L’idea che un soggiorno al mare possa giovare al funzionamento della tiroide non ha un solido fondamento scientifico, ma è nata da alcuni fatti reali.
Prima di tutto, è vero che l’acqua marina, per la stessa ragione per cui è salata, contiene anche una concentrazione di iodio superiore a quella presente nell’acqua dolce. I fiumi che si gettano in mare portano infatti con sé i minerali erosi dalle rocce, iodio compreso, e l’evaporazione dell’acqua, sotto l’effetto del sole, ne aumenta la concentrazione. Le goccioline d’acqua di mare vaporizzate nell’aria, soprattutto quando le onde si spezzano con violenza sugli scogli, contengono quindi anche questo minerale.
D’altro lato, è vero anche che alla tiroide è indispensabile un adeguato apporto di iodio per la produzione dei suoi ormoni, la triiodotironina (T3) e la tiroxina (T4). Questi ormoni sono fondamentali in utero e nei primi anni di vita, soprattutto per lo sviluppo del sistema nervoso centrale, ma anche per l’adulto, ai fini del mantenimento di un corretto equilibrio metabolico e per la salute di capelli, unghie, pelle e denti.
Nelle aree interne, dove l’acqua tende a essere più povera di questo minerale, è facile che le popolazioni locali si trovino in carenza di iodio. Nei casi più gravi, ciò porta a un ingrossamento della ghiandola e alla formazione del cosiddetto “gozzo”, che, in questo caso specifico, proprio perché comune e determinato da un fattore ambientale diffuso, è detto “gozzo endemico” [1].
Dottore, perché non è vero che l’aria di mare fa bene alla tiroide?
Mettendo insieme queste due osservazioni, cioè la comune patologia da carenza nelle aree interne e la maggiore presenza di iodio nell’acqua di mare, si riteneva che i soggiorni sulla costa permettessero di inalare un apporto extra di questo minerale, essenziale per la funzione tiroidea. In realtà, non era così. Il miglioramento che un tempo si poteva osservare, quando persone abituate a vivere in montagna si recavano al mare, si spiega piuttosto con il fatto che sulla costa è più facile portare a tavola pesce, molluschi e altri frutti di mare, fonti alimentari di iodio poco accessibili allora a chi viveva nelle aree interne.
Oggi sappiamo infatti che, per inalazione, “respirando aria di mare”, si può assumere solo una quantità minima di iodio, insufficiente a colmare eventuali carenze di questa sostanza. L’unica situazione in cui la prossimità al mare potrebbe, almeno in teoria, apportare iodio per inalazione è la presenza di voluminosi ammassi di alghe sulla riva. Queste, infatti, rilasciano iodio gassoso, e alcuni studi hanno trovato maggiori concentrazioni di iodio nelle urine delle popolazioni che vivevano in prossimità di queste aree anche rispetto ad altre residenti sulla costa, ma lontane da questi depositi [2,3].
In realtà, anche così, si stima che l’apporto di iodio che si può inalare in un giorno, respirando vicino alle alghe, resti marginale (1-20 μg/die) rispetto al fabbisogno di 150 μg/die. Il fattore più importante per introdurre una giusta quantità di iodio resta la dieta, sia tramite il consumo di pesce, molluschi, o ancora di più di alghe, dove queste vengono portate a tavola, sia soprattutto grazie all’uso di sale iodato, raccomandato a tutti indipendentemente dalla località di residenza [4].
Infine, è bene ricordare che non tutti i disturbi della tiroide derivano da carenze di iodio: anche il gozzo può essere provocato da altre malattie, per esempio da processi infiammatori su base autoimmune come nella comune “tiroidite di Hashimoto”, per la quale un eccessivo apporto di iodio può rappresentare un fattore di rischio, al contrario di quel che si è detto fin qui per il gozzo endemico. Di iodio occorre quindi introdurre le quantità raccomandate, non di meno, non di più [5].
Dottore, ma è vero che anche in Italia si può avere carenza di iodio?
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la carenza nutrizionale di iodio è un importante problema di salute pubblica, con grandi differenze geografiche legate soprattutto alla quantità della sostanza nell’acqua potabile [6, 7]. In Italia, storicamente, il gozzo endemico era molto frequente nelle zone alpine e appenniniche, ma anche nelle aree interne del sud e delle isole. La legge 55 del 2005 che ha imposto la disponibilità di sale con aggiunta di iodio in tutti i punti vendita del nostro Paese ha permesso di risolvere, almeno a livello di salute pubblica, questo problema [8, 9]. Il nostro apporto, in media, risulta ora adeguato, mentre in Europa, nel 2020, era ancora, in media, insufficiente in Germania, Finlandia e Norvegia [9].
A livello individuale, però, carenze si possono ancora sviluppare, non in chi preferisce le vacanze in montagna a quelle al mare, ma in chi non utilizza sale iodato e adotta modelli alimentari restrittivi. I vegani, per esempio, poiché escludono tutte le fonti di iodio da alimenti di origine animale. Fonti vegetali di iodio sono l’aglio, i fagioli, i semi di sesamo, i fagioli di soia, gli spinaci, le bietole, le zucchine bianche e le cime di rapa, ma per chi decide di non mangiare pesce, carne e nemmeno latte e latticini è ancora più importante che nella popolazione generale utilizzare sempre sale iodato.
Soprattutto durante la gravidanza, inoltre, occorre monitorare la comparsa anche di leggere carenze, che, pur non provocando sintomi alla donna, possono determinare problemi allo sviluppo del feto [9].
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