Il virus Nipah è da molti anni uno degli agenti infettivi che l’Organizzazione Mondiale della Sanità tiene d’occhio come possibile causa di una futura, grave pandemia, ma per il momento il rischio che ciò accada resta basso [1, 2].
Individuato per la prima volta alla fine del secolo scorso in Malesia, causa, di tanto in tanto, piccoli focolai epidemici, soprattutto in India e Bangladesh, ma anche nelle Filippine e a Singapore. È trasportato, infatti, anche a notevoli distanze, dai grandi pipistrelli del genere Pteropus, detti “volpi volanti”, che rappresentano il principale serbatoio naturale dell’infezione. Da questi animali non è raro che si verifichino “spillover”, cioè passaggi del virus agli esseri umani, per lo più tramite la frutta o la linfa di palma di cui si nutrono e con i cui resti contaminati le persone possono venire a contatto [3, 4].
Dottore, ma il virus Nipah si trasmette tra gli esseri umani?
Il virus rappresenta una possibile minaccia pandemica anche perché è in grado di trasmettersi tra le persone, anche se per fortuna lo fa con difficoltà. I casi più recenti, che si sono verificati nei pressi della capitale Kolkata (Calcutta), nello stato del Bengala Occidentale, hanno riguardato per esempio personale sanitario, più esposto al contatto con liquidi biologici di persone ammalate.
Le rigide misure di isolamento messe in atto dalle autorità sanitarie indiane, che nell’ultimo focolaio hanno riguardato un centinaio di persone, hanno però permesso di confinare l’emergenza, mentre altri Paesi asiatici già stavano reintroducendo negli aeroporti controlli severi per proteggersi dal rischio di importare il virus [5].
Come per altri agenti infettivi considerati “sorvegliati speciali” (per esempio il virus dell’influenza aviaria H5N1) nessuno può infatti escludere che la scarsa capacità del virus Nipah di trasmettersi tra le persone possa cambiare nel tempo. Ciò renderebbe molto più difficile di oggi il controllo dei focolai di infezione umana, anche perché l’infezione può provocare encefaliti letali ma non di rado si manifesta con sintomi respiratori lievi o passa sottotraccia in forma del tutto asintomatica. Come abbiamo visto durante l’ultima pandemia da Covid-19, questo è un fattore che facilita molto la diffusione del virus, mentre la diffusione di infezioni che causano sempre malattie gravi, come ebola o SARS-1, si riesce a delimitare meglio.
Dottore, ma come si manifesta un’infezione da virus Nipah?
L’infezione da virus Nipah compare da 3 a 14 giorni dal contagio. Può essere asintomatica, può provocare disturbi respiratori banali come quelli di un raffreddore o può causare una sindrome di tipo influenzale, con febbre, tosse, affaticamento. Più raramente, il virus riesce a penetrare nel sistema nervoso centrale e a causare un’encefalite, che si manifesta con confusione, convulsioni, perdita di coscienza e coma, con una letalità stimata tra il 40 e il 75%.
Come sempre, in questi casi, si tratta di numeri approssimativi. Ciò sia per il piccolo numero di casi osservati finora, sia per l’impatto che può avere sulla sopravvivenza la scarsa disponibilità di strutture di terapia intensiva nei Paesi colpiti, sia perché la variabile gravità dell’infezione impedisce di stabilire con certezza il numero di casi totali di infezione su cui quantificare i decessi.
Tra il 1998 e il 1999, quando il virus ha scatenato un’epidemia di encefalite tra gli allevatori di maiali di Sungai Nipah, in Malesia, luogo da cui ha preso nome, si sono registrati 265 casi e 108 morti. In quel caso furono i maiali infetti a trasportare l’infezione da una fattoria all’altra. Anche loro si ammalarono gravemente, e fu necessario sacrificarne più di un milione. Nell’ultimo focolaio solo due casi hanno ricevuto una conferma di laboratorio e l’infezione non si è diffusa oltre le mura dell’ospedale.
Dottore, ma l’infezione si previene o cura?
Purtroppo, per il momento, non esistono cure specifiche per un’infezione da Nipah virus, se non i trattamenti di supporto vitale necessari a superare la fase più critica. Per la prevenzione è appena stata presentata la fase 1 di sperimentazione di un primo, possibile, vaccino, che sembra sicuro e capace di indurre una risposta immunitaria, ma ci vorrà tempo prima che sia eventualmente approvato [6].
La prevenzione deve quindi basarsi soprattutto sull’educazione degli abitanti delle zone a rischio e dei turisti che vi si recano: occorre stare attenti soprattutto nelle zone vicine alle foreste, stando alla larga dai pipistrelli, evitando le bevande crude a base di linfa di palma (“palm sap”), lavando bene la frutta e non consumandola se presenta segni di morsi.
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