Secondo il Censimento permanente Istat del 2023 (pubblicato nell’anno in corso), il 13,8% degli occupati, in Italia, ha sperimentato forme di lavoro da remoto o flessibile, parziale o a tempo pieno. Il dato è triplicato rispetto all’epoca pre-pandemica, anche se ancora inferiore alla media della maggior parte dei Paesi europei [1].
Negli ultimi anni la ricerca si è concentrata soprattutto sull’impatto del lavoro da remoto sulla produttività, lasciando in secondo piano conseguenze meno visibili come la solitudine e il disagio psichico. Ma cosa succede alla salute mentale di chi lavora stabilmente da casa?
Un articolo pubblicato a giugno 2026 su Science ha riaperto globalmente il dibattito.
Dottore, cosa rivela il nuovo studio sul lavoro da remoto?
Si tratta di una ricerca di economia condotta da tre studiose, incentrata sul benessere dei lavoratori con la diffusione delle modalità di lavoro da remoto. Sono stati coinvolti oltre 580 mila soggetti, negli Stati Uniti, impegnati in professioni che non richiedono la presenza fisica costante sul luogo di lavoro, dal marketing alle mansioni digitali.
La principale evidenza riguarda l’aumento del tempo trascorso in solitudine, soprattutto per coloro che non vivono in famiglia: secondo le ricercatrici, il disagio psicologico raddoppia in assenza di conviventi [2]. Come abbiamo già approfondito, isolarsi socialmente può esporre a diversi rischi per la salute fisica e mentale.
In questo studio si è notato inoltre che la tendenza a restare privi di compagnia per alcune categorie di smartworker si manteneva anche durante il tempo libero, in misura maggiore rispetto ai colleghi abituati a frequentare l’ufficio e a uscire ogni giorno.
Un’ulteriore differenza: chi lavorava da remoto mostrava un notevole aumento del ricorso a servizi di salute mentale e a terapie antidepressive. Chi continuava, invece, a recarsi sul posto di lavoro non lamentava maggiore stress mentale e non riferiva particolari necessità di sostegno psicologico.
Questi fenomeni sono aumentati proprio dopo la pandemia da COVID-19: secondo le autrici dello studio, il lavoro da remoto spiegherebbe circa un terzo dell’aumento complessivo del disagio psicologico osservato [2,3].
Dottore, questi dati sono allarmanti, ma sono fondati?
La ricerca è stata condotta negli Stati Uniti, un’area geografica dove il lavoro da remoto è quadruplicato rispetto al periodo immediatamente precedente alla pandemia [2]. Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha indagato molto il fenomeno, concentrandosi soprattutto sui costi per la società e sulla produttività aziendale [4]. L’impatto sulla salute dei lavoratori è un tema più recente, anche perché serviva tempo per osservare tendenze come quelle descritte.
Per ridurre il rischio che fosse la scelta di lavorare da remoto a dipendere dallo stato di salute mentale della persona (e non il contrario), le autrici hanno confrontato nel tempo chi svolge lavori compatibili con il remoto con chi svolge lavori che non lo sono: un metodo che aiuta a isolare l’effetto del cambiamento nelle modalità di lavoro, pur restando uno studio osservazionale e non un esperimento controllato [2].
Ma quindi, il lavoro da remoto fa più bene o più male, in generale?
Un’altra revisione, del 2023, aveva individuato gli stessi campanelli d’allarme per la salute mentale dei lavoratori da remoto, segnalando anche le difficoltà in caso di guasti tecnologici o la riduzione delle comunicazioni con i colleghi.
Sull’attività fisica, gli studi inclusi in questa revisione hanno riportato in modo pressoché unanime un peggioramento durante il lavoro da remoto; sull’alimentazione il quadro è invece contrastante, con alcuni studi che segnalano un miglioramento e altri un peggioramento delle abitudini.
Sono stati però approfonditi anche i vantaggi: tra questi, il guadagno di tempo evitando il pendolarismo e la possibilità di essere più disponibili con i figli o con altri familiari non autosufficienti. Questo ultimo beneficio può però diventare fonte di stress soprattutto per le donne, sulle quali ricadono più spesso i compiti di cura.
In conclusione, il fattore che determina stress o beneficio è la possibilità di scegliere: il telelavoro imposto e rigido nuoce maggiormente rispetto a quello volontario e flessibile [5].
Dottore, come si manifesta il disagio psicologico causato da queste condizioni?
Una revisione sistematica ha considerato venti studi pubblicati negli ultimi sette anni. Gli effetti sulla salute mentale sono, secondo gli autori, dipendenti dal contesto: lavorare da casa non è, di per sé, rischioso o salutare. Diventa problematico quando si combina con un carico di lavoro eccessivo, quando è privo di una reale autonomia (anche nella gestione del tempo), quando è precario.
I rischi principali sono [6]:
- distress psicologico;
- esaurimento nervoso (burnout);
- ansia.
Sono effetti che possono comparire anche in ufficio, ma l’isolamento e la difficoltà a separare lavoro e vita privata li amplifica.
Come già ricordato, si tratta di osservazioni e associazioni: non è possibile stabilire un rapporto di causa-effetto valido per chiunque.
Dottore, mi dice di più degli effetti positivi?
Secondo la stessa revisione, il lavoro da remoto è protettivo quando sono garantiti [5,6]:
- una concreta autonomia professionale;
- condizioni psicosociali favorevoli (come uno spazio adatto in casa);
- supporto sul lavoro;
- risorse individuali adeguate;
- risparmio di tempo (e stress) durante gli spostamenti.
Dottore, le leggi stanno facendo qualcosa per evitare i disagi?
Nelle norme attuali, aggiornate nel 2026, è stato rafforzato l’obbligo per il datore di lavoro di informare, con cadenza almeno annuale, sui rischi legati all’utilizzo dei videoterminali [7,8].
Periodicamente, anche con il medico del lavoro, devono essere valutate specifiche categorie di rischio [7]:
- ergonomia: anche le postazioni casalinghe (sedie, scrivanie, monitor, tastiera) devono essere idonee all’uso prolungato;
- salute visiva: per evitare occhi stanchi, secchi oppure mal di testa, malessere generale;
- postura e affaticamento fisico o mentale.
La legge prevede inoltre, in generale per chi lavora a distanza, che il datore di lavoro adotti misure per prevenire l’isolamento del lavoratore rispetto ai colleghi, garantendo occasioni di incontro e l’accesso alle informazioni aziendali [7].
L’obiettivo è prevenire, informando il lavoratore e proponendo soluzioni ai disagi e ai fattori di rischio. Per valutare la propria situazione personale, è inoltre utile parlarne con il medico di medicina generale.
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