Gli scacchi sono un gioco antichissimo e praticato in tutto il mondo. Professionisti e semplici appassionati, di tutte le età, sono considerati persone intelligenti, con capacità di concentrazione e pensiero strategico. Non a caso, è proprio sulla scacchiera che sono stati messi alla prova i primi algoritmi di intelligenza artificiale. Ma è davvero così? Coloro che sanno muovere in modo vincente cavalli, torri, re e regina possiedono sempre e comunque doti cognitive eccezionali? Oppure imparare a giocare a scacchi e continuare a praticare rende più intelligenti e, addirittura, protegge dal declino cognitivo?
Approfondiamo la vasta (e non sempre solida) ricerca sul legame tra questo gioco e doti intellettive in occasione della Giornata internazionale degli scacchi, che si celebra ogni 20 luglio.
Dottore, saper giocare a scacchi è sinonimo di intelligenza?
Conoscere le regole di un gioco, saperle applicare, concentrarsi e ottenere buoni risultati non è automaticamente sinonimo di intelligenza. Definire l’intelligenza, del resto, non è semplice. L’Associazione americana degli psicologi (APA) sintetizza le principali considerazioni degli esperti sul tema come: capacità di ricavare informazioni, imparare dall’esperienza, adattarsi all’ambiente, comprendere e utilizzare correttamente pensiero e ragionamento [1].
Gli psicologi cognitivi che hanno studiato il legame tra tali abilità e gli scacchi affermano che questo gioco non aumenta direttamente l’intelligenza generale. Tuttavia, nei giocatori più esperti, è possibile osservare prestazioni migliori nell’utilizzo della memoria, dell’attenzione e della pianificazione. Si tratta, però, di capacità non trasferibili, cioè non facilmente utilizzabili in ambiti diversi.
Gli esperti parlano infatti di trasferimento vicino quando un’abilità è utile in contesti molto simili, e di trasferimento lontano, quando le capacità sono applicabili a situazioni molto diverse. Per esempio, chi sa guidare la propria automobile imparerà facilmente a condurre un modello diverso: è un caso di trasferimento vicino. Ma saper giocare bene a scacchi non rende automaticamente più bravi in matematica, a scuola o in altre attività intellettuali. Si tratterebbe, in questo caso, di un trasferimento lontano; le prove scientifiche al riguardo sono molto deboli [2,3].
Allora, è un luogo comune che gli scacchisti siano più intelligenti?
Secondo i principali studi sul tema, i giocatori esperti sviluppano capacità cognitive altamente specializzate, ma strettamente legate agli scacchi. Una di queste è il chunking, un meccanismo attraverso il quale il cervello organizza informazioni complesse in schemi riconoscibili e recuperabili rapidamente. In una partita di scacchi, i giocatori sono concentrati nel recuperare dalla memoria le configurazioni dei pezzi e a prevedere o riconoscere quelle successive. Applicano l’esperienza, cioè la ripetizione, accumulata attraverso l’allenamento, e la capacità di calcolare le possibili mosse. Questo meccanismo di memoria è specifico del gioco e non è considerato espressione dell’intelligenza generale [4].
Una relazione tra abilità scacchistica e alcune componenti dell’intelligenza generale, come il ragionamento e la memoria di lavoro, è stata comunque osservata, seppur di entità modesta; il legame non è invece risultato altrettanto solido per altre componenti, come la velocità di elaborazione [5].
Sono piuttosto le persone considerate intelligenti, abili nel ragionamento e nell’utilizzo della memoria, ad avere maggiori possibilità di diventare molto brave in questo gioco [2].
È vero che giocare a scacchi aiuta coloro che soffrono di ADHD?
L’ADHD, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività, si manifesta in modi molto diversi, dalla scarsa concentrazione all’irrequietezza fisica. In diverse scuole, si utilizzano gli scacchi come strumento educativo per stimolare la motivazione o moderare l’impulsività, basandosi su specifici studi. Una revisione delle ricerche sul tema ha trovato che le prove sull’efficacia di questo gioco come terapia complementare (e a basso costo) del disturbo potrebbero essere promettenti, anche se basate su pochi studi di piccole dimensioni [6]. Va inoltre considerato un limite: costringere un bambino a impegnarsi in un gioco percepito come noioso può aumentare la distrazione [6]. Come abbiamo spiegato nella scheda dedicata all’ADHD, il trattamento più efficace, una volta confermata la diagnosi, combina farmaci specifici e psicoterapia.
In generale, a proposito di salute mentale, gli scacchi sono stati ampiamente considerati; l’analisi di oltre novanta studi non ha però prodotto prove convincenti della loro efficacia [7].
Dottore, ho letto che questo gioco è salutare per chi è colpito da demenza…
Ciò che si definisce demenza è in realtà un insieme di manifestazioni del declino progressivo di funzioni come memoria, linguaggio, orientamento, e comprende diverse forme (tra cui la malattia di Alzheimer, la più studiata, ma anche quella vascolare, a corpi di Lewy o frontotemporale). Si tratta di condizioni multifattoriali e complesse da studiare; occorrerebbero, infatti, indagini molto lunghe su soggetti di età, stato di salute generale e stili di vita diversi.
Le ricerche su scacchi e demenza già diagnosticata sono poche e riguardano quasi sempre in modo specifico la malattia di Alzheimer; inoltre sono per lo più di bassa qualità metodologica, con campioni piccoli e senza un vero gruppo di controllo. Alcuni di questi lavori preliminari suggeriscono un possibile beneficio su concentrazione e lucidità mentale in pazienti già malati di Alzheimer, ma si tratta di risultati che studi più ampi e rigorosi dovranno ancora confermare; al momento non si può parlare di un effetto curativo del gioco sulla demenza [7,8].
Abbiamo già esaminato le prove a sostegno della lettura e dell’enigmistica contro il rischio di malattie neurodegenerative. In un’ottica di prevenzione, portata avanti fin da piccoli e per tutta la vita, ogni impegno intellettivo e attività ricreativa, meglio se in gruppo, è salutare per la mente e per il cervello.
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