La comunicazione facilitata è utile nel trattamento dell’autismo?

19 Aprile 2019 di Il Pensiero Scientifico Editore

Sarà per la complessità dell’argomento, o per la conoscenza ancora limitata di alcuni aspetti che lo riguardano, ma quello dei disturbi dello spettro autistico è un settore che si presta particolarmente alla diffusione di bufale e notizie false. Si pensi al famoso studio di Andrew Wakefield – risultato poi oggetto di frode scientifica – sull’ipotetico legame tra vaccini e autismo [1,2] o alla cosiddetta teoria della “madre frigorifero”, secondo cui i disturbi relazionali dei bambini autistici sarebbero causati da una ridotta capacità della madre di interagire col figlio nei primi mesi di vita [3].

L’anno scorso un articolo pubblicato in occasione della Giornata Mondiale dell’Autismo da un noto quotidiano nazionale ha poi riacceso il dibattito su un’altra storica bufala legata all’autismo: quella della comunicazione facilitata [4]. Nell’articolo, infatti, si raccontava la storia di un ragazzo autistico di 25 anni che avrebbe cominciato a comunicare con i suoi genitori proprio grazie a questo tipo di intervento. Tuttavia, l’efficacia delle terapie basate sul concetto di comunicazione facilitata non è mai stata dimostrata scientificamente e, al contrario, la maggior parte delle società scientifiche raccomanda di non utilizzare questa tecnica.

In cosa consiste la comunicazione facilitata?

La comunicazione facilitata nasce, come tecnica terapeutica, da un’idea della terapista del linguaggio australiana Rosemary Crossley, la quale propose di impiegarla per comunicare con le persone affette da paralisi cerebrale e altri disturbi che ostacolano la comunicazione [5]. L’intervento prevede la presenza di un facilitatore che accompagna il paziente – prima posizionando la sua mano su quella del soggetto, poi sul suo polso e infine solo toccandolo leggermente sul gomito o la spalla – mentre questo digita delle parole attraverso una tastiera. Con l’allenamento e il passare del tempo, il paziente dovrebbe passare dal riuscire a portare a termine solo dei semplici compiti, come riempire gli spazi vuoti di una frase, all’articolare frasi aperte e rispondere a una conversazione [6].

Perché viene impiegata nell’ambito dell’autismo?

Nel 1989 l’educatore statunitense Douglas Biklen propose di utilizzare la comunicazione facilitata nel trattamento dei disturbi del linguaggio dei pazienti affetti da autismo, basandosi sull’ipotesi che “le persone affette dall’autismo o da altri disturbi dello sviluppo presentano un deficit motorio che impedisce loro di esprimersi, perfino quando possiedono una comprensione sofisticata del linguaggio parlato e scritto”. Biklen ipotizzò quindi che la presenza di un facilitatore adeguatamente formato potesse aiutare i pazienti a superare queste limitazioni, permettendo loro persino di raggiungere un livello intellettivo normale o elevato.

Alcuni studi, quasi tutti – va detto – realizzati proprio da Biklen o dalla stessa Crossley, portarono delle evidenze a supporto di questa tesi. Ad esempio, uno studio del 1988 realizzato dalla terapista australiana dimostrò che di 34 soggetti affetti da autismo o disturbi simili, precedentemente sottoposti a un trattamento basato sulla comunicazione facilitata, 23 riuscivano a comunicare con familiari e insegnanti costruendo intere frasi attraverso lo spelling guidato, 2 riuscivano a indicare singole parole, uno riusciva a indicare correttamente “Sì” o “No”. Al contrario, solo 3 di loro riportavano le stesse capacità comunicative riscontrate prima del trattamento. 5 soggetti non completarono il follow up [5].

Ma quindi funziona davvero?

Riassumendo: no. Facendo una breve ricerca sull’utilizzo della tecnica della comunicazione facilitata nell’ambito dell’autismo, infatti, ci si rende conto da subito di una cosa: buona parte degli articoli scientifici sul tema ne parla in termini di pseudoscienza, mettendo questo tipo di interventi in contrapposizione a quelli di dimostrata efficacia. Non esistono infatti evidenze scientifiche solide a supporto di questa tecnica, sia in generale che nell’ambito dei disturbi dello spettro autistico. Una revisione del 2001, ad esempio, conclude: “I risultati degli studi che prevedono delle procedure di controllo non portano evidenze a supporto per l’efficacia della comunicazione facilitata, mentre quelli che prevedono procedure di controllo più deboli producono risultati misti e quelli che le ignorano mostrano quasi universalmente che la comunicazione facilitata è efficace” [7].

Inoltre, molte organizzazioni scientifiche internazionali hanno prodotto dei documenti in cui raccomandano esplicitamente di non utilizzare la comunicazione facilitata con i soggetti autistici. L’associazione degli psicologi americani (American Psychological Association, APA), ad esempio, sostiene che “la comunicazione facilitata è una procedura comunicativa controversa e non provata, priva, per quanto riguarda la sua efficacia, di riscontri scientifici” [8]. L’associazione degli psichiatri pediatrici americani (American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, AACAP), invece, oltre a sancirne la non scientificità, raccomanda anche di non utilizzare questo tipo di intervento nell’ambito delle testimonianze di minori potenzialmente vittime di abusi [9]. Infatti, all’inizio degli anni Novanta negli Stati Uniti ci sono stati diversi casi di minori allontanati dai genitori per accuse risultate poi infondate.

Infine, c’è il rischio che un intervento terapeutico basato sulla comunicazione facilitata distolga il paziente e i suoi familiari da altri trattamenti realmente efficaci. Per questo motivo, anche in Italia gli esperti suggeriscono di evitarla. Ad esempio le raccomandazioni dello Scottish Intecollegiate Guidelines Network, incluse nelle Linee guida sul trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adolescenti dell’Istituto Superiore di Sanità, raccomandano di non utilizzare la comunicazione facilitata nell’ambito dell’autismo in quanto “non ci sono dati per sostenere che i soggetti con autismo ottengano un aiuto nella comunicazione, mentre ci sono dati che comprovano che la comunicazione è prodotta dal ‘facilitatore’” [11].

Autore Il Pensiero Scientifico Editore

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