L’ADHD è una moda?

7 Ottobre 2026 di Rosa Revellino (Oi-Kos)

Donna adulta e vambina sul divano di casa. La donna sembra stressata, ha accanto la bambina che fa la verticale.Se ne parla a scuola, sui social, nelle interviste a personaggi famosi. Sempre più adulti raccontano di aver ricevuto una diagnosi e online circolano elenchi di comportamenti in cui è facilissimo riconoscersi: distrarsi mentre qualcuno parla, rimandare, dimenticare un appuntamento, cominciare mille cose senza finirle.

Viene spontaneo chiedersi se l’ADHD non sia diventato, semplicemente, una moda.

Dottore, ma che cos’è esattamente l’ADHD?

ADHD è la sigla inglese del disturbo da deficit di attenzione e iperattività. È un disturbo del neurosviluppo, cioè una condizione legata al modo in cui si sviluppa il cervello, che si manifesta fin dall’infanzia con difficoltà persistenti di attenzione, oppure di iperattività e impulsività, o con entrambe. In molti casi accompagna la persona anche in età adulta [1].

La parola chiave è funzionamento. Tutti ci distraiamo, rimandiamo o perdiamo le chiavi. Si parla di ADHD solo quando queste difficoltà ci sono da tempo, compaiono in più ambiti della vita, a casa come a scuola o al lavoro, e sono abbastanza importanti da ostacolare lo studio, il lavoro o le relazioni [1,2].

Però una volta non se ne sentiva parlare. Non è un disturbo recente?

Uomo al computer con in mano fidget toy. Appare concentrato e affaticato durante il lavoroTutt’altro. Descrizioni molto simili a quelle dell’ADHD si trovano nei libri di medicina già alla fine del Settecento. Nel 1775 il medico tedesco Melchior Adam Weikard descriveva persone facilmente distraibili, superficiali e incostanti nel portare a termine ciò che iniziavano [3]. Nel 1798 lo scozzese Alexander Crichton parlava di una “irrequietezza mentale” che impediva di concentrarsi a lungo e che poteva comparire fin dalla prima infanzia. Nel 1902 il pediatra inglese George Still descrisse sulla rivista The Lancet un gruppo di bambini intelligenti ma incapaci di mantenere l’attenzione e di controllare i propri impulsi [4].

Nel corso del Novecento il disturbo ha cambiato più volte nome, fino a quello attuale, adottato alla fine degli anni Ottanta. Quelle descrizioni antiche non coincidono perfettamente con i criteri di oggi, ma, come sintetizza una rassegna storica pubblicata nel 2015, l’ADHD «non è un’invenzione moderna» [5]. Sono cambiati i nomi e la capacità di riconoscerlo, non il fatto che esista.

Allora perché oggi tanti adulti scoprono di averlo?

Prima di tutto, non si diventa ADHD da adulti. L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo: le sue radici sono nell’infanzia, anche quando nessuno le ha notate. Quello che cambia nel tempo è la traiettoria evolutiva, cioè il modo in cui le caratteristiche di una persona incontrano, anno dopo anno, le richieste dell’ambiente [6].

Per molto tempo l’ADHD è stato considerato un problema dei bambini, soprattutto dei maschi più vivaci. Una bambina disattenta ma tranquilla, un ragazzo brillante che compensava con l’impegno, una famiglia e una scuola capaci di fare da impalcatura: in tutti questi casi le difficoltà possono restare sotto la soglia per anni. Emergono quando quell’impalcatura viene meno e le richieste aumentano, con l’università, un lavoro pieno di scadenze, una casa e dei figli da gestire. Una diagnosi a 35 anni, quindi, non significa che il disturbo sia comparso a 35 anni, ma che una traiettoria iniziata nell’infanzia non era stata riconosciuta.

E nell’adulto l’ADHD si presenta come nei bambini?

Non proprio. L’iperattività più evidente, quella del bambino che non riesce a stare seduto, spesso con la crescita si attenua o si trasforma in un’irrequietezza interiore, una fatica a rilassarsi e a “stare fermi con la testa”. Restano più spesso le difficoltà di attenzione, di organizzazione e di gestione del tempo: scadenze mancate, attività iniziate e mai concluse, la sensazione di rincorrere sempre la giornata [1,6]. Anche per questo nell’adulto l’ADHD si riconosce meno facilmente: si vede poco, ma si vive molto.

Si stima che circa il 2,6% degli adulti nel mondo abbia un ADHD presente fin dall’infanzia; la percentuale sale quando si considerano solo i sintomi attuali, senza verificare quelli dei primi anni di vita [7]. Il fatto che se ne parli di più e che aumentino le diagnosi non dimostra, da solo, che l’ADHD sia diventato più frequente. Può voler dire che oggi lo si riconosce meglio e, in qualche caso, anche che lo si attribuisce con troppa facilità [6].

Proprio perché le radici sono nell’infanzia, la valutazione di un adulto passa sempre dalla ricostruzione della sua storia: com’era a scuola, che cosa ricordano i genitori, che cosa dicevano le pagelle. Se le difficoltà sembrano comparire solo in età adulta, i clinici valutano con particolare attenzione altre possibili spiegazioni, come ansia, depressione, disturbi del sonno o uso di sostanze, che possono dare sintomi simili [8].

E i social? Non ci stanno facendo sentire tutti un po’ ADHD?

Il rischio c’è e va preso sul serio. I social hanno avuto un merito: hanno portato questi temi fuori dagli ambulatori e hanno aiutato molte persone a dare un nome alle proprie difficoltà e a chiedere aiuto. Ma un video di pochi secondi trasforma facilmente un quadro clinico complesso in un elenco di comportamenti in cui chiunque può riconoscersi. Quando alcuni ricercatori hanno analizzato i 100 video più popolari su TikTok dedicati all’ADHD, hanno giudicato fuorviante più della metà dei contenuti e utile soltanto uno su cinque [9].

Riconoscersi in un video può far nascere una domanda legittima, ma non equivale a una diagnosi.

Se mio figlio mi dice «penso di avere l’ADHD», che cosa devo fare?

Bambina si copre le orecchie con le mani in un momento di disagioPrima di tutto ascoltarlo. Rispondere «sono cose che hai visto su internet» rischia di chiudere una conversazione importante, mentre dargli subito ragione significa arrivare troppo in fretta a una conclusione. Meglio chiedergli che cosa glielo ha fatto pensare, quali difficoltà incontra, da quanto tempo e quanto pesano sulla scuola e sulle amicizie. Lo stesso vale quando il dubbio nasce dai genitori.

Il primo interlocutore è il pediatra o il medico di famiglia, che potrà indirizzare, se necessario, ai servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. Anche gli insegnanti possono offrire osservazioni preziose: la scuola non fa diagnosi, ma vede il bambino ogni giorno in un contesto impegnativo.

Come sottolinea la Dott.ssa Laura Reali, Pediatra, Past President della Confederazione Europea dei Pediatri delle Cure Primarie (ECPCP), da sempre in prima linea a livello nazionale e internazionale per la salute dell’infanzia, la tutela dell’allattamento e la sostenibilità ambientale e membro del Comitato Scientifico di Fondazione Irene ETS, che promuove la campagna di sensibilizzazione sull’ADHD «Immagina Sé», patrocinata dalla Regione Lazio [10]: «L’ADHD è un disturbo reale, non una moda. I farmaci, quando indicati, sono fondamentali in un percorso che comprenda interventi comportamentali e coinvolga famiglia e scuola: curare un bambino significa aiutarlo a imparare, costruire relazioni e sviluppare fiducia nelle proprie capacità. L’ADHD può persistere nell’età adulta: occorre preparare il passaggio ai servizi per adulti e garantire continuità nell’assistenza. I social possono aiutare a riconoscere una difficoltà e a chiedere aiuto, purché conducano a una valutazione competente e a cure appropriate.»

Esiste un test per capire se si ha l’ADHD?

No. Non esiste un singolo test, questionario o esame che da solo possa stabilirlo. I questionari di screening, anche quando validati, non consentono da soli una diagnosi. La diagnosi richiede una valutazione clinica da parte di professionisti esperti, che ricostruiscono la storia della persona fin dall’infanzia, raccolgono informazioni da più fonti, come la famiglia e la scuola, e verificano che le difficoltà non siano spiegate meglio da altro, come ansia o disturbi del sonno [1,2]. È un percorso che richiede tempo, ed è giusto che sia così: diffidare di chi promette una diagnosi in pochi minuti è già un buon primo passo.

Una diagnosi non rischia di diventare un’etichetta?

Il rischio esiste, ma spesso accade il contrario. Chi ha l’ADHD e non lo sa cresce di frequente con la sensazione di essere pigro, svogliato, «uno che non si impegna», e da adulto può arrivare a pensare di essere semplicemente «fatto così».

Riconoscere l’ADHD, quando c’è, serve a dare un significato alle difficoltà senza trasformarle in un giudizio sul valore della persona o sulle capacità della famiglia. Non vuol dire rinunciare a regole e obiettivi, ma capire che per raggiungerli possono servire strategie, tempi e supporti diversi.

E noi genitori? A volte ci sentiamo sbagliati.

È un vissuto molto comune, e merita attenzione quanto i sintomi. Molti genitori raccontano di sentirsi inadeguati quando ciò che funziona con altri bambini, a volte persino con un altro figlio, con il proprio non funziona. Le note della scuola, gli sguardi al parco, i commenti di parenti e conoscenti («è solo viziato», «ci vorrebbe più polso») possono alimentare nel tempo senso di colpa, stanchezza e isolamento.

L’ADHD non è il risultato di un’educazione sbagliata [1], e cercare un colpevole serve a poco. Può essere più utile cambiare domanda: non soltanto «che cosa stiamo sbagliando?», ma «come funziona nostro figlio, quali richieste lo mettono più in difficoltà e quali strumenti possono aiutarlo?». Anche per i genitori chiedere aiuto è legittimo: parlarne con il pediatra, con altri genitori o con associazioni dedicate può alleggerire un carico che spesso si porta da soli.

Dottore, allora come dovremmo parlarne?

Adolescente con al collo delle cuffie, affaticato alla scrivania durante lo studioL’ADHD è una condizione reale, descritta da oltre due secoli, che può pesare molto sulla scuola, sul lavoro, sulle relazioni e sull’autostima. A essere cambiata è la sua visibilità, e questa è un’opportunità se porta a informazioni corrette e a diagnosi appropriate. Diventa un problema quando ogni distrazione si trasforma in un’etichetta, oppure quando il timore della «moda» porta a sminuire le difficoltà reali di bambini, adulti e famiglie.

Il punto di partenza resta lo stesso: prendere sul serio le domande e cercare le risposte insieme a professionisti competenti, non in un video di trenta secondi.

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Autore Rosa Revellino (Oi-Kos)

Rosa Revellino è giornalista e si occupa di comunicazione sanitaria e neurodivergenze. Laureata in Lettere e in Scienze e tecniche psicologiche, ha maturato esperienza nell’ambito della linguistica medica e della ricerca sui linguaggi della salute. Fa parte del gruppo Remedia – Lingua/Medicina/Malattia dell’Università di Torino.
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Bibliografia