I fiori di Bach e la vitamina D curano la malattia di Parkinson?

22 Novembre 2019 di Il Pensiero Scientifico Editore

I fiori di Bach, di cui abbiamo parlato anche nella scheda I fiori di Bach combattono ansia e stress?, sono sempre stati indicati come cura di semplici disturbi dell’umore o del temperamento, ma ultimamente la loro funzione originaria è stata trasportata su un altro livello e sono usati come alternative naturali ai farmaci di sintesi. Ne Il libro completo dei fiori di Bach [1] si legge, ad esempio, che il fiore Cherry Plum, “agisce sul sistema nervoso centrale ed è molto utile nel trattamento del morbo di Parkinson”.

Dopo la malattia di Alzheimer, quella di Parkinson è la malattia neurodegenerativa più diffusa. La malattia prende il nome dal medico inglese James Parkinson, che pubblicò la prima descrizione dettagliata nel suo trattato An Essay on the Shaking Palsy nel 1817, ed è caratterizzata da un progressivo peggioramento dei sintomi. Come spiega Epicentro, il portale di Epidemiologia per gli operatori sanitari dell’Istituto Superiore di Sanità, ad oggi non è stata ancora trovata una terapia in grado di arrestare lo sviluppo di questa malattia, tuttavia esistono diversi trattamenti che possono controllarne i sintomi, migliorando la qualità di vita dei pazienti. Gli studi si concentrano soprattutto sulla ricerca delle cause della malattia, sulla prevenzione e sul miglioramento delle terapie [2].

fiore

Cosa sono i fiori di Bach?

I fiori di Bach sono una terapia alternativa ideata dal medico britannico Edward Bach (1886-1936), che riteneva che tutte le malattie avessero un’origine psicosomatica e che le essenze dei fiori potessero influire sulla psiche umana. I fiori di Bach sono 38, tutti con caratteristiche diverse, e secondo la classificazione del medico inglese esistono fiori “guaritori”, “aiuti” e “assistenti”. All’epoca, Bach consigliava di cogliere i fiori con delicatezza, senza strappare la pianta, nel periodo di massima fioritura e nelle prime ore del mattino di un giorno assolato. Per la preparazione, invece, si utilizzavano due metodi: il fiore integro si lasciava macerare in una ciotola d’acqua al sole o veniva bollito per circa mezz’ora. Al liquido ottenuto, chiamato “tintura madre”, venivano aggiunte delle gocce di brandy per conservarlo. Oggi, al contrario, poiché la tintura madre originale non si trova in commercio, le soluzioni di fiori di Bach sono composte prevalentemente da miscele di brandy [3].

Ma il potere terapeutico di questi rimedi floreali è stato dimostrato?

Prove sull’effettivo funzionamento dei fiori di Bach sono state ripetutamente effettuate e, come nel caso dell’omeopatia, la conclusione è che l’attività dei fiori di Bach non è distinguibile dal placebo. Anche i suoi discepoli, oltre agli aneddoti, citano solo pochi studi metodologicamente dubbi [3]. Quando, però, si prendono in esame le revisioni sistematiche, su tutte quella del 2010 del dottor Edzard Ernst [4], non ci sono dubbi: a oggi l’efficacia dei fiori di Bach per il trattamento di qualunque condizione non è mai stata provata.

Nonostante sia stato riconosciuto un valore anche all’effetto placebo, considerare i fiori di Bach come efficaci per questo motivo sarebbe improprio. Come scrive Giorgio Dobrilla, infatti, medico con grande esperienza su questi argomenti, “la medicina seria è una sola (…), quella che si propone obiettivi strategici (la guarigione) e non solo tattici (il momentaneo miglioramento sintomatico)” [5].

E invece la vitamina D può curare il Parkinson?

Alcune ricerche sembravano dimostrare un’azione della vitamina D sullo sviluppo di questa malattia neurodegenerativa. Per esempio uno studio pubblicato sul Archives of Neurology nel 2008 aveva rilevato una frequenza maggiore di carenza di vitamina D nei pazienti con Parkinson. Lo studio, però, sottolineava come fossero necessari ulteriori ricerche per determinare i fattori che contribuivano a questa carenza e per chiarire il potenziale ruolo della vitamina D nel decorso clinico del Parkinson [6]. Al contrario, uno studio condotto dall’Università australiana di Adelaide e pubblicato su Nutritional Neuroscience a distanza di dieci anni, nel 2018, aveva concluso che la vitamina D non ha benefici sul cervello e sulle malattie a esso connesse, su tutte Parkinson e Alzheimer. “Studi precedenti avevano scoperto che i pazienti con una malattia neurodegenerativa tendevano ad avere bassi livelli di vitamina D rispetto a persone sane”, ha affermato Krystal Iacopetta, autrice principale della ricerca. “Ciò ha portato all’ipotesi che l’aumento dei livelli di vitamina D potrebbe potenzialmente avere un impatto positivo. Una convinzione diffusa è che questi supplementi potrebbero ridurre il rischio di sviluppare disturbi correlati o limitare la loro progressione. I risultati della nostra revisione approfondita e un’analisi di tutta la letteratura scientifica, tuttavia, indicano che non è così e che non ci sono prove convincenti a sostegno della vitamina D come agente protettivo per il cervello” [7].

Autore Il Pensiero Scientifico Editore

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