Chi trova un amico trova un tesoro?

5 Ottobre 2026 di Benedetta Ferrucci (Pensiero Scientifico Editore)

È un proverbio antico, ma negli ultimi quindici anni la ricerca scientifica lo ha preso sul serio. Non si tratta solo di stare bene con la mente: decine di studi epidemiologici, alcuni condotti su milioni di persone, collegano la qualità delle relazioni sociali al rischio di ammalarsi e di morire prematuramente.

“Avere amici” non è un farmaco che si possa dosare con precisione, e distinguere la causa dall’effetto non è semplice. Vediamo però cosa dicono davvero gli studi in merito.

Dottore, è vero che le relazioni sociali influenzano la salute fisica, e non solo l’umore?

Sì, con una precisazione importante: gli studi scientifici non misurano quasi mai “l’amicizia” isolatamente, ma un insieme più ampio di legami – famiglia, partner, amici, comunità – che viene definito “integrazione sociale”, e i suoi opposti, cioè l’isolamento sociale (la mancanza oggettiva di contatti) e la solitudine (il vissuto soggettivo di sentirsi soli).

Una delle analisi più citate in materia ha raccolto i dati di 148 studi, per un totale di oltre 308.000 persone seguite in media per 7 anni e mezzo: chi aveva relazioni sociali più solide presentava una probabilità di sopravvivenza superiore del 50% rispetto a chi aveva relazioni scarse o insufficienti, un effetto paragonabile a quello di smettere di fumare [1].

E quanto pesano, al contrario, la solitudine o l’isolamento?

Una revisione sistematica pubblicata nel 2023, che ha messo insieme i dati di 90 studi di coorte condotti su oltre 2,2 milioni di persone, ha stimato che l’isolamento sociale è associato a un aumento del 32% del rischio di morte per qualsiasi causa, e la solitudine percepita a un aumento del 14% [2].

Su scala globale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che la solitudine cronica sia associata a circa 871.000 decessi ogni anno nel mondo, un impatto sulla salute che il rapporto paragona a quello del fumo di 15 sigarette al giorno [3]. Anche l’Istituto Superiore di Sanità richiama questi dati, sottolineando che una rete di relazioni solide può aumentare fino al 50% le probabilità di vivere più a lungo [4]. Ne abbiamo parlato anche nella scheda “La solitudine fa male alla salute?”).

Va detto comunque che si tratta soprattutto di studi osservazionali, e che le condizioni socio-economiche sono un fattore concomitante reale, poiché la povertà riduce le occasioni di vita sociale ed è, di per sé, associata a una salute peggiore. Questo però non significa che l’isolamento sia solo un riflesso della povertà: quando gli studi correggono statisticamente per reddito, istruzione o patrimonio, l’associazione tra isolamento e mortalità quasi sempre si riduce ma non scompare, restando un fattore di rischio a sé stante [5].

Dottore, ma come fanno le amicizie a “proteggere” la salute, in pratica?

Il meccanismo più intuitivo è quello dei comportamenti quotidiani: chi ha una rete sociale attiva tende a muoversi di più, mangiare in modo più regolare ed evitare comportamenti a rischio come il fumo o l’alcol in eccesso [6].

C’è poi un canale più diretto, di tipo biologico. Una revisione della letteratura, condotta su 81 studi, ha mostrato che il supporto sociale percepito è associato a un profilo più favorevole del sistema cardiovascolare, endocrino e immunitario: chi si sente sostenuto da altre persone tende ad avere una risposta allo stress meno intensa e prolungata, con livelli più contenuti di cortisolo, l’ormone dello stress, e una minore attivazione dei processi infiammatori collegati a diverse malattie croniche [7]. È un meccanismo plausibile, ma va detto che gran parte di questi studi è di natura correlazionale: mostrano un’associazione, non necessariamente una sequenza causale certa.

Un terzo meccanismo è il “contagio” delle abitudini all’interno delle reti sociali. Nello storico studio di Framingham, che ha seguito per 32 anni la rete di relazioni di una comunità del Massachusetts, la probabilità che una persona diventasse obesa aumentava del 57% se un amico stretto lo diventava nello stesso periodo di osservazione, un effetto che si manteneva anche tra amici che vivevano a grande distanza geografica [8].

Vale però anche il contrario: la stessa logica di influenza reciproca può favorire abitudini più sane quando è il gruppo di amici a orientarsi verso comportamenti protettivi (ne abbiamo parlato più nel dettaglio nella scheda “Per dimagrire dovrei avere amici magri?”).

Dottore, conta più il numero di amici o la qualità del rapporto?

Secondo le indicazioni cliniche disponibili, conta soprattutto la qualità: avere pochi legami stretti e affidabili sembra fare più bene, per il senso di appartenenza e di sostegno che offre, rispetto ad avere una rete ampia ma superficiale di conoscenze [6].

Se ci si sente soli nonostante i contatti sociali, o se la solitudine dura da tempo ed è accompagnata da disturbi del sonno, ansia o calo dell’umore, è opportuno parlarne con il proprio medico di medicina generale, che può valutare la situazione ed eventualmente indirizzare verso un supporto psicologico.

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Autore Benedetta Ferrucci (Pensiero Scientifico Editore)

Benedetta Ferrucci lavora dal 2001 come Web Content Editor presso Il Pensiero Scientifico Editore/Think2it, dove si occupa di tradurre informazioni scientifiche in contenuti chiari e accessibili per siti di informazione medica, riviste online e progetti di formazione a distanza per professionisti sanitari.
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