C’è una pillola contro la sbornia?

13 Luglio 2022 di Roberta Villa

Un’azienda svedese ha appena immesso sul mercato una pillola che si dice in grado di evitare gli effetti di un’eccessiva assunzione di alcol, cioè della cosiddetta “sbornia”. Precisiamo subito che questa pillola non è un farmaco, ma un prodotto a base di crusca di riso fermentata contenente cisteina, destrina e due batteri probiotici molto noti, Bacillus subtilis e Bacillus coagulans. Presenti in molti altri integratori, si ritiene che questi bacilli possano contribuire a mantenere o ristabilire una sana composizione della flora intestinale, ma in questo caso si vorrebbe sfruttare la loro capacità di scindere le molecole di alcol in anidride carbonica e acqua. L’idea è che, somministrati prima dell’assunzione di alcol, possano trasformarlo in queste molecole innocue, riducendone gli effetti.

Dottore, ma abbiamo prove che questa pillola contro la sbornia funzioni?

C’è una pillola contro le sbornie?La prima domanda da farsi, quando si parla tanto di un nuovo prodotto con particolari proprietà, è sempre questa: “Quali sono le prove che funzioni?”. Non dovrebbe interessarci la qualifica di chi ne parla bene, le testimonianze di chi l’ha provato, l’“endorsement” di questo o dell’altro individuo in camice bianco dall’aria autorevole e paterna riportati sul sito dell’azienda produttrice.

Prima di esprimerci a favore o contro, dobbiamo semplicemente chiedere le prove. Ed è quello che ha fatto lo staff di “Dottore ma è vero che…?”, trovando nella letteratura scientifica un unico studio a supporto dell’efficacia di questo prodotto [1], segnalato da un sito in genere affidabile come The Conversation [2], prodotto dalla collaborazione tra giornalisti e scienziati.

Sulla base di quest’unica ricerca, le prove risultano molto deboli. L’esperimento è stato condotto su 24 giovani bianchi sani, a cui sono state somministrate per una settimana due di queste pillole o due identiche prive di contenuto attivo, che facessero da placebo. A tutti veniva poi data una piccola quantità di alcol (da 50 a 90 ml di liquore in base al loro peso). Il tasso alcolemico veniva poi monitorato nelle due ore successive.

I risultati, disponibili per solo 14 dei partecipanti iniziali, mostrano una riduzione del 70% nel tasso alcolico di chi aveva ricevuto i principi attivi rispetto a coloro a cui era capitato il placebo. Ma, al di là dei piccoli numeri, difficilmente significativi dal punto di vista statistico, l’effetto del prodotto ha anche messo in luce una grandissima variabilità individuale, come peraltro estremamente individuale è anche la capacità dell’organismo di metabolizzare l’alcol.

Se si tiene conto anche del fatto che i partecipanti erano tutti giovani sani e bianchi, per cui non sappiamo come reagirebbero altri gruppi di persone, e che la quantità di alcol somministrata non si avvicina nemmeno da lontano a quella tipica di un episodio di “binge drinking” del sabato sera, appare evidente che la notizia, secondo cui il prodotto ridurrebbe del 70% gli effetti di una sbornia, è per lo meno un po’ esagerata.

Ma quali sono gli effetti della sbornia che vogliamo contrastare?

C’è una pillola contro le sbornie?Innanzitutto, bisognerebbe chiedersi quali sono gli effetti indesiderati dell’assunzione eccessiva di alcol che si vorrebbero evitare. La campagna di comunicazione in corso punta molto sull’“hangover”, cioè su quell’insieme di sintomi che fa stare male la mattina successiva chi la sera ha alzato troppo il bicchiere. Per questo risulta allettante a chi spera di ubriacarsi la sera e andare poi tranquillo a lavorare o a scuola la mattina seguente. Ma le conseguenze “del giorno dopo”, primo fra tutti il mal di testa, dipendono soprattutto dalla disidratazione provocata dalla “sbornia”, e si contrastano solo bevendo tanta acqua. Non servono farmaci.

Anche la nausea e il vomito indotti dall’azione irritante dell’alcol sulla mucosa gastrica sono molto fastidiosi, ma sarebbero difficilmente contrastati dalla pillola, che agisce solo dopo il passaggio dell’alcol dallo stomaco all’intestino. Solo qui i probiotici potrebbero finalmente agire, metabolizzando l’alcol prima che sia assorbito e arrivi nel circolo sanguigno.

Se funzionassero, quindi, l’effetto non sarebbe quello di diminuire gli effetti indesiderati del giorno dopo, ma l’azione stessa dell’alcol. Si ridurrebbero i danni all’organismo provocati dalle bevande, che aumentano il rischio di molti tumori, oltre che di malattie cardiovascolari ed epatiche, e per questo sarebbe utile che la linea di ricerca, già adottata in passato da altri gruppi provando a inglobare nelle pillole enzimi da liberare nell’intestino, arrivasse a risultati convincenti [3,4].

Ma insieme ai danni si ridurrebbero di pari passo gli effetti inebrianti che l’alcol stesso provoca: l’allegria, la disinibizione, il senso di rilassamento. Potrebbe essere utile per chi vuole gustare il vino apprezzandone profumo e aroma. Ma chi si sbronza il sabato sera beve esattamente per ottenere le sensazioni che l’alcol provoca. Se chi cerca la pillola è disposto a rinunciare a queste conseguenze della sbornia, la soluzione è ancora più semplice della ricerca di un farmaco efficace: basta bere mocktail e bevande analcoliche.

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Autore Roberta Villa

Giornalista pubblicista laureata in medicina, Roberta Villa ha collaborato per più di vent’anni con le pagine di Salute del Corriere della Sera e con molte altre testate cartacee e online, italiane e internazionali. Negli ultimi anni ha approfondito il tema delle vaccinazioni, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della comunicazione, anche in risposta a bufale e fake news. Sul tema della comunicazione della scienza è attualmente impegnata nel progetto europeo QUEST come research fellow dell’Università di Ca’Foscari a Venezia. Insieme ad Antonino Michienzi è autrice dell’e-book “Acqua sporca” (2014), un’inchiesta sul caso Stamina disponibile gratuitamente online. Ha scritto “Vaccini. Il diritto di non avere paura” (2017), distribuito in una prima edizione con il Corriere della Sera e in una seconda (2019) per il Pensiero scientifico editore. È molto attiva sui social network (Youtube, Instagram, Facebook) su cui sta sperimentando un approccio semplice e confidenziale alla divulgazione.
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