Le nuove varianti di SARS-CoV-2 ci devono preoccupare?

10 Giugno 2022 di Roberta Villa

Secondo il Rapporto n. 20 del 27 maggio 2022 sulla “Prevalenza e distribuzione delle varianti di SARS-CoV-2 di interesse per la sanità pubblica in Italia”, nel nostro Paese da mesi circola praticamente solo la variante Omicron [1]. A cambiare nel tempo sono le sue cosiddette “sottovarianti”, cioè diverse versioni del virus mutato. Continuano a comparirne di nuove: quanto ci devono preoccupare?

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Dottore, quali varianti di SARS-CoV-2 abbiamo avuto dall’inizio della pandemia?

Le nuove varianti di SARS-CoV-2 ci devono preoccupareSeguendo l’evoluzione del virus nel tempo, siamo stati testimoni dell’emergere di parecchie varianti che di volta in volta hanno scalzato le precedenti, con andamenti diversi nelle diverse parti del mondo. Abbiamo imparato quanto fosse falsa l’idea che “i virus evolvendo diventano sempre meno aggressivi”. Abbiamo verificato come a prevalere, in genere, siano le varianti più contagiose. Ma negli ultimi tempi abbiamo potuto osservare come, in una popolazione che ormai in larga parte non è più del tutto indifesa, per essersi vaccinata o per aver già incontrato il virus, il fattore selettivo più importante, la carta vincente delle varianti destinate ad affermarsi, non è tanto la contagiosità intrinseca, quanto la capacità di aggirare la protezione conferita dalla vaccinazione o da una precedente infezione.

Come insegna la teoria dell’evoluzione, non sopravvive il “più forte” in generale, ma l’individuo più adatto a riprodursi nell’ambiente specifico in cui si trova. Mentre inizialmente l’accavallarsi delle varianti dipendeva soprattutto da un aumento della contagiosità, dopo le prime ondate, e soprattutto dopo la campagna di vaccinazione, se la cavano meglio quelle che, oltre a trasmettersi facilmente, sono capaci di aggirare l’immunità. Siamo così passati nel 2021 dalla cosiddetta “variante inglese” (Alfa), a quelle “sudafricana” e “brasiliana” (Beta e Gamma), anche se queste ultime due alle nostre latitudini non hanno trovato molto spazio. La vera svolta è arrivata con la variante delta, che sommava a una maggiore facilità di trasmissione anche una iniziale capacità di aggirare il sistema immunitario, oltre alla caratteristica di provocare una malattia più grave: la campagna vaccinale che nel frattempo in Italia aveva protetto la stragrande maggioranza degli individui più fragili, per condizione o per età, seppure incapace di fermarla del tutto, ne ha comunque contenuto il danno.

Intanto in Sudafrica cominciava ad alzare il capo la variante che poi sarebbe stata chiamata Omicron. Comparsa nell’ottobre 2021, è stata oggetto di attenzione solo dopo la metà di novembre dello stesso anno, quando si è visto che alla sua crescita si associava un aumento vertiginoso del numero di casi nella provincia del Gauteng: subito etichettata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come variante di preoccupazione (VOC, variant of concern), mostrava una capacità di diffusione mai vista prima. In poche settimane, infatti, complici anche gli spostamenti e gli assembramenti legati alle feste di Natale e fine anno, ha fatto piazza pulita di tutte le precedenti, acquisendo il dominio della scena epidemiologica mondiale.

Dottore, come è cambiata Omicron?

Nell’albero che rappresenta graficamente l’evoluzione di SARS-CoV-2, Omicron non nasce dall’evoluzione dalle precedenti varianti che avevano dominato la pandemia. Si stacca a monte, con un ramo a parte, e con caratteristiche molto diverse dalla versione originale di Wuhan. Si è presentata fin dall’inizio in tre sottovarianti: BA.1, BA.2 e BA.3, quest’ultima subito messa in minoranza dalle prime due [2].

Le nuove varianti di SARS-CoV-2 ci devono preoccupareDopo la prima ondata di BA.1 tra la fine di dicembre e gennaio, anche in Italia è arrivata BA.2, capace di sfuggire all’immunità pregressa prodotta anche dalla “sorella maggiore”, tanto da reinfettare anche chi poche settimane prima era già guarito dalla prima Omicron. Ai primi di maggio, in Italia, BA.2 era già responsabile di oltre 9 casi di Covid-19 su 10. Rimane una piccola quota di infezioni attribuibili alla prima sottovariante BA.1, mentre cominciano a comparire BA.4 e BA.5, isolate per la prima volta in Sudafrica ai primi di aprile.

Il 12 maggio scorso il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ha dichiarato BA.4 e BA.5 “varianti di preoccupazione” (VOC), per la loro capacità di diffusione che pare addirittura superiore a quella delle altre [3]. Per il momento non ci sono prove che BA.4 e BA.5 siano in grado di provocare forme clinicamente più gravi, mentre è molto probabile che riescano a evadere ancora meglio delle altre sottovarianti Omicron l’immunità fornita dalla vaccinazione o da infezioni precedenti [4]. In Portogallo, ai primi di maggio 2022, BA.5 era già responsabile di oltre un terzo dei casi e alla fine del mese aveva raggiunto il 90% [5]. Anche negli Stati Uniti si sta facendo strada, a spese di un’altra sotto-sottovariante di Omicron, BA.2.12.1, che oltreoceano al momento prevale e, nonostante l’inizio della bella stagione, sta provocando una nuova importante ondata, a partire da New York. In Italia invece BA.2.12.1 è stata trovata solo in 7 campioni dei quasi 6.000 esaminati nell’ultima indagine.

Dottore, che cosa sappiamo di queste sottovarianti?

Le nuove varianti di SARS-CoV-2 ci devono preoccupareTutte e tre queste sottovarianti hanno in comune una mutazione, in sigla L452R, che si era vista per la prima volta con la variante Delta e che si ritiene sia fondamentale nel conferire a questi virus, come al BA.2 attualmente prevalente, la capacità di evadere l’immunità prodotta non solo nei confronti delle varianti iniziali, ma anche della prima variante Omicron [6,7,8]. Nel frattempo, anche per chi ha ricevuto il richiamo si allontana il tempo dell’ultima vaccinazione, per cui l’immunità si va indebolendo. Non possiamo quindi escludere che, nonostante l’arrivo dell’estate, ci possa essere una nuova inversione di tendenza con una risalita dei casi.

Quel che è accaduto in Sudafrica, dove queste sottovarianti si sono selezionate, mostra tuttavia che in una popolazione largamente immunizzata dalle varianti precedenti, l’aumento dei ricoveri e dei decessi è stato contenuto. Non sappiamo tuttavia quanto il ripetersi di reinfezioni nelle stesse persone possa aumentare il rischio di long Covid o di altre conseguenze sull’organismo.

Resta tuttavia il fatto che, se anche queste o altre varianti dovessero provocare nuove ondate di contagi, l’umanità non è più impreparata come nella primavera del 2020. Se anche il virus “impara” ad aggirare gli anticorpi – soprattutto quando questi, col passare del tempo dall’infezione o dalla vaccinazione tendono quantitativamente a calare – il sistema immunitario di chi è vaccinato e/o guarito non è più preso del tutto alla sprovvista, e nel giro di pochi giorni riesce in genere comunque a rispondere in maniera efficace alla minaccia. Il rischio di forme gravi nei guariti e/o vaccinati quindi non è zero, ma resta basso. Per chi invece non è vaccinato diventa sempre più difficile sfuggire al virus.

Intanto i ricercatori stanno cercando di verificare quanto le cure disponibili restino ancora valide. E speriamo che arrivino presto vaccini più specifici contro Omicron, possibilmente in tutte le sue varietà.

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Autore Roberta Villa

Giornalista pubblicista laureata in medicina, Roberta Villa ha collaborato per più di vent’anni con le pagine di Salute del Corriere della Sera e con molte altre testate cartacee e online, italiane e internazionali. Negli ultimi anni ha approfondito il tema delle vaccinazioni, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della comunicazione, anche in risposta a bufale e fake news. Sul tema della comunicazione della scienza è attualmente impegnata nel progetto europeo QUEST come research fellow dell’Università di Ca’Foscari a Venezia. Insieme ad Antonino Michienzi è autrice dell’e-book “Acqua sporca” (2014), un’inchiesta sul caso Stamina disponibile gratuitamente online. Ha scritto “Vaccini. Il diritto di non avere paura” (2017), distribuito in una prima edizione con il Corriere della Sera e in una seconda (2019) per il Pensiero scientifico editore. È molto attiva sui social network (Youtube, Instagram, Facebook) su cui sta sperimentando un approccio semplice e confidenziale alla divulgazione.
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