Gli antinfiammatori non steroidei peggiorano il decorso della Covid-19?

19 Maggio 2020 di Il Pensiero Scientifico Editore

L’allarme è suonato nello scorso mese di marzo 2020 e si riferiva a una classe di medicinali molto utilizzata, quella dei farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS). Alcune di queste medicine, per esempio l’ibuprofene, sarebbero responsabili di un possibile aggravamento della Covid-19.

Chi ha lanciato l’allarme?

Il 14 marzo 2020, il Ministro della Salute della Repubblica francese, Oliver Veran, ha diffuso un messaggio su Twitter che diceva che “assumere antinfiammatori (ibuprofene, cortisone, ecc.) potrebbe essere un fattore aggravante dell’infezione” [1]. Correttamente, però, il tweet concludeva: “se siete in cura con questi farmaci, chiedete consiglio al vostro medico.”
Nel giro di 24 ore, più di 43 mila persone hanno rilanciato il messaggio su Twitter nonostante non ci fossero prove solide che supportassero l’affermazione del dottor Veran. Per effetto di questa ondata di messaggi sui social media, uno dei responsabili della comunicazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Christian Lindmeier, ha commentato che l’OMS “raccomanda l’uso di paracetamolo e non di ibuprofene come medicinale acquistabile in farmacia senza obbligo di ricetta”. Dopo qualche giorno, questo commento è stato smentito dalla stessa OMS [2].
Molti organi di stampa e media online hanno ripreso la storia, il termine #ibuprofen è diventato di tendenza sui social media e solo dopo diversi giorni l’allarme è rientrato. Anche le istituzioni sanitarie internazionali e di diversi Paesi hanno contribuito a ridimensionare le preoccupazioni di molti cittadini: il comunicato della agenzia europea che regolamenta approvazione e vendita dei medicinali (EMA) non lascia dubbi in proposito [3].

Da dove nasceva il sospetto manifestato dal ministro francese?

Dopo la tempesta mediatica seguita al tweet del ministro, la notizia è stata classificata da molti come una sorta di fake news. In realtà, come spesso accade quando parliamo di scienza, la faccenda è un po’ più complessa: infatti, la segnalazione nasceva da una “Lettera” pubblicata su una rivista conosciuta e apprezzata in ambito medico, Lancet Respiratory Disease [4]. Gli autori formulavano un’ipotesi di ricerca, proponendo alla comunità scientifica di considerarla, ma ammettevano che, a fronte delle loro perplessità, una ricerca nella letteratura scientifica non aveva restituito risultati rilevanti.
Tempestivamente, l’Agenzia nazionale francese per la sicurezza dei medicinali e dei prodotti sanitari (ANSM) ha avviato uno studio per chiarire la relazione tra farmaci “sospetti” e infezioni. Un legame in certa misura noto, dal momento che anche nel cosiddetto “bugiardino” di alcuni FANS ci sono avvertenze in tal senso: talvolta, l’azione dei farmaci antinfiammatori può anche rendere meno evidenti i sintomi di un aggravamento dell’infezione. In generale, ha sottolineato la Harvard School of Medicine – un’istituzione molto rispettata in campo medico-scientifico – si tratta di osservazioni e non di “prove” [5]. Anche la rivista ufficiale dei medici della Gran Bretagna (il BMJ) ha dato ampio spazio al confronto scientifico sull’argomento [6].
Va detto che sicuramente il sovrapporsi di raccomandazioni non del tutto coerenti tra loro può provocare incertezza non solo tra i cittadini ma anche tra i professionisti sanitari, soprattutto quando le dichiarazioni provengono dalla voce di persone che rivestono ruoli delicati. Ma quando si legge una notizia, anche se tratta da uno studio scientifico, è sempre consigliabile valutarne il contenuto con attenzione, ponendosi degli interrogativi che possono contribuire a svelare delle distorsioni spesso non difficili da identificare.

Quale “distorsione” potrebbe associare i farmaci antinfiammatori a una maggiore gravità dell’evoluzione della Covid-19?

Come hanno fatto notare gli autori di un commento uscito su una delle più importanti riviste internazionali di pneumologia – la disciplina che studia le malattie respiratorie – quando si ricorre all’ibuprofene per alleviare i sintomi di un’infezione virale, può sembrare che l’ibuprofene sia il colpevole di una maggiore gravità della malattia. Questo perché i pazienti con infezioni virali più gravi, tra cui la Covid-19, hanno maggiori probabilità di utilizzare un farmaco antinfiammatorio più potente come l’ibuprofene rispetto ad altri principi attivi dalle caratteristiche simili.

A questo proposito, conviene ricordare che non tutti i farmaci antinfiammatori sono ugualmente potenti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha da tempo proposto una scala di valutazione del dolore precisando che le modalità di somministrazione e la potenza dei farmaci prescelti devono essere commisurati all’intensità del dolore misurato o previsto. Queste indicazioni sono state recepite da tantissime istituzioni, tra le quali l’Agenzia Italiana del Farmaco.

Quindi – e questa va intesa solo come una curiosità – ritenere che l’ibuprofene possa essere collegato alla Covid-19 è – almeno a quanto oggi sappiamo – un effetto di quel problema che in lingua inglese è chiamato “channelling bias” [7]. In italiano potremmo definirlo “pregiudizio di prescrizione”: è più probabile che quello che viene visto come un danno sia causato dalla maggiore gravità dell’infezione per la quale viene prescritto l’ibuprofene, piuttosto che dal farmaco stesso.

In definitiva, quali consigli dobbiamo seguire?

In questo caso, la risposta è facile: quelli del medico di riferimento del Servizio Sanitario Nazionale, che terrà in considerazione le indicazioni del Ministero della Salute: “All’inizio del trattamento della febbre o del dolore in corso di malattia da Covid-19 i pazienti e gli operatori sanitari devono considerare tutte le opzioni di trattamento disponibili, incluso il paracetamolo e i FANS. Ogni medicinale ha i suoi benefici e i suoi rischi, come descritto nelle informazioni del prodotto che devono essere prese in considerazione insieme alle linee guida europee, molte delle quali raccomandano il paracetamolo come opzione di primo trattamento nella febbre e nel dolore” [8].

Una cosa importante da ricordare è che i FANS sono farmaci che vanno utilizzati con prudenza e alla minima dose efficace e per il periodo più breve possibile.

Gli antinfiammatori non steroidei peggiorano il decorso della Covid-19 card

Autore Il Pensiero Scientifico Editore

Il Pensiero Scientifico Editore è tra le più “antiche” case editrici scientifiche italiane. Fondata nel 1946, collabora con le principali istituzioni sanitarie pubbliche del nostro Paese. Ha collaborato per anni col Ministero della salute e con l’AIFA alla produzione del Bollettino di Informazione sui Farmaci. La Provincia Autonoma di Bolzano si avvale del Pensiero Scientifico Editore per la cura del portale della Biblioteca Medica Virtuale e la ASL Roma 1 della Regione Lazio della Biblioteca online Alessandro Liberati. È provider nell’ambito del Programma Nazionale di ECM. Il Pensiero Scientifico Editore cura l’edizione di 20 riviste, parte delle quali pubblicate in collaborazione con società scientifiche, e di circa 30 nuovi libri ogni anno.
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