6 settembre 2018 di Ulrike Schmidleithner

Quanto sono sicuri i vaccini?

Il sig. Pensieroso si sveglia in un bel giorno festivo, con un tempo splendido che invita a fare una gita al mare o in montagna. Già pregusta la giornata che passerà piacevolmente con gli amici. Però all’improvviso si insinuano pensieri inquietanti. Potrebbe scivolare mentre si fa la doccia e battere violentemente la testa. Potrebbe inciampare scendendo le scale, rotolare giù e fare una brutta fine. E chi gli può garantire al 100% che nessuno durante la notte abbia manomesso i freni della sua macchina? E se avesse un grave incidente durante il viaggio? E se lo pungesse una vespa e gli provocasse un grave shock anafilattico? E se gli cadesse addosso un aereo? Allora meglio rimanere a letto, decide alla fine, e osservare la bella giornata attraverso la finestra. Finché nessuno gli potrà garantire al 100% che se si alza non gli succederà niente, non si muoverà da lì. Ma a pensarci bene, l’aereo potrebbe anche cadere sulla casa, e lui potrebbe salvarsi solo se in quel momento fosse fuori. Non c’è proprio pace per il povero Signor Pensieroso…

Quelli di cui ha paura il sig. Pensieroso sono tutti eventi teoricamente possibili ma le probabilità che succedano sono così basse, soprattutto quello che riguarda l’aereo, che non ci vogliono calcoli complessi per capire che il bilancio beneficio-rischio pende senza alcun dubbio a favore della decisione di alzarsi e andare in gita. I rischi che avvengano tali disgrazie sono così infinitesimali che normalmente non ci vengono nemmeno in mente, quindi ci alziamo tranquillamente per affrontare la giornata, e non ci immobilizziamo in attesa di una sicurezza totale che non esiste e mai esisterà.

Certo, stiamo automaticamente attenti a non scivolare, a non inciampare, ad avere la macchina in perfette condizioni e a guidare con prudenza. In altre parole, cerchiamo fin dove è possibile di ridurre i rischi, ma non pretendiamo il rischio zero, perché sappiamo che non esiste.

Lo stesso principio vale anche per le vaccinazioni. Non ha senso pretendere che siano sicure al 100%, ma che siano tanto sicure quanto è possibile all’attuale livello della conoscenza scientifica.

Salite con me sulla macchina del tempo e facciamo un viaggio nel passato.

Edward Jenner mentre vaccina suo figlio tra le braccia di Mrs Jenn Wellcome [Fonte: Wikipedia]

La prima tappa è a metà del Diciannovesimo secolo. Vediamo un medico che si avvicina a un bambino che sta in braccio alla mamma. In mano ha una specie di coltellino con cui fa dei minuscoli taglietti al braccio del piccolo applicando un liquido preso da un flacone. Alla fine dà le istruzioni del caso alla donna, che lo ringrazia ed esce dall’ambulatorio.

Perché mai un medico dovrebbe intenzionalmente ferire un bambino? E come è possibile che la madre glielo lasci fare e addirittura lo ringrazi?

Naturalmente, per merito del nostro bagaglio culturale, sappiamo che abbiamo assistito a una vaccinazione contro il vaiolo.

Se fossimo come il sig. Pensieroso, potremmo mettere in dubbio l’utilità della vaccinazione e dire, convinti di essere molto ragionevoli: “Quando lei mi confermerà che questa pratica è sicura al 100%, solo allora ne riparleremo!”.

Il sig. Pensieroso potrebbe avere ragione, ma soltanto se questo atto medico comportasse esclusivamente dei rischi, e nessun beneficio.

Per indagare meglio questo aspetto risaliamo sulla macchina del tempo, insieme al medico e al bambino con la sua mamma, e scendiamo negli anni Novanta del secolo scorso. Ecco, ora la stessa identica azione, che nel Diciannovesimo secolo non solo era accettabile ma anche fortemente raccomandata (in molti Paesi addirittura imposta dalla legge), diventerebbe inaccettabile.

Quello che è cambiato è il bilancio beneficio-rischio: nel Diciannovesimo secolo e fino agli anni Settanta del secolo scorso, si accettava il rischio associato alla vaccinazione, perché era l’unica alternativa a un rischio decisamente maggiore: morire di vaiolo. Ma dopo l’eradicazione di questa pericolosa malattia il vaccino non poteva più offrire alcun beneficio per la popolazione generale, quindi il rischio non era più accettabile.

Quando il virus del vaiolo era libero di circolare i rischi da mettere sui due piatti della bilancia erano:

1 – Il virus vaccinale, che:

  • in rari casi poteva causare complicanze molto gravi (l’eczema vaccinatum, la vaccinia generalizzata, la vaccinia progressiva e l’encefalite etc.). Il tasso di mortalità associato al vaccino era 1 o 2 casi su 1 milione di vaccinati.

2 – Il vaiolo, che:

  • quasi nella totalità dei casi provocava una grave eruzione cutanea che copriva tutto il corpo e poteva lasciare cicatrici permanenti  
  • causava febbre alta, forte mal di testa o dolore diffuso  
  • poteva presentarsi anche in forme molto gravi, quasi sempre letali (il vaiolo emorragico, il vaiolo piatto ecc.)
  • uccideva circa il 30% dei pazienti
  • provocava cecità e/o deformità degli arti in alcuni sopravvissuti.

Se su 1 milione di vaccinati ne morivano uno o due, su 1 milione di casi di vaiolo ne morivano circa 300.000. Con questi dati in mano diventa lampante che la scelta è a favore della vaccinazione. Si può ben capire la decisione di molti governi di renderla obbligatoria.

La situazione rimaneva tale per più di un secolo e mezzo e cambiava solo negli anni Settanta del secolo scorso. Allora i rischi associati al vaccino erano diventati inaccettabili, perché nel 1980 il vaiolo è stato dichiarato eradicato dal mondo intero e di conseguenza veniva a mancare il beneficio che li controbilanciava.

Incisione del 1802, Confronto fra le lesioni del vaiolo (a sinistra) e della variolizzazione 16 giorni dopo l’inoculazione (a destra) [Fonte: Wikipedia]

Risaliamo nuovamente sulla macchina del tempo: questa volta la destinazione è la Cina, nel 590 dopo Cristo. Vediamo un uomo trascrivere con cura la descrizione di una pratica che oggi chiamiamo variolizzazione. All’epoca praticavano l’inoculazione intranasale di materiale ricavato da una pustola di un caso lieve di vaiolo. Sicuramente la variolizzazione si usava già molto prima, ma la trascrizione più antica conosciuta risale a quel periodo. In altri Paesi sono state sviluppate tecniche diverse, introducendo sotto la pelle il contenuto delle pustole o le croste finemente polverizzate. Questa pratica comportava dei rischi inimmaginabili al giorno d’oggi: tra l’1 e il 4% dei variolizzati moriva.

Degno di nota è anche il fatto che nei secoli in cui è stata praticata questa prima forma di prevenzione, ingegnosa ma rudimentale, nessuno era in grado di dire quale fosse la causa del vaiolo. Non si sapeva nulla dell’esistenza dei virus (e nemmeno dei batteri) o del nostro sistema immunitario. Ci si basava esclusivamente sull’osservazione empirica. Si faceva un bilancio beneficio-rischio osservando che il vaiolo uccideva moltissime persone mentre alla variolizzazione si associava un numero di decessi molto minore. Scegliendo il rischio più basso molte persone si sono salvate, anche se purtroppo alcune hanno perso la vita. In quel periodo storico la variolizzazione era un rischio accettabile perché l’alternativa era ancora peggiore: il vaiolo contratto per vie naturali invece che attraverso la pelle.

La variolizzazione, praticata per molti secoli, è stata abbandonata solo quando all’orizzonte è apparsa un’alternativa più sicura: il vaccino jenneriano che faceva spostare il bilancio beneficio-rischio a favore di quest’ultima.

Suona incredibile, ma fino a pochi anni prima dell’eradicazione del vaiolo, in alcuni Paesi sporadicamente si continuava a praticare la variolizzazione. Questo rappresentava un ostacolo non indifferente al programma di eradicazione, perché anche in Paesi liberi dal vaiolo la variolizzazione poteva reintrodurre il virus selvaggio. Le persone che avevano ricevuto questo trattamento, infatti, potevano diventare una fonte di contagio: sono stati descritti focolai che hanno preso inizio da una singola variolizzazione.

Questo fa venire in mente quell’assurda pratica che chiamiamo morbillo party. Purtroppo sembra che avvenga anche oggi in Italia e per il parallelismo  potremmo chiamarla “morbillizzazione”, anche se in questo caso il contagio è per vie naturali e non attraverso l’introduzione cutanea.

Demetrio Cosola, La vaccinazione nella campagna italiana (1894) [Fonte: Wikipedia]

Esattamente come le persone che ancora nel secolo scorso continuavano a preferire la variolizzazione (rischio di morte dell’1-4%) alla vaccinazione (rischio di morte di 1 su 1 milione), chi preferisce la “morbillizzazione” alla vaccinazione si basa sulla propria limitatissima e distorta esperienza personale, sulle dicerie popolari che ancora circolano e su dati incompleti o manipolati che portano a fare un bilancio beneficio-rischio totalmente sbagliato e addirittura pericoloso. Infatti, i “morbillo party” comportano gravi rischi, evitabili non solo per il “morbillizzato” ma anche per tutte le persone che verranno a contatto con lui. Questo perché il “morbillizzato” è infettivo e può trasmettere la malattia ad altre persone non vaccinate o non immuni, al contrario dei vaccinati che, invece, non possono trasmettere il virus vaccinale agli altri.

Insomma, un bel salto indietro nel tempo e tutto senza l’ausilio della macchina del tempo.

Così come la variolizzazione aveva un profilo beneficio-rischio favorevole prima dell’introduzione della vaccinazione, anche la “morbillizzazione” aveva qualche senso nell’era prevaccinale, quando contrarre il morbillo prima o poi era praticamente inevitabile, e infettarsi in un momento della vita in cui le probabilità di gravi conseguenze era più basso significava ridurre il rischio relativo. Ma oggi c’è un vaccino, e quest’ultimo è infinitamente meno rischioso e addirittura in grado di eradicare il morbillo, come è stato fatto con il vaiolo.

Le mie spiegazioni hanno lo scopo di chiarire il principio sul quale si basano le raccomandazioni generali delle vaccinazioni, e che il rischio zero è fuori dalla nostra portata.

Il principio del rapporto beneficio-rischio avviene a più livelli e si tratta di una valutazione che richiede una grande competenza e un background scientifico di prim’ordine, che devono tener conto sia di aspetti generali (l’intera popolazione, come abbiamo visto finora) che particolari (i signoli individui). Infatti, bisogna tener conto del fatto che alcune persone (poche in realtà) possono vivere situazioni particolari in cui il rapporto beneficio-rischio è ribaltato, per esempio in presenza di una controindicazione medica, temporanea o permanente, nel singolo individuo. Sono quelle persone che, pur in presenza di un alto beneficio generale, non possono essere sottoposte a vaccinazione per problematiche particolari. Allo stesso modo, ci sono alcuni gruppi di persone per cui c’è ancora un beneficio nell’essere vaccinati contro malattie per cui la popolazione generale non si vaccina più.

Un bell’esempio in tal senso è rappresentato dalle situazioni in cui il vaccino antivaioloso viene ancora oggi utilizzato, nonostante la malattia sia eradicata. I soldati statunitensi, infatti, vengono ancora oggi sottoposti a vaccinazione antivaiolosa poiché il virus del vaiolo potrebbe essere utilizzato come arma biologica da parte di terroristi; un’ipotesi che, seppur remota, non può essere del tutto esclusa. Allo stesso modo, il personale di laboratorio che fa ricerca usando Orthopoxvirus patogeni per l’uomo si sottopone a questa vaccinazione per il rischio biologico determinato dalla professione.

Tutto questo per dire che vaccinare vuol dire ridurre il rischio, non azzerarlo completamente. Non vaccinare equivale alla scelta di un rischio decisamente più alto.

Ulrike Schmidleithner

Autore Ulrike Schmidleithner

Una mamma che segue dall’inizio del 2002 con grande passione la questione vaccini. In tutti questi anni ha approfondito ogni aspetto di questo tema. Conosce praticamente tutti gli argomenti usati dalle persone contrarie alle vaccinazioni. Ha controllato accuratamente ciascuno di questi assunti e ha scritto moltissimi articoli sul suo blog Vaccinar...SI’! e sulla pagina Facebook omonima, per spiegare in modo pacato e comprensibile anche a chi non ha studiato medicina come stanno realmente le cose secondo il parere della comunità scientifica. Ha sempre fatto controllare i suoi articoli da uno o più esperti per assicurare la correttezza scientifica, che è indispensabile per un tema così importante. Sul nostro sito cura “La rubrica della mamma” in cui si rivolge ai genitori stando al loro fianco.
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