I medici migliori si trovano sui social media?

28 Ottobre 2026 di Roberta Villa

L’assenza o la presenza sui social media non dovrebbe essere un fattore dirimente nella scelta del medico a cui affidare la nostra salute. La popolarità mediatica non è infatti un indice di esperienza o di abilità clinica, né dovrebbe essere, viceversa, un motivo per evitare un professionista.

Il numero di follower o di visualizzazioni può infatti deporre a favore di una capacità comunicativa a video (che potrebbe non coincidere con quella a quattr’occhi), ma non a favore della capacità diagnostica, della conoscenza degli strumenti terapeutici o della bravura in sala operatoria [1].

Dottore, ma di chi fidarsi sui social media?

I social media sono invasi da profili in camice bianco, che possono contribuire alla comunicazione sulla salute e alla lotta alla disinformazione in questo campo, oppure, purtroppo, finiscono per alimentare la confusione.

Alcuni sono operatori sanitari: medici oppure farmacisti, infermieri, osteopati, biologi nutrizionisti, ostetriche, fisioterapisti. Personal trainer o estetiste, invece, non sono operatori sanitari. Verificare la formazione di chi comunica sui social media è quindi il primo passo per capire se i contenuti che diffonde rientrano nel suo ambito di competenza.

I suggerimenti di salute provenienti da figure professionali non mediche, sanitarie e non, possono contribuire a migliorare il nostro stile di vita, ma, prima di cambiare abitudini – per esempio escludendo alcuni alimenti dalla nostra dieta -, è sempre meglio discuterne con il proprio medico curante, che valuterà le indicazioni raccolte sul web alla luce della storia personale e della situazione del singolo individuo. Dell’impatto degli influencer sulla nostra salute ne avevamo parlato anche nel precedente articolo “Gli influencer condizionano le nostre scelte di salute?”.

Dottore, ma i medici online hanno regole da seguire?

Sempre più spesso, gli autori di post, video, reel o storie sono medici chirurghi iscritti all’albo, come è possibile verificare sul sito della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (FNOMCeO). Il loro impegno nella divulgazione, comunicazione e promozione della salute è oggi incoraggiato, soprattutto per controbilanciare la disinformazione online. Se le persone cercano informazioni in rete, e in particolare sui social media, è importante che lì trovino chi gliene fornisce di attendibili, contrastando l’avanzata dei ciarlatani.

Ai medici, però, si chiede di attenersi a una serie di indicazioni deontologiche e professionali. A questo proposito, nel 2023, FNOMCeO ha pubblicato un documento sull’uso dei social media da parte dei medici italiani [2]. “Si tratta di raccomandazioni e non di linee guida” precisa Eugenio Santoro, dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, uno degli estensori del documento che ha visto coinvolto il gruppo ICT di FNOMCeO. “Sebbene siano passati tre anni, che per i tempi di evoluzione di internet è un’eternità, alcuni suggerimenti sono ancora molto utili per salvaguardare i medici dal rischio che un uso inappropriato di questi strumenti li esponga al rischio di compromettere il tradizionale rapporto medico-paziente e, nei casi più gravi, a quello di possibili azioni legali per non aver osservato la privacy dei pazienti o per aver messo in discussione la reputazione o la professionalità di colleghi”.

Oltre a queste raccomandazioni, esiste anche l’articolo 55 del Codice deontologico sull’informazione sanitaria, che inizia così: “Il medico promuove e attua un’informazione sanitaria accessibile, trasparente, rigorosa e prudente, fondata sulle conoscenze scientifiche acquisite e non divulga notizie che alimentino aspettative o timori infondati o, in ogni caso, idonee a determinare un pregiudizio dell’interesse generale…” [3].

Purtroppo, non tutti si attengono a questa norma e capita che anche dei medici diffondano false credenze sulla salute. Il fenomeno non è nato con internet. Casi di disinformazione con grande rilievo mediatico e gravi conseguenze si verificarono anche nel secolo scorso e ancora oggi si può incappare purtroppo, anche fuori dai social media, in medici i cui contenuti si allontanano dall’evidenza scientifica.

Dottore, ma come si distingue un ciarlatano?

Quando la comunicazione di un medico online – che si presenta come tale e che trae la propria autorevolezza proprio dal titolo che porta – si allontana dalle indicazioni delle autorità sanitarie o del proprio medico curante, è bene quindi usare prudenza.

Prima di tutto, è bene ricordare che nell’ambito della medicina esistono diverse specialità, e non tutti possono quindi parlare di qualunque argomento con lo stesso grado di competenza [4]. La scienza, poi, oggi, non procede più grazie alle singole intuizioni di un genio isolato. Si tratta di un’attività collettiva, per cui i concetti che qualcuno definisce “mainstream” non sono tali per pigrizia, o per interesse di qualcuno, ma grazie al depositarsi della conoscenza derivata dal lavoro di decine o centinaia di esperti in ogni parte del mondo. Chiunque voglia metterla in dubbio deve portare prove sperimentali molto forti, capaci di convincere i colleghi, prima dei follower.

Infine, occorre tenere conto della dimensione economica e commerciale. Il termine improprio di “medinfluencer” presuppone che il medico adotti lo stesso “business model” degli influencer che praticano la nuova forma di pubblicità basata sulla promozione online di prodotti e servizi. Con le nuove linee guida AGCOM e il codice di condotta introdotti tra il 2025 e il 2026, sui profili ritenuti “rilevanti” per il loro seguito, questi contenuti devono essere immediatamente riconoscibili come pubblicità, e quindi contrassegnati con hashtag o diciture come #adv, advertising, pubblicità o “sponsorizzato da…” [5].

L’art. 57 del Codice deontologico vieta al medico di concedere patrocinio a pubblicità promozionali finalizzate a favorire la commercializzazione di prodotti sanitari o di qualsiasi altra natura, compresi gli integratori. Tale divieto va distinto dalla corretta informazione scientifica sui prodotti, che deve comunque rispettare l’indipendenza professionale e gli obblighi in materia di conflitto di interessi [6]. Rendere riconoscibile una pubblicità con “#adv” non basta a consentire una promozione vietata dalle regole sanitarie o deontologiche.

Dottore, ma i medici possono farsi pubblicità sui social media?

Secondo le norme vigenti, infatti, la pubblicità sanitaria può essere solo di natura “informativa” e avere quindi per oggetto esclusivamente i titoli professionali e le specializzazioni, l’attività professionale, le caratteristiche del servizio offerto e l’onorario relativo alle prestazioni [7, 8].

È legale quindi che, attraverso i social media – come già facevano prima dell’era digitale su giornali o manifesti – alcuni liberi professionisti invitino nuovi pazienti a prendere appuntamento nei loro ambulatori o nelle cliniche private, purché lo facciano rispettando requisiti di correttezza, veridicità e assenza di ingannevolezza. Sono invece vietati elementi di carattere attrattivo o suggestivo, come offerte, sconti o promozioni, che possano indurre un ricorso improprio a trattamenti sanitari.

I medici non possono nemmeno partecipare ad attività promozionali finalizzate alla commercializzazione di prodotti, come integratori alimentari o apparecchi vari, indipendentemente dalla loro validità scientifica. Per i medicinali, inoltre, esistono divieti legislativi specifici che proibiscono di inserire raccomandazioni di operatori sanitari nella pubblicità al pubblico, e se si tratta di farmaci soggetti a prescrizione, in Italia, diversamente che negli Stati Uniti, la pubblicità al pubblico è in ogni caso vietata, chiunque la faccia [9].

Ci si interroga comunque se le modalità specifiche che caratterizzano la comunicazione sui social media consentano di ritenere esclusivamente “informativa” questo tipo di pubblicità, che deriva da un’idea di sistema sanitario come quello statunitense, in cui il paziente è prima di tutto un o una cliente, che sceglie e paga (di persona o tramite le assicurazioni).
I principi su cui si basa il Servizio sanitario nazionale capovolgono questa visione, cercando di garantire a ciascun paziente la professionalità e la cura di cui ha bisogno.

Per i medici dipendenti pubblici trovano applicazione anche il Codice di comportamento dei dipendenti pubblici e le eventuali disposizioni aziendali. Nell’utilizzo dei propri account devono adottare ogni cautela affinché le opinioni espresse non siano attribuibili all’amministrazione, astenersi da interventi lesivi del suo prestigio, decoro o immagine e rispettare gli obblighi di riservatezza. L’indicazione che le opinioni sono personali può costituire una cautela, ma non esaurisce tali obblighi [10].

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Autore Roberta Villa

Giornalista pubblicista laureata in medicina, Roberta Villa ha collaborato per più di vent’anni con le pagine di Salute del Corriere della Sera e con molte altre testate cartacee e online, italiane e internazionali. Negli ultimi anni ha approfondito il tema delle vaccinazioni, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della comunicazione, anche in risposta a bufale e fake news. Sul tema della comunicazione della scienza è attualmente impegnata nel progetto europeo QUEST come research fellow dell’Università di Ca’Foscari a Venezia. Insieme ad Antonino Michienzi è autrice dell’e-book “Acqua sporca” (2014), un’inchiesta sul caso Stamina disponibile gratuitamente online. Ha scritto “Vaccini. Il diritto di non avere paura” (2017), distribuito in una prima edizione con il Corriere della Sera e in una seconda (2019) per il Pensiero scientifico editore. È molto attiva sui social network (Youtube, Instagram, Facebook) su cui sta sperimentando un approccio semplice e confidenziale alla divulgazione.
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