Si è considerati un giocatore d’azzardo anche facendo una schedina?

14 Febbraio 2020 di Rebecca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

Negli ultimi anni il gioco d’azzardo in Italia ha assunto dimensioni rilevanti portando a riflettere sul rischio di una vera e propria dipendenza comportamentale che corre una parte consistente della popolazione. Con l’espressione “dipendenza comportamentale” si intende un’alterazione del comportamento per cui una normale abitudine si trasforma in una ricerca esagerata e continua di piacere. A correre questo rischio sarebbero soprattutto le persone più vulnerabili, per esempio gli adolescenti e gli anziani. Secondo il Rapporto realizzato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa, infatti, i giocatori d’azzardo nella popolazione adulta sono in aumento (la popolazione adulta comprende le persone di età tra i 15 e i 64 anni. Se nel corso del 2014 hanno giocato d’azzardo almeno una volta 10 milioni di italiani (27,9% della popolazione), nel 2017 erano oltre 17 milioni (42,8%) [1]. L’Istituto Superiore di Sanità ha presentato il 18 ottobre del 2018 una parte della prima ricerca epidemiologica sul gioco d’azzardo, che uscirà completa nei prossimi mesi: il primo dato che emerge è che nel corso del 2017 ha giocato d’azzardo il 36,4% degli italiani, circa 18.450.000 persone. Con “ricerca epidemiologica” si intende uno studio che approfondisce la frequenza e la distribuzione di un fenomeno nella popolazione (età, area geografica, genere maschile o femminile, ecc.).
Occorre però precisare che nell’ambito del gioco d’azzardo vengono distinte diverse tipologie di giocatori. Il giocatore sociale considera il gioco come un’occasione per stare con gli amici e divertirsi ed è capace di controllare i propri impulsi. Il giocatore problematico, pur non essendo ancora affetto da una vera e propria malattia, soffre di problemi sociali da cui fugge o per i quali cerca una soluzione attraverso il gioco. Il giocatore patologico sente il bisogno di quantità crescenti di denaro per ottenere l’eccitazione desiderata e, dopo aver perduto denaro al gioco d’azzardo, spesso ritenta la fortuna. Lo stesso giocatore patologico può essere irrequieto o irritabile se tenta di ridurre la frequenza del gioco o se prova a smettere di giocare d’azzardo. Può anche mettere in pericolo o perdere una relazione significativa, il lavoro, un’opportunità di studio e di carriera a causa del gioco d’azzardo [2].

Dottore, c’è una cura per il gioco d’azzardo?

La patologia da gioco d’azzardo è diversa per diversi aspetti dalle dipendenze da sostanze e richiede un tipo di trattamento particolare. Ai classici strumenti terapeutici, come la psicoterapia individuale o di gruppo, è necessario accompagnare modalità innovative di intervento. “La fase terapeutica è molto difficile: se sei dipendente da sostanze può essere utile creare un contesto ad hoc che ti allontani dalle sostanze, ma nel gioco d’azzardo è quasi impossibile. La molteplicità dei messaggi e la possibilità di non allontanarti da questo mondo sono molto alte, ovunque ti giri ci sono messaggi che ti riportano nel mondo da cui vorresti allontanarti. Questo è uno dei limiti oggettivi. L’altro è che tante persone non hanno ancora compreso che non è solo un vizio che si sviluppa in momenti difficili, ma una patologia”, afferma Gaetano Manna, direttore nella Regione Piemonte delle attività territoriali della patologia delle dipendenze e della psicologia sanitaria nell‘ambito della prevenzione, presa in carico, cura e reinserimento socio-lavorativo dei soggetti.
Innanzitutto, quindi, l’approccio deve prevedere la cooperazione di diverse figure professionali, non solo psicologi o educatori ma anche avvocati e consulenti finanziari. “Bisogna pensare anche alla gestione di tutto quello che sta attorno alla persona che ha una dipendenza dal gioco: bisogna lavorare con la famiglia, aiutandola a sanare i disastri relazionali che sono stati messi in atto, e occorre rieducare la persona all’utilizzo del denaro. Va poi considerato il versante amministrativo, in cui ci si preoccupa di risanare il debito, e quello legale, perché molto spesso queste persone si sono messe nei guai con la giustizia. La prima urgenza vissuta dai giocatori d’azzardo patologici è quella del debito, quindi se incontrano un servizio che non si occupa di questo aspetto rischiano di non sentirsi coinvolti e di non iniziare il percorso di cura”, commenta Paolo Jarre, Presidente della sezione regionale Piemonte e Valle d‘Aosta della Società Italiana Tossicodipendenze. Per questo, può essere utile rivolgersi alla Azienda sanitaria (ASL) di riferimento, che indirizzi verso un servizio quanto più multidisciplinare possibile.
Per quanto riguarda il trattamento farmacologico, invece, le terapie sono generalmente rivolte al controllo di caratteristiche come l’impulsività o la compulsività, vale a dire quell’insieme di comportamenti o pensieri incontrollabili e ossessivi che portano a ripetere all’infinito le stesse azioni. Tuttavia, oggi, non vi sono medicinali approvati con l’indicazione esplicita del trattamento del gioco d’azzardo da parte delle autorità che regolano l’immissione in commercio di farmaci. Sono, infatti, ancora poco conosciuti i meccanismi per i quali alcuni medicinali riducono la sintomatologia nel disturbo da gioco d’azzardo e ancora non è chiaro come terapie specifiche potrebbero avere una maggiore efficacia a seconda del grado di gravità del disturbo.

Posso fare qualcosa per aiutare un mio familiare?

Sì, è molto importante che anche i familiari dei giocatori patologici siano coinvolti. Soprattutto perché la maggior parte dei pazienti non ricerca un trattamento e sono proprio i familiari a insistere perché il loro congiunto inizi un percorso terapeutico. Tenere presente le modalità di accesso alle cure per i pazienti affetti da gioco d’azzardo patologico – scrive Bernardo Dall’Osso – non rappresenta affatto un dettaglio trascurabile, in quanto sottolinea come la motivazione e la reale volontà di cambiamento non siano spesso sufficienti e tali da garantire un risultato apprezzabile. In tali fasi, il contributo di un familiare può essere molto importante per mantenere il paziente all’interno del percorso di cura e controllarne l’effettiva partecipazione. Avviando la relazione con un determinato paziente, sarà, inoltre, opportuno verificare se il problema legato al gioco dipenda o meno da un altro disturbo (per esempio, un disturbo depressivo) per impostare la strategia migliore di trattamento [3].

Autore Rebecca De Fiore (Pensiero Scientifico Editore)

Rebecca De Fiore ha conseguito un master in Giornalismo presso la Scuola Holden di Torino. Dal 2017 lavora come Web Content Editor presso Il Pensiero Scientifico Editore/Think2it, dove collabora alla creazione di contenuti per riviste online e cartacee di informazione scientifica. Fa parte della redazione del progetto Forward sull’innovazione in sanità e collabora ad alcuni dei progetti istituzionali con il Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio.
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