La pranoterapia guarisce?

5 Dicembre 2017 di Fabio Ambrosino (Pensiero Scientifico Editore)

Cos’è?

La pranoterapia è una pratica di medicina alternativa che deve il suo nome al termine sanscrito prana, ovvero “energia vitale”. Consiste nel poggiare le mani in corrispondenza della parte malata per permettere il passaggio di prana tra il corpo del paziente e quello dell’operatore che, secondo i sostenitori di questa pratica, sarebbe in grado di “sentire” le alterazioni del campo energetico del paziente così da intervenire su di esso e portargli giovamento. Secondo l’Associazione nazionale pranoterapeuti sensitivi italiani (ANPSI), “la principale azione terapeutica esercitata dal guaritore proviene da una emissione di biofotoni cerebrali. La trasmissione elettromagnetica cerebrale del pranoterapeuta stimola per biorisonanza l’attività cellulare cerebro-organica del paziente nelle stesse frequenze” [1]. La pranoterapia si è diffusa in Italia negli anni Settanta e si rifà ad antiche pratiche tradizionali, presenti solitamente nelle campagne italiane, usate da guaritori che operano con l’imposizione delle mani.  Oggi la prano-pratica è regolamentata in Italia come professione solamente nella regione Toscana in quanto “disciplina bionaturale”.

Per cosa è prescritta?

Il prana è un concetto ripreso dalla religione induista e per questo tale pratica dovrebbe essere utilizzata per il benessere spirituale. Tuttavia alcuni operatori propongono la pranoterapia come pratica terapeutica, soprattutto per emicranie, ernie, mal di schiena, traumi fisici di varia natura, dolori articolari e reumatici, disturbi gastrointestinali. Solitamente alla pranoterapia vengono affiancate anche delle diete per “aiutare il ripristino del corretto equilibrio energetico”.

Ma è vero che funziona?

No, la pranoterapia non ha mai avuto alcun riscontro scientifico riguardante l’efficacia, a eccezione dell’effetto placebo solo in alcuni casi.

Esistono studi che dimostrano come il rilassamento, la meditazione e il benessere mentale influenzino la frequenza cardiaca, la risposta agli stress e la reazione alle infiammazioni [2] dando quindi l’illusione che la pranoterapia agisca su questi aspetti del nostro organismo. Altri studi hanno dimostrato un moderato effetto della pranoterapia sul dolore acuto e cronico, sull’ansia, sulla qualità della vita dei pazienti oncologici. Tuttavia, le prove scientifiche finora raccolte sono insufficienti per dimostrarne il reale beneficio terapeutico come analgesico [3,4].

Inoltre, è ancora dubbia la capacità del pranoterapeuta di riuscire a percepire il campo energetico del paziente.  Uno degli studi più celebri sull’argomento è stato pubblicato sul Journal of the American Medical Association nel 1998 [5]. I ricercatori convocarono 21 pranoterapeuti con diversa esperienza e li fecero sedere davanti a uno schermo con dietro, non visibile, una bambina. I pranoterapeuti dovevano mettere le mani in un contenitore e capire, grazie alla loro capacità di “percepire i fluidi energetici”, se l’aura della bambina fosse più vicina alla loro mano destra o la sinistra. I risultati furono chiari e deludenti: solo il 44% dei pranoterapeuti identificò la mano giusta.  Gli autori hanno concluso che è ingiustificato l’uso di questa pratica da parte dei professionisti sanitari.

Questa pratica, quindi, non guarisce malattie organiche e per questo non può essere considerata una terapia.

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Autore Fabio Ambrosino (Pensiero Scientifico Editore)

Fabio Ambrosino ha conseguito un master in Comunicazione della Scienza presso la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste. Dal 2016 lavora come Web Content Editor presso Il Pensiero Scientifico Editore/Think2it, dove collabora alla creazione di contenuti per siti di informazione e newsletter in ambito cardiologico. È particolarmente interessato allo studio delle opportunità e delle sfide legate all’utilizzo dei social media in medicina.
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