La meningite è una malattia che fa paura, per la gravità di alcune sue forme e per le conseguenze che talvolta può lasciare nonostante la guarigione. Non è, però, particolarmente contagiosa e nessuno degli agenti infettivi che la provocano è, per questo, considerato tra le possibili cause di una futura pandemia verso cui è bene non farsi trovare impreparati [1].
Anche un focolaio particolarmente esteso come quello che si è verificato a marzo 2026 in Inghilterra, con una trentina di casi e due decessi, è da ricollegarsi a un unico episodio iniziale di “superdiffusione” in una discoteca di Canterbury, nel Kent. Non è chiaro se la particolare estensione di questo episodio dipenda da una maggiore trasmissibilità di un particolare ceppo batterico o dalle circostanze che hanno permesso a un singolo individuo di infettarne molti.
In ogni caso, nemmeno questa volta si è verificata la diffusione a macchia d’olio che caratterizza le malattie più contagiose, e in meno di un mese l’emergenza è stata contenuta, senza che si registrassero più nuovi casi collegati ai primi. In media, infatti, solo in 5 casi su mille di meningite la malattia dipende dal contatto con qualcuno che già presenta i sintomi o li sta incubando [3]. Tutti gli altri sono episodi sporadici, o raggruppati in piccoli focolai, la cui origine resta per lo più ignota.
Dottore, è vero che le meningiti non sono tutte uguali?
Per meningite si intende un’infiammazione della membrana che riveste il cervello e il midollo spinale. Si manifesta con febbre alta, mal di testa molto forte e difficoltà a piegare il collo in avanti, un segno che i medici chiamano “rigidità nucale”. A questa triade di sintomi si possono aggiungere sensibilità alla luce, nausea e vomito, confusione o la comparsa di macchie sulla pelle.
Una meningite può essere provocata da diversi agenti infettivi, ma talvolta anche da reazioni avverse a farmaci o dall’estensione di un tumore. La maggior parte dei casi di meningite dipende da infezioni virali: sono forme meno gravi di quelle causate da batteri e si risolvono in genere in una decina di giorni senza lasciare danni permanenti. Si parla in questi casi di “meningiti asettiche”.
Possono invece mettere a rischio la vita e lasciare disabilità permanenti le cosiddette “meningiti settiche”, che prendono nome dall’infezione diffusa dal sangue in tutto l’organismo (“sepsi”, appunto). Per questo si parla più correttamente di “malattie batteriche invasive”, che possono essere provocate da diversi batteri, soprattutto Haemophilus influentiae di tipo B, Streptococcus pyogenes, Streptococcus pneumoniae (anche detto “pneumococco”) e Neisseria meningitidis (di solito chiamato “meningococco”), appartenenti a diversi sierogruppi, di cui importanti sono A, B, C, X, Y e W [4].
Dottore, ma è vero che è difficile risalire alla fonte del contagio?
Può sembrare strano, ma tutti questi batteri capaci di provocare le meningiti più gravi sono germi molto comuni, che di solito convivono con gli esseri umani senza provocare disturbi. Per questo, quando una persona si ammala, di solito non si sottopongono a tampone le persone con cui è venuta a contatto: un riscontro positivo, infatti, non significa che quell’individuo sia l’origine del contagio, né che il rischio per altre persone vicine sia superiore alla norma.
La meningite settica, infatti, si verifica di solito quando uno di questi batteri dalle capacità invasive infetta un individuo il cui sistema immunitario non è in grado di fare da barriera e confinarlo nelle alte vie aeree. Ciò accade soprattutto nei bambini più piccoli o negli anziani, le due categorie a maggior rischio.
I meningococchi, però, colpiscono spesso anche adolescenti e giovani, non perché le loro difese siano fragili, ma perché sono esposti più di altri alla possibilità di incontrare ceppi batterici con cui non sono mai venuti a contatto prima, per esempio nel corso di grandi raduni musicali, nelle università o nei locali notturni. In queste stesse circostanze è anche più facile che, attraverso baci o scambi di bicchiere, il batterio, che non sopravvive a lungo al di fuori dell’organismo, possa passare da una persona all’altra e trovare chi, probabilmente per predisposizione genetica, è maggiormente suscettibile a sviluppare una meningite [5].
Dottore, ma non si possono prevenire le meningiti?
Per prudenza, quando si verifica un caso di meningite meningococcica, le persone che hanno avuto con il paziente un contatto molto stretto e prolungato, come i partner o a chi vive nella stessa casa, ricevono una profilassi antibiotica, con farmaci in grado di bloccare un’eventuale infezione sul nascere.
Un trattamento antibiotico è somministrato alla fine della gravidanza anche alle donne in cui, tramite tampone anale, sia stata riscontrata la presenza di streptococco. Questa accortezza permette di evitare che questo germe, innocuo per gli adulti, passando al nascituro durante il parto provochi gravi infezioni, meningiti comprese.
Il più efficace strumento di prevenzione resta però la vaccinazione, o meglio, le vaccinazioni. I bambini più piccoli sono protetti da Haemophilus influentiae grazie a una delle componenti dell’esavalente somministrato nel corso del terzo mese, e poi da pneumococco e meningococco B e C nei mesi successivi.
Il vaccino antipneumococcico, somministrato anche per ridurre il rischio di polmonite, è raccomandato anche negli anziani, a partire dai 65 anni. Negli adolescenti che non sono stati vaccinati da piccoli, o indipendentemente da questo, se le circostanze epidemiologiche lo suggeriscono, può essere raccomandato il vaccino contro i meningococchi di sierogruppi ACWY o contro il meningococco B.
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