Ogni giorno miliardi di persone nel mondo aprono le applicazioni dei social network: li usano per aggiornarsi sulle notizie, tenere i contatti con amici e familiari, seguire interessi personali o semplicemente per passare il tempo. Ma c’è chi non riesce a fare a meno di controllare il telefono ogni pochi minuti, chi si sente a disagio se non può accedere alle proprie piattaforme preferite, chi trascura il sonno, il lavoro o le relazioni sociali pur di continuare a scorrere il feed.
Quando l’uso dei social diventa così pervasivo da interferire con la vita quotidiana, ha senso parlare di dipendenza? La risposta non è semplice: vediamo perché.
Dottore, si può davvero diventare dipendenti dai social network?
Il termine “dipendenza dai social” è usato spesso nella vita di tutti i giorni, ma dal punto di vista clinico la situazione è più articolata. La principale classificazione internazionale delle malattie mentali, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5) [1], non riconosce la “dipendenza da social media” come un disturbo ufficiale.
Tuttavia, i ricercatori descrivono un insieme di comportamenti problematici che ricordano da vicino quelli delle dipendenze tradizionali: pensiero costante ai social, bisogno di aumentare il tempo trascorso online per ottenere la stessa soddisfazione, irritabilità o ansia quando non si riesce ad accedere alle piattaforme e difficoltà a ridurne l’uso nonostante si voglia farlo [2].
Una parte di questa difficoltà dipende da come le piattaforme sono costruite: notifiche, like e contenuti sempre nuovi attivano nel cervello meccanismi di gratificazione simili a quelli descritti per altre dipendenze comportamentali [3]. Una rassegna sistematica pubblicata nel 2023 ha mostrato che le stime di prevalenza dell’uso problematico dei social media variano enormemente a seconda del paese, dell’età e degli strumenti di misurazione utilizzati, rendendo difficile identificare una cifra unica e affidabile [4].
Non tutti gli usi intensi dei social corrispondono comunque a un comportamento problematico: bisogna distinguere tra un uso frequente ma funzionale e un uso che causa reale sofferenza o compromette la vita quotidiana (ne abbiamo parlato anche nella scheda “Gli smartphone fanno male alla salute?”).
Dottore, ma come faccio a capire se il mio uso dei social è diventato un problema?
Alcuni segnali possono indicare un uso problematico. Il più importante è la perdita di controllo: si vorrebbe ridurre il tempo sui social, ma non ci si riesce. Altri campanelli d’allarme sono:
- trascurare impegni lavorativi, scolastici o familiari per stare sui social;
- sentirsi irrequieti, ansiosi o di cattivo umore quando non si può accedere alle piattaforme;
- continuare a usarle nonostante causino stress o conflitti con le persone care [5].
Se questi comportamenti si presentano in modo persistente e interferiscono con la qualità della vita, può valere la pena parlarne con il proprio medico di medicina generale o con uno psicologo.
I giovani e gli adolescenti sono più a rischio?
Sì, le evidenze disponibili indicano che gli adolescenti sono più vulnerabili. Una ragione sta nel loro sviluppo neurologico: le aree del cervello responsabili della pianificazione e del controllo degli impulsi (in particolare la corteccia prefrontale) non sono ancora completamente mature nell’adolescenza, mentre le aree legate alle emozioni e alla ricerca di gratificazione immediata sono molto attive. Questo rende i ragazzi più sensibili ai meccanismi di rinforzo dei social media e meno capaci di regolare autonomamente il proprio uso [6].
Uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics ha osservato che un uso frequente dei social media nei ragazzi tra i 12 e i 15 anni era associato a livelli più elevati di sintomi depressivi e ansia [7]. Va però precisato che gli studi osservazionali non permettono sempre di stabilire con certezza la direzione del rapporto: non è chiaro se siano i social a causare questi problemi, o se i ragazzi già in difficoltà tendano a usarli di più. Un editoriale pubblicato su The Lancet nel 2024 ha ribadito che, se esiste un nesso causale tra uso dei social e disturbi mentali, questo è probabilmente di entità limitata, e che le esperienze individuali degli utenti sono molto diverse tra loro [8].
L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di limitare il tempo trascorso davanti agli schermi, soprattutto nella prima infanzia, e suggerisce che sia importante bilanciare l’uso dei dispositivi digitali con attività fisiche, relazioni sociali in presenza e sonno adeguato [9]. Puoi approfondire questo tema nella scheda “Posso dare il telefono cellulare a mio figlio piccolo?”.
La dipendenza dai social può aprire la strada ad altre dipendenze?
È una domanda importante, e la ricerca ha iniziato a esplorarla. L’ipotesi che un comportamento compulsivo possa favorire lo sviluppo di altre dipendenze (quella che in letteratura viene chiamata “gateway hypothesis” [10]) è stata studiata soprattutto per sostanze come alcol e cannabis, ma alcuni ricercatori la stanno applicando anche alle dipendenze comportamentali digitali. L’ipotesi è che il sistema di ricompensa del cervello, ripetutamente stimolato da like e notifiche, possa abbassare la soglia di risposta agli stimoli piacevoli, rendendo la persona più vulnerabile ad altre forme di ricerca compulsiva di gratificazione.
Alcune ricerche hanno riscontrato una co-occorrenza tra uso problematico dei social media e altri comportamenti a rischio: gioco d’azzardo online, consumo di sostanze, abbuffate alimentari compulsive [11]. Sul fronte alimentare, è stato osservato che l’esposizione continuativa a determinati contenuti sui social (immagini di corpi idealizzati, consigli nutrizionali non verificati, sfide alimentari) può favorire comportamenti disfunzionali legati al cibo, in particolare nelle adolescenti. Ne abbiamo parlato nella scheda “I social media aumentano i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione?”.
È importante sottolineare che non tutti i ragazzi con un uso intenso dei social sviluppano altre dipendenze: esistono fattori individuali, familiari e sociali che influenzano la vulnerabilità di ciascuno.
Dottore, i social possono portare un ragazzo a isolarsi completamente dal mondo?
È una preoccupazione sempre più comune tra i genitori, e le ricerche la prendono sul serio. Il fenomeno a cui ci si riferisce viene chiamato hikikomori, termine giapponese che significa letteralmente “stare in disparte”. Descrive una condizione in cui un giovane smette progressivamente di uscire di casa, abbandona la scuola, riduce i contatti anche con i familiari e si isola nella propria stanza per mesi o addirittura anni, in modo volontario. Non si tratta di una diagnosi psichiatrica ufficiale, ma di una condizione psicosociale complessa, che può accompagnarsi a sintomi di ansia, depressione e fobia sociale [12].
Il fenomeno, nato in Giappone negli anni Ottanta, è oggi documentato in molti paesi, inclusa l’Italia. Secondo i risultati di uno studio pubblicato nel dicembre 2023 dall’Istituto Superiore di Sanità (condotto su un campione rappresentativo di studenti tra gli 11 e i 17 anni) circa 66.000 giovani presentavano caratteristiche compatibili con una tendenza al ritiro sociale, pari all’1,6% della popolazione scolastica in quella fascia d’età [13]. I numeri, già significativi, sono probabilmente sottostimati: lo studio riguardava solo gli studenti che frequentavano ancora la scuola, escludendo quindi i casi più gravi, in cui il ritiro ha già portato all’abbandono scolastico.
Qual è il rapporto con i social media? La dipendenza da internet viene spesso indicata come una delle principali cause del ritiro sociale, ma in molti casi l’abuso delle nuove tecnologie sembra rappresentare più una conseguenza dell’isolamento che una sua causa diretta. In altre parole, il ragazzo non si isola perché usa troppo i social: spesso, al contrario, inizia a usarli in modo sempre più esclusivo proprio quando il suo ritiro dal mondo reale si approfondisce. Una ricerca del CNR ha osservato che chi si trovava in uno stato di ritiro sociale presentava un uso più moderato dei social media, aprendo all’ipotesi che, all’aumentare dell’isolamento fisico, ci si disconnetta gradualmente anche dalle interazioni virtuali [14].
I fattori che possono favorire questa condizione sono molteplici:
- difficoltà relazionali con i coetanei;
- esperienze di bullismo;
- pressioni scolastiche e familiari;
- ansia sociale;
- maggiore sensibilità individuale alle aspettative esterne [15].
Non esistono ancora metodi di intervento specifici riconosciuti dalla comunità scientifica, ma la psicoterapia rappresenta il trattamento di elezione, in particolare per gli adolescenti, e l’approccio deve essere multidisciplinare e coordinato [12]. Il primo passo (spesso il più difficile) è riconoscere i segnali precoci:
- il rifiuto ripetuto di andare a scuola;
- la progressiva riduzione delle uscite;
- la tendenza a invertire i ritmi sonno-veglia;
- il ritiro anche dai pasti in famiglia.
In presenza di questi segnali, il consiglio è quello di rivolgersi al medico di medicina generale o direttamente a uno specialista della salute mentale dell’età evolutiva, per intervenire tempestivamente ed evitare che questo circolo vizioso si radicalizzi.
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