L’uso del plasma di convalescenza nella Covid-19 è ostacolato da “Big Pharma”?

26 Maggio 2020 di Luca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

“Una cura democratica, a costo zero”. “Il popolo che aiuta il popolo”. “Più potente di un vaccino”. “Non si può non pensare che le industrie farmaceutiche si oppongano a questa terapia”. Il bombardamento di messaggi ha scelto uno dei percorsi preferiti da chi vuole diffondere informazioni non veritiere o troppo enfatiche sulla pandemia: Whatsapp, uno spazio notoriamente a rischio di bufale [1].

Il messaggio che in molti abbiamo ricevuto si apre con una “buona notizia” che si dice sia “arrivata ufficialmente dall’ospedale di Mantova: i morti per Covid-19 sono azzerati da quasi un mese. E viviamo in Lombardia, epicentro dell’epidemia. Ripeto AZZERATI”. Come precisa la redazione di Facta, il messaggio non è breve e spiega “che non si tratta di un miracolo ma dei risultati di un test condotto su pazienti di Covid-19 “quasi dati per spacciati” con il plasma iperimmune, che viene definito una “cura a costo quasi zero” [2]. Cosa c’è di vero nelle tante affermazioni lette nei giorni scorsi sulla stampa o ascoltate in televisione? Ora lo vediamo, come al solito procedendo per gradi. Ma, intanto, una cosa possiamo affermarla con certezza: non è una novità [3].

Cos’è il plasma?

Il plasma è la parte liquida del sangue. È di colore giallo chiaro e composto da circa il 91% di acqua. Costituisce circa il 55% del sangue, mentre l’altro 45% è fatto da globuli rossi, globuli bianchi e piastrine, deputate alla coagulazione. Quando l’organismo è esposto a un virus, la risposta è nella produzione di anticorpi, proteine che possono aiutare a “disattivarlo”, contrastandone l’azione. Questi anticorpi – che un articolo sul New York Times descrive come “l’esercito interno che lavora per sconfiggere gli invasori stranieri” [4] – sono contenuti nel plasma. E, una volta guariti da un’infezione, quegli anticorpi rimangono nel plasma per un certo periodo di tempo, pronti a combattere quel virus qualora tornasse. Il periodo di tempo varia e ogni virus richiede i propri anticorpi.

covid coronavirus icon

Tutte le persone guarite dalla Covid-19 possono donare plasma potenzialmente utile per le persone malate?

Come spiega in una scheda l’Associazione Volontari Italiani del Sangue (AVIS), “i criteri di selezione dei donatori sono molto stringenti e prevedono una determinata quantità di anticorpi specifici che non tutti i convalescenti hanno”. Inoltre, prosegue AVIS, è “molto improbabile pensare di poter guarire tutti i pazienti di coronavirus del mondo attraverso delle trasfusioni di plasma iperimmune che, come detto sopra, deve rispondere a requisiti molto rigidi (…). L’obiettivo adesso è quello di riuscire a ottenere dal plasma dei convalescenti delle immunoglobuline, cioè dei farmaci plasmaderivati ricchi di anticorpi da poter sottoporre ai pazienti. Per raggiungere questo risultato, però, occorrono mesi di ricerca” [5].

Come viene donato il plasma?

La procedura inizia come una normale donazione di sangue, con l’inserimento di un ago in una vena del braccio. Ma, invece di essere pompato in una sacca di sangue, il liquido viene aspirato in una macchina dotata di una centrifuga in cui il plasma viene separato dalle altre componenti sangue. Il plasma è raccolto in un contenitore separato e il sangue prelevato viene restituito al paziente con una soluzione salina grazie all’ago già presente nel braccio. Questo processo si ripete alcune volte fino a quando viene raccolta la giusta quantità di plasma, che varia in base al peso. Gli effetti sul donatore sono per lo più simili a quelli di una normale donazione di sangue: un po’ di vertigini o una sensazione di capogiro, ma nella maggior parte dei casi non accade alcunché. Da una singola donazione si possono ricavare da due a quattro unità di plasma, ciascuna delle quali può essere trasfusa in un paziente malato.

Non si tratta, dunque, di un trattamento nuovo?

Come ha precisato Pierluigi Viale, componente dell’Unità di crisi Covid-19 della Regione Emilia-Romagna e direttore dell’unità operativa di Malattie Infettive del Policlinico Sant’Orsola di Bologna, “parliamo di una risorsa terapeutica nota il cui utilizzo risale a oltre cinquant’anni anni orsono, che si basa sul principio della trasmissione passiva degli anticorpi come strumento terapeutico nei confronti di malattie da infezione. Era già stata sperimentata durante le due precedenti epidemie da coronavirus (Sars e Mers), per cui alcuni gruppi di lavoro l’hanno messa in atto anche nei confronti di Covid-19” [6].

Il plasma di convalescenza dei pazienti guariti dalla Covid-19 può essere utilizzato per la profilassi dell’infezione o per il trattamento della malattia. In una modalità profilattica, il vantaggio della somministrazione di siero convalescente è che può prevenire l’infezione e la successiva malattia in coloro che sono ad alto rischio di malattia, come soggetti vulnerabili con condizioni mediche sottostanti, operatori sanitari e persone con esposizione a casi confermati di Covid-19. La somministrazione passiva di anticorpi per prevenire la malattia è già utilizzata nella pratica clinica [7].

È una terapia che può funzionare?

C’è molta aspettativa su questo trattamento, come del resto possiamo dire su quasi tutte le altre terapie che da alcuni mesi sono proposte per la Covid-19. “Tuttavia”, spiega ancora Viale [6] “i dati di letteratura sono al momento molto scarsi, quasi aneddotici: si riferiscono infatti a meno di venti pazienti, tutti in fase di malattia avanzata e tutti co-trattati con altri farmaci, per cui è difficile trarre conclusioni definitive.  Anche per questa terapia sarebbe necessario mettere in atto uno studio prospettico randomizzato e soprattutto verificarne l’efficacia in fase più precoce di malattia e in assenza di co-trattamenti”.

Un attimo, Dottore: cos’è uno studio randomizzato?

È una sperimentazione che prevede che un intervento – in questo caso si tratterebbe del trattamento con plasma di convalescenza – sia messo a confronto con un altro intervento per stabilirne l’efficacia e la sicurezza. Ecco gli elementi essenziali del “disegno” di uno studio del genere: i pazienti assegnati al trattamento oggetto di studio devono essere paragonabili (in altri termini, “simili”) a quelli che riceveranno il trattamento di confronto e, dunque, non possono essere “più o meno malati”, “più o meno anziani” e così via. Secondo, l’assegnazione del trattamento sperimentale a ciascun paziente deve essere casuale (randomizzato, dall’inglese “random”). Tutti gli studi randomizzati sono anche prospettici, perché i pazienti esposti al trattamento sperimentale e alla terapia di confronto (questi sono definiti “i controlli” e, da qui, lo studio viene anche chiamato “controllato”) sono seguiti nel tempo per osservare l’esito dell’intervento stesso.

Tornando al trattamento della Covid-19 con il plasma di convalescenza, questa situazione di incertezza sui benefici della terapia è stata confermata da uno studio che ha sintetizzato i risultati di tutte le ricerche condotte fino ad oggi. Si tratta di una “revisione sistematica” ed è stata condotta da un gruppo di ricercatori di diversi centri internazionali che fanno parte della Cochrane, un’organizzazione senza scopo di lucro che ha proprio la finalità di sintetizzare le prove che derivano dalla ricerca [8]. Sono stati trovati e analizzati 8 studi già conclusi e 32 ancora in corso. Per lo più, si tratta di ricerche molto poco rigorose dal punto di vista metodologico, che hanno arruolato pochi pazienti che spesso soffrivano di malattie concomitanti alla Covid-19: per queste e altre ragioni, la qualità dei risultati è stata giudicata molto bassa e, pertanto, da considerare con molta prudenza. In definitiva, dai risultati degli studi disponibili non si sa né se la “cura” riduca la mortalità dei pazienti con Covid-19, né se migliori i sintomi della malattia.

Se i dati sono questi, perché se ne parla come di una terapia “miracolosa”?

Secondo la ricostruzione effettuata dai giornalisti di Valigia Blu, “a metà marzo, poco meno di un mese dal primo caso ufficiale di contagio locale a Codogno, viene avviato anche in Italia il primo protocollo con l’obiettivo di poter realizzare questa sperimentazione per aiutare i casi più gravi malati da Covid-19. Si tratta di un’intesa firmata da una serie di centri regionali, fra cui l’Asst (l’ex Asl) di Mantova e il Policlinico San Matteo di Pavia” [9]. Ma l’informazione circa l’azzeramento dei decessi nell’ospedale della provincia lombarda è priva di fondamento, ha precisato la redazione di Facta: “Non ne si trova traccia sul sito dell’Asst Mantova e non è stata confermata dall’ospedale contattato” [2].

In Italia, le istituzioni hanno avviato uno studio sull’uso di plasma di convalescenza per il trattamento della Covid-19?

È stato autorizzato dal comitato etico dell’INMI “L. Spallanzani” lo studio TSUNAMI (acronimo di TranSfUsion of coNvaleScent plAsma for the treatment of severe pneuMonIa due to SARS-CoV-2), uno studio nazionale comparativo randomizzato per valutare l’efficacia e il ruolo del plasma ottenuto da pazienti convalescenti da Covid-19. Il parere unico rilasciato dal comitato etico dello Spallanzani ha validità immediata su tutto il territorio nazionale. Lo studio, attivato su indicazione del Ministero della Salute, è promosso dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’Agenzia Italiana del Farmaco e vede al momento coinvolti 56 centri, distribuiti in 12 Regioni. La sperimentazione garantisce un approccio unico e uniforme alla terapia con il plasma dei convalescenti e consentirà di ottenere evidenze scientifiche solide sul ruolo di questa strategia terapeutica e di fornire, in modo univoco, trasparente e in tempi rapidi, informazioni e risposte alle domande sulla sua sicurezza ed efficacia.

Come si muovono le altre nazioni?

Già il 23 marzo, il governatore di New York Andrew Cuomo ha annunciato il piano di utilizzo del plasma convalescente per aiutare la risposta nello Stato, che ha più di 25.000 infezioni, con 210 morti. “Pensiamo che sia promettente”, ha detto [11]. La Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha pubblicato delle raccomandazioni per l’uso del plasma che riguardano le caratteristiche dei pazienti guariti che possono essere donatori, la raccolta del plasma, la conservazione dei dati riguardanti il trattamento effettuato [12].

In Francia, il ricorso al plasma di convalescenza è per ora permesso solo nell’ambito di sperimentazioni cliniche [13].

Per tornare alla domanda iniziale: l’uso del plasma di convalescenza è ostacolato dalle industrie farmaceutiche?

Assolutamente no.

Per sapere se questa cura possa realmente funzionare, dobbiamo sperare di poter disporre presto di dati affidabili e raccolti in modo rigoroso su un ampio numero di pazienti. Sappiamo anche che non è semplice trovare i donatori idonei, la donazione di plasma non può essere troppo frequente e le procedure sono comunque abbastanza complesse in termini di sicurezza.card uso plasma di convalescenza nella Covid19 ostacolato Big Pharma

Autore Luca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

Luca De Fiore è stato presidente della Associazione Alessandro Liberati – Network italiano Cochrane, rete internazionale di ricercatori che lavora alla produzione di revisioni sistematiche e di sintesi della letteratura scientifica, utili per prendere decisioni cliniche e di politica sanitaria (www.associali.it). È direttore del Pensiero Scientifico Editore. Dirige la rivista mensile Recenti progressi in medicina, indicizzata su Medline, Scopus, Embase, e svolge attività di revisore per il BMJ sui temi di suo maggiore interesse: conflitti di interesse, frode e cattiva condotta nel campo della comunicazione scientifica. Non ha incarichi di consulenza né di collaborazione – né retribuita né a titolo volontario – con industrie farmaceutiche o alimentari, di dispositivi medici, produttrici di vaccini, compagnie assicurative o istituti bancari.
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Bibliografia