La musica può essere una cura?

31 Gennaio 2020 di Rebecca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

Da sempre ci si interroga sul potenziale benefico dell’ascolto della musica in medicina. Si dice che la musica può aiutare a sopportare situazioni difficili, ad alleviare il dolore, a tirar su di morale, ad avere maggiore resistenza mentre si fa sport. E ci sono addirittura consigli di playlist che ci aiuterebbero nel combattere la depressione. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia: sul web si legge per esempio che le canzoni con un linguaggio aggressivo possono indurre comportamenti violenti in bambini e ragazzi. Tuttavia, data la diversa attendibilità delle fonti e degli studi, occorre fare un po’ di chiarezza. Le connessioni tra musica e medicina sono state oggetto di molte revisioni sistematiche della Cochrane, un’organizzazione no-profit nata con lo scopo di raccogliere, valutare criticamente e diffondere le informazioni relative all’efficacia e alla sicurezza degli interventi sanitari. Da queste revisioni – che altro non sono che ampie e dettagliate sintesi degli studi svolti su un argomento – è emerso che il problema principale degli studi condotti in questo ambito è la scarsa qualità delle prove. Per esempio, sull’efficacia della musica nel ridurre lo stress e l’ansia nei pazienti con problemi di cuore, la Cochrane ha analizzato 26 studi, che in tutto comprendevano 1369 persone: un campione molto piccolo considerato il numero delle ricerche e insufficiente a dare risposte credibili. Nonostante poi i risultati fossero promettenti, solo in 3 di questi studi sono stati coinvolti musicoterapeuti esperti e le prove erano di qualità molto modesta [1].
Negli ultimi anni, inoltre, sono stati svolti diversi studi sull’utilizzo della musicoterapia in pazienti con lesioni cerebrali e in persone con demenza. È emerso che la musica probabilmente può ridurre i sintomi depressivi, ma non l’agitazione o l’aggressività. Può migliorare il benessere emotivo e ridurre l’ansia, ma non ha effetti nel migliorare il deterioramento cognitivo, vale a dire la perdita di memoria o la riduzione delle capacità di apprendimento. Dunque, anche in questo caso, i ricercatori hanno evidenziato la necessità di ulteriori ricerche [1].

Allora non è vero che ascoltando la musica si può guarire dalla depressione?

Anche in questo caso, l’impatto della musicoterapia sulla depressione è incerto. Le prove suggeriscono che, in aggiunta al trattamento abituale, l’ascolto della musica ha probabilmente effetti benefici sui sintomi depressivi e può ridurre l’ansia. Ugualmente, anche per le persone con disturbi di schizofrenia la musicoterapia sembra essere utile in aggiunta alle cure standard, con probabili miglioramenti della qualità della vita. Tuttavia, gli effetti sembrano variare a seconda degli studi e del numero di persone coinvolte [1]. Per questo la musica non può essere una soluzione a problemi di salute mentale e al comparire dei primi sintomi è necessario consultare un medico.

Dottore, negli ospedali si potrebbe utilizzare la musica?

Un altro aspetto su cui si discute è l’opportunità di prevedere o meno la musica all’interno degli ospedali. Una revisione sistematica ha preso in esame l’influenza che le stimolazioni sensoriali ambientali hanno sulla salute dei pazienti ricoverati. Per farlo, i ricercatori hanno considerato 85 studi sull’uso della musica in ospedale, ma non è stato dimostrato chiaramente come la musica abbia influenzato aspetti specifici, per esempio la frequenza cardiaca. In generale, i ricercatori hanno concluso che il ricorso all’ascolto della musica almeno non è dannoso e che, anzi, può avere un effetto benefico in determinate circostanze, riducendo i rumori sgradevoli [2].

Quindi il problema è che le ricerche fatte non sono ancora sufficienti?

“Inizialmente mi sono formato come musicoterapeuta, ma quando ho iniziato a praticare ho scoperto che erano state fatte poche ricerche formali su come o perché l’ascolto della musica funziona”, ha affermato il Professor Christian Gold del Dipartimento di musica della Grieg Academy presso l’Università di Bergen in Norvegia. Gold studia come la musicoterapia può aiutare le persone con un’ampia varietà di condizioni, che vanno dalle difficoltà di apprendimento fino alla schizofrenia e alla demenza. “Avevo programmato di tornare alla pratica clinica dopo aver trascorso alcuni anni nella ricerca”, continua, “ma a distanza di 15 anni sto ancora facendo ricerche. C’è molto da imparare” [3]. Le parole di questo studioso confermano dunque che il problema è nella mancanza di un numero sufficiente di studi rigorosi e nella conseguente assenza di prove di qualità che dimostrino l’efficacia della musica. Per questo i risultati vanno interpretati con cautela, incoraggiando ricerche future.

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Autore Rebecca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

Rebecca De Fiore ha conseguito un master in Giornalismo presso la Scuola Holden di Torino. Dal 2017 lavora come Web Content Editor presso Il Pensiero Scientifico Editore/Think2it, dove collabora alla creazione di contenuti per riviste online e cartacee di informazione scientifica. Fa parte della redazione del progetto Forward sull’innovazione in sanità e collabora ad alcuni dei progetti istituzionali con il Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio.
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