Il 21 settembre si celebra la Giornata internazionale della pace, istituita dalle Nazioni Unite. Può sembrare un tema lontano dall’ambulatorio del medico, ma la scienza lo considera da tempo una questione di salute pubblica a tutti gli effetti.
Fin dal 1946 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha scritto, nel preambolo della propria Costituzione, che la salute di tutti i popoli è condizione fondamentale per il raggiungimento della pace e della sicurezza [1]. Proviamo a capire, con i dati alla mano, che cosa lega davvero la guerra e la pace alla salute e alla cura.
Dottore, è vero che per la medicina la pace è anche una questione di salute, e non solo di politica?
Sì. Nel preambolo della propria Costituzione, l’OMS scrive che “la salute di tutti i popoli è condizione fondamentale per il raggiungimento della pace e della sicurezza” [1]. Non è una frase di circostanza: significa che salute pubblica e pace si sostengono a vicenda, e che dove manca l’una, prima o poi, viene meno anche l’altra.
Nel marzo 2026 anche i medici italiani, attraverso la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), hanno sottoscritto un impegno in questo senso: nel Manifesto “Medici e Pace” affermano che i sistemi sanitari pubblici e universalistici sono “infrastrutture di pace” e si impegnano a rifiutare la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti [2].
Dottore, in guerra si muore soprattutto per le armi?
No, o meglio: non solo. Un’analisi su 193 paesi relativa al periodo 1990-2017 ha stimato che le guerre sono state associate a circa 29,4 milioni di morti civili “indirette”, cioè non dovute direttamente ai combattimenti ma:
- alla distruzione dei sistemi sanitari;
- alla malnutrizione;
- alla diffusione di malattie infettive;
- alla mancanza di cure per le patologie croniche [3].
Nel 2025, secondo i dati dell’organizzazione indipendente Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED), circa una persona su sei nel mondo è stata esposta a un conflitto armato [4].
Dottore, vivere in un Paese in guerra fa ammalare anche dal punto di vista psicologico?
Sì, ed è documentato. Secondo una revisione sistematica commissionata dall’OMS e pubblicata su The Lancet, circa il 22% delle persone che vivono in zone di conflitto presenta, in un dato momento, un disturbo mentale come depressione, ansia o disturbo da stress post-traumatico (PTSD), una quota sensibilmente superiore a quella media della popolazione generale [5].
Un’altra revisione conferma che ansia, depressione e PTSD colpiscono da due a tre volte di più le persone esposte a un conflitto rispetto a chi non lo è, con donne e bambini più vulnerabili [6]. Il PTSD si manifesta tipicamente con incubi ricorrenti, pensieri intrusivi legati all’evento traumatico e uno stato di allerta costante [7].
Dottore, i bambini sono davvero le vittime più esposte?
Sì. Secondo le stime del Peace Research Institute Oslo per Save the Children, nel 2024 circa 520 milioni di bambini nel mondo, più di uno su cinque, vivevano in una zona di conflitto attivo: il numero più alto mai registrato [8]. I bambini che crescono in questi contesti restano esposti a rischi per la salute fisica e mentale anche dopo la fine dei combattimenti, per le conseguenze indirette su nutrizione, accesso alle cure, istruzione e stabilità familiare [9].
Anche chi lavora per curarli paga un prezzo alto: nei soli primi 15 mesi di guerra in Ucraina, l’OMS ha registrato 896 attacchi contro strutture sanitarie, con 101 morti tra medici e pazienti [9].
È vero che più soldi si spendono in armi meno se ne spendono per la sanità?
È quanto emerge da uno studio internazionale su 197 paesi nel periodo 2000-2013: un aumento dell’1% della spesa militare è risultato associato a una riduzione dello 0,62% della spesa sanitaria pubblica, un effetto ancora più marcato nei paesi a reddito medio-basso [10]. Uno studio più recente su 116 paesi conferma l’effetto di spiazzamento sulla spesa sanitaria pubblica, e conferma anche in questo caso che sono i paesi a reddito medio-basso a subirne le conseguenze maggiori [11].
In Italia, secondo le previsioni del Governo contenute nella Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza, la spesa sanitaria pubblica scenderà al 6,1% del PIL nel 2026 [12], mentre un appello firmato da 14 personalità della scienza italiana, tra cui il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi, ha chiesto di portarla all’8% del PIL, in linea con gli standard europei [13]. Ne abbiamo parlato anche nella scheda “Con l’aumentare delle spese militari si riduce l’investimento per la Sanità?”.
Dottore, ma i medici possono davvero fare qualcosa per la pace?
Le organizzazioni mediche hanno una lunga tradizione di impegno su questi temi, dalla lotta contro la minaccia nucleare alla denuncia dei crimini di guerra [9]. Nel luglio 2025 gli Ordini dei medici di sei paesi europei, Italia compresa, hanno firmato la “Carta di Roma”, chiedendo all’Unione Europea di considerare la spesa sanitaria un investimento strategico e non un costo, e ricordando che ogni euro speso in sanità pubblica genera quasi il doppio in valore economico prodotto [14].
Per chi attraversa un momento di forte stress emotivo, legato alla guerra o a qualsiasi altra causa, la persona giusta a cui rivolgersi resta comunque il proprio medico di medicina generale, che saprà orientare verso il supporto più adatto.
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