La timidezza è una malattia?

21 Maggio 2019 di Il Pensiero Scientifico Editore

Da quando il termine “fobia sociale” è apparso nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-III) nel 1980, c’è stata un po’ di confusione sulle differenze tra timidezza e disturbo d’ansia sociale (la nuova categoria diagnostica precedentemente chiamata fobia sociale). Molti, infatti, si sono chiesti se gli psichiatri avessero preso un tratto della personalità, come la timidezza, e l’avessero fatto diventare una patologia. In una recensione al libro Shyness: How Normal Behavior Became a Sickness di Christopher Lane, uscita sul New England Journal of Medicine, a cura di Brian J. Cox, l’autore racconta che nel DSM-III il numero di diagnosi è esploso. “Il risultato è stato un successo per l’industria farmaceutica” scrive “e un enorme conflitto di interessi per la psichiatria in generale. La stima che una persona su cinque abbia livelli clinici di fobia sociale sembra davvero molto alta. Trovo poi interessante il fatto che il termine fobia sociale sia stato sostituito dal termine disturbo d’ansia sociale nella nomenclatura ufficiale. Non credo che ciò sia puramente casuale. Piuttosto, mi sembra che se un medico vede qualcuno che soffre di fobia sociale, può indirizzarlo da uno psicologo per una terapia comportamentale; mentre, se la stessa persona ha ricevuto una diagnosi di disturbo d’ansia sociale, un termine che suona decisamente più serio, il medico potrebbe raccomandargli una cura più aggressiva, come la farmacoterapia” [1].

Questa domanda è poi sorta anche dal problema di sovra o sotto-diagnosticare la quantità di ansia sociale avvertita: se si trattassero tutti coloro che sono semplicemente timidi come se avessero un disturbo ci sarebbe uno spreco di risorse, mentre se non si dovesse diagnosticare il disturbo d’ansia sociale le persone con i sintomi non riceverebbero il trattamento necessario. Una ricerca pubblicata sul Journal of Current Psychiatry ha provato a fare chiarezza [2].

Ma la timidezza può essere considerata una forma blanda di disturbo d’ansia sociale?

Occorre subito dire che non bisogna preoccuparsi per la timidezza, perché rispetto al disturbo d’ansia sociale è una condizione molto diversa. Nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, infatti, l’ansia sociale è definita come una “paura marcata e persistente di situazioni sociali o prestazionali” e include sintomi come sudorazione, palpitazioni, agitazione e difficoltà respiratorie. La timidezza, invece, è un tratto della personalità, che a volte può essere spiacevole, ma che permette di vivere una vita normalissima. Inoltre, fondamentale è che mentre molte persone con disturbo d’ansia sociale sono timide, la timidezza non è un prerequisito per il disturbo d’ansia sociale. Solo circa la metà degli individui con diagnosi di ansia sociale riferisce di essere stata timida. Considerata in un altro modo, meno del 25% delle persone timide soddisfano i criteri per il disturbo d’ansia sociale, il che significa che molte persone sono timide senza avere paura, ansia e angoscia a riguardo [3].

Anche David Baldwin, professore in psichiatria all’università di Southampton, scrive in un libro uscito negli anni in cui molto si discuteva delle sovrapposizioni della sintomatologia della fobia sociale con le manifestazioni della timidezza: “Una questione molto importante è la differenziazione tra la mancanza di sicurezza sociale che caratterizza la timidezza e l’evitamento tipico del disturbo d’ansia sociale. Le persone schive o timide possono temere una valutazione negativa ma sono anche in grado di cogliere i consensi e in genere hanno un buon funzionamento domestico e professionale. Al contrario, nei pazienti con disturbo d’ansia sociale i pensieri negativi e i sintomi d’ansia sono molto più strutturati, e tale condizione è fonte sia di sofferenza che di inabilità. I sintomi sociali dell’ansia, ad esempio la sudorazione, il rossore e il tremore, sono molto più frequenti nel disturbo d’ansia sociale. La timidezza può considerarsi parte dello spettro della varietà umana, mentre il disturbo d’ansia sociale è una condizione patologica, che può trarre beneficio dall’intervento terapeutico” [4].

Quindi, come aveva commentato Brian J. Cox nella recensione sul New England Journal of Medicine, “la timidezza non è né una malattia né una psicopatologia. Qualche anno fa, il mio gruppo di ricerca ha condotto uno studio che ha dimostrato che la metà degli adulti con una grave fobia sociale presi in considerazione non riportava una storia di eccessiva timidezza. Altro aspetto da sottolineare è che l’autostima incide molto su questo: è importante non considerare la timidezza nei giovani come una forma di malattia mentale che richiede un intervento medico per non danneggiare la loro autostima e fiducia in sé stessi” [1].

Quindi come distinguo il disturbo d’ansia sociale dalla timidezza?

Potrebbe essere utile partire dall’aspetto che forse più caratterizza il disturbo d’ansia sociale, ovvero l’evitamento completo di situazioni di paura o in cui ci si potrebbe trovare in imbarazzo, nonostante magari si abbia voglia di parteciparvi. Ciò, infatti, è sufficiente per infliggere un grande dolore emotivo a chi ne soffre. Molti di noi si sentono un po’ preoccupati, e possono anche aver paura, per esempio prima di incontrare nuove persone ma, dopo aver passato un po’ di tempo con loro, scoprono persino di poter godersi la situazione. Una paura diventa una fobia quando impedisce di godersi le cose o di farle facilmente. Se soffri di fobia sociale, diventi molto ansioso quando sei con altre persone fino a non divertirti e a evitare di parlare davanti a loro. Esistono, in particolare, due tipi di fobia sociale [5]:

  1. la fobia sociale generale. Coloro che ne soffrono si preoccupano che altre persone li possano guardare e notare cosa stanno facendo, non amano essere presentati a chi non conoscono, trovano difficile andare nei ristoranti perché si preoccupano di mangiare o bere in pubblico, non possono andare in spiaggia perché non riescono a spogliarsi in pubblico;
  2. la fobia sociale specifica. A soffrirne sono le persone che si ritrovano a dover parlare in pubblico e può colpire anche chi è abituato a farlo di frequente, come attori, musicisti o insegnanti. In questo caso, chi ne soffre potrebbe non aver problemi a socializzare con gli altri, ma al momento dell’esibizione diventa molto ansioso, balbetta, fino a non riuscire a parlare.

Spesso i medici, per riuscire a dare una valutazione completa sul singolo caso, utilizzano la Social Phobia Inventory (SPIN), una scala convalidata che valuta la paura e l’evitamento in un’ampia varietà di situazioni sociali. Una forma abbreviata di SPIN, nota in modo appropriato come Mini SPIN, si è dimostrata efficace come schermo per il disturbo d’ansia sociale ponendo solo tre domande e classificando le risposte su una scala da 0 (niente affatto) a 4 (estremamente). Le domande vengono utilizzate per valutare se una persona evita situazioni o contatto a causa della paura dell’imbarazzo, evita di essere al centro dell’attenzione, o ha forti timori di essere imbarazzata o di sembrare stupida [6].

Autore Il Pensiero Scientifico Editore

Il Pensiero Scientifico Editore è tra le più “antiche” case editrici scientifiche italiane. Fondata nel 1946, collabora con le principali istituzioni sanitarie pubbliche del nostro Paese. Ha collaborato per anni col Ministero della salute e con l’AIFA alla produzione del Bollettino di Informazione sui Farmaci. La Provincia Autonoma di Bolzano si avvale del Pensiero Scientifico Editore per la cura del portale della Biblioteca Medica Virtuale e la ASL Roma 1 della Regione Lazio della Biblioteca online Alessandro Liberati. È provider nell’ambito del Programma Nazionale di ECM. Il Pensiero Scientifico Editore cura l’edizione di 20 riviste, parte delle quali pubblicate in collaborazione con società scientifiche, e di circa 30 nuovi libri ogni anno.
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