengono la causa della vitamina D nella lotta alla Covid-19. Alcune di queste sono basate su una supposta azione di stimolo sulla risposta immunitaria, ma i risultati dei trial clinici sono in realtà contrastanti. Altre, invece, sono basate su un suo ipotetico effetto antivirale [4] e su una generica azione protettiva sulle infezioni respiratorie [5]. L’ipotesi più recente, infine, è stata suggerita da un rappresentante dell’endocrinologia nazionale ed europea, che arriva ad attribuire alla carenza di vitamina D la più elevata mortalità da Covid-19 nell’Italia del Nord, soprattutto in Lombardia [6]. In questo caso occorre far attenzione a non scambiare l’effetto per la causa. Il fatto che i livelli nel sangue di una componente della vitamina D siano bassi nei ricoverati in condizioni critiche da varie cause è noto da tempo, ma l’orientamento attuale è di ritenere la carenza di vitamina D più come conseguenza della malattia e delle cattive condizioni del paziente che non causa della situazione compromessa [7].

Occorre ribadire ancora una volta come per tutte queste opinioni non sia assolutamente possibile parlare di evidenze, per cui al momento attuale la somministrazione di vitamina D per combattere un’infezione da SARS-CoV-2 o migliorarne l’evoluzione polmonare è da considerare non sostenuta da adeguate prove di efficacia.

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Autore Rebecca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

Rebecca De Fiore ha conseguito un master in Giornalismo presso la Scuola Holden di Torino. Dal 2017 lavora come Web Content Editor presso Il Pensiero Scientifico Editore/Think2it, dove collabora alla creazione di contenuti per riviste online e cartacee di informazione scientifica. Fa parte della redazione del progetto Forward sull’innovazione in sanità e collabora ad alcuni dei progetti istituzionali con il Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio.
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