C’è ancora la peste?

8 Ottobre 2026 di Roberta Villa

Dal 2019 al 2025, si sono verificati quasi 4.000 casi sospetti o confermati di peste, con oltre 400 decessi, in 10 Paesi del mondo. La maggior parte delle segnalazioni proviene dal continente africano, soprattutto dal Madagascar e dalla Repubblica Democratica del Congo, seguito dall’Asia e dal Sud America [1]. Anche nell’Ovest degli Stati Uniti, comunque, se ne contano in media 7 casi l’anno, in particolare in New Mexico e in Arizona [2].

Il miglioramento delle condizioni igieniche, il controllo dei roditori e dei parassiti e la sorveglianza sanitaria hanno ridotto molto le occasioni di contagio rispetto a un tempo, ma non è corretto pensare alla peste come a una malattia del passato. Anzi, l’aumento del numero dei casi negli ultimi decenni ha portato a considerarla una “malattia riemergente” [3, 4].

Le cause sono le stesse che favoriscono altre zoonosi, cioè malattie trasmesse agli esseri umani da bacini animali: deforestazione, cambiamenti climatici, guerre e carestie aumentano le occasioni di contatto con animali selvatici che ospitano germi patogeni. Più spesso si tratta di virus, ma nel caso della peste l’agente responsabile è un batterio, Yersinia pestis.

Dottore, ma come ci si infetta?

Molte specie di roditori possono ospitare Yersinia pestis, per lo più come portatori sani, senza sviluppare sintomi gravi. Per questo, con i mezzi di cui attualmente disponiamo, non si può pensare di eradicare la peste come si è fatto con il vaiolo umano, che si trasmetteva solo tra le persone. Nelle aree colpite, il germe si può trovare infatti nei ratti, tra cui il surmolotto (Rattus norvegicus, detto anche “ratto delle chiaviche” o “pantegana”), che vive nelle fogne dei centri urbani, ma anche nei gerbilli, roditori diffusi in Africa e in Asia, nelle marmotte delle steppe e delle montagne dell’Asia centrale, o in alcuni scoiattoli e cani della prateria del Nord America [5].

Quando le pulci si nutrono del sangue di questi roditori, possono infettarsi e trasmettere poi il batterio agli esseri umani che pungono [6]. Superata la barriera cutanea attraverso il morso della pulce, il microrganismo viene trasportato nel o nei linfonodi più vicini, dove si moltiplica e scatena una forte reazione infiammatoria, con febbre alta, mal di testa, dolori diffusi e tutti i segni aspecifici di una grave infezione.

In corrispondenza dei linfonodi colpiti si formano perciò i cosiddetti “bubboni”, formazioni gonfie e dolenti, da cui prende il nome la forma più comune della malattia, la “peste bubbonica”, appunto. In assenza di cure antibiotiche efficaci, il germe può passare nel sangue del paziente, compromettendo i principali organi: si parla allora di “peste setticemica”.

La terza forma di malattia, detta “peste polmonare”, può essere un’evoluzione della forma bubbonica, ma più spesso si contrae per inalazione diretta del batterio, senza l’intervento delle pulci. Può trasmettersi respirando a stretto contatto con i liquidi biologici del malato, attraverso le goccioline emesse con i colpi di tosse o gli starnuti, oppure per manipolazione degli animali infetti (roditori, ma anche gatti) e delle loro carni. È comunque molto meno contagiosa dei più comuni virus respiratori, SARS-CoV-2 compreso.

Dottore, ma la peste resistente può essere un’arma biologica?

A differenza delle malattie virali, la peste può essere curata con antibiotici comuni. La terapia va però iniziata entro 24 ore dal contagio, prima che si creino danni irreversibili agli organi, e deve essere accompagnata da adeguate misure di supporto vitale. Anche a queste condizioni, si stima una letalità che può raggiungere il 5% per la forma bubbonica e il 10% per quella polmonare.

Prima dell’era antibiotica la peste arrivava a uccidere fino a oltre la metà delle persone colpite dalla forma bubbonica, mentre per la peste polmonare non c’erano praticamente speranze di guarigione. Per questo, fin dall’antichità la peste è stata usata come arma biologica, per scatenare epidemie nel campo avversario e decimarne gli eserciti. Ancora nella Seconda Guerra Mondiale l’esercito giapponese ne ha fatto uso durante l’occupazione della Manciuria, e durante la Guerra Fredda le grandi potenze hanno continuato a prendere in considerazione l’ipotesi di usarla a questo scopo, o di doversi un giorno difendere dall’uso che avrebbe potuto farne un nemico, per esempio mettendo a punto trattamenti o vaccini [7].

In vista di un possibile attacco biologico con questo o altri batteri, gli Stati Uniti conservano milioni di dosi di antibiotici, ma, come sempre più spesso accade a molti microbi, anche alcuni ceppi di Yersinia pestis hanno purtroppo sviluppato una resistenza a molti farmaci [8]. Il fenomeno è stato segnalato soprattutto in Madagascar, dove ogni anno si verifica il maggior numero di casi, e sembra legato soprattutto al passaggio tra i batteri di anelli di materiale genetico, detti plasmidi [9].

Questi ceppi resistenti, aggirando la protezione fornita dagli antibiotici, e in assenza di un vaccino sicuro ed efficace (su cui però si continua a lavorare), riportano Yersinia pestis tra i possibili strumenti da usare nel corso di un attacco biologico.

In teoria, il Regno Unito ha dichiarato di aver interrotto il suo programma di biosicurezza a scopo offensivo già negli anni Cinquanta, mentre gli Stati Uniti avrebbero dismesso questo tipo di ricerca nel 1969 e la Comunità degli Stati Indipendenti nel 1992, subito dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. In pratica, però, la cessazione delle attività riguarda in maniera specifica la messa a punto di agenti e vettori da usare ai fini offensivi. L’impegno non sempre si è esteso allo studio di questi stessi agenti finalizzato a non farsi trovare impreparati e potersi difendere in caso di eventuali attacchi da parte di gruppi terroristici o di Paesi ostili.

È questo un tipico caso di ricerca “dual use”, i cui risultati possono essere sfruttati sia con buoni sia con cattivi fini. Al di là dell’opinione che si può avere sull’opportunità o meno di portare avanti questo tipo di esperimenti, con germi pericolosi come quello della peste è fondamentale che, per evitare incidenti, tutto si svolga applicando rigorosamente i protocolli di sicurezza e attenendosi a criteri di trasparenza che permettano, nel caso, di limitarne i danni.

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Autore Roberta Villa

Giornalista pubblicista laureata in medicina, Roberta Villa ha collaborato per più di vent’anni con le pagine di Salute del Corriere della Sera e con molte altre testate cartacee e online, italiane e internazionali. Negli ultimi anni ha approfondito il tema delle vaccinazioni, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della comunicazione, anche in risposta a bufale e fake news. Sul tema della comunicazione della scienza è attualmente impegnata nel progetto europeo QUEST come research fellow dell’Università di Ca’Foscari a Venezia. Insieme ad Antonino Michienzi è autrice dell’e-book “Acqua sporca” (2014), un’inchiesta sul caso Stamina disponibile gratuitamente online. Ha scritto “Vaccini. Il diritto di non avere paura” (2017), distribuito in una prima edizione con il Corriere della Sera e in una seconda (2019) per il Pensiero scientifico editore. È molto attiva sui social network (Youtube, Instagram, Facebook) su cui sta sperimentando un approccio semplice e confidenziale alla divulgazione.
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