L’amianto è vietato in Italia da oltre trent’anni, ma continua ad avere un impatto sulla salute pubblica.
Secondo il più recente rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità, tra il 2010 e il 2020 quasi 17 mila persone sono morte per mesotelioma maligno, il tumore più strettamente associato all’esposizione a questo materiale.
Sebbene la mortalità sia in diminuzione, soprattutto tra i più giovani, la presenza dell’amianto sul territorio continua a rappresentare un’emergenza sanitaria e ambientale. La mortalità per mesotelioma è più elevata in alcune regioni settentrionali (Piemonte, Lombardia, Valle d’Aosta e Liguria) e colpisce in misura maggiore la popolazione maschile [1]. Occorre però mantenere alta l’attenzione ovunque per prevenire le nuove esposizioni.
Che cos’è l’amianto e perché è pericoloso?
L’amianto, o asbesto, è il nome con cui si indica un gruppo di minerali naturali a struttura fibrosa. In passato veniva estratto da miniere e cave e impiegato in edilizia e nella realizzazione di materiali isolanti, dalle tubature ai vagoni ferroviari. L’amianto, infatti, combinato con il cemento, garantiva resistenza al fuoco, al calore, alla penetrazione di sostanze chimiche. Questi impieghi appartengono al passato: non si utilizzano più composti e fibre di amianto da oltre trent’anni, cioè da quando è entrato in vigore il divieto di utilizzo [1].
Le fibre di asbesto erano considerate tra le più versatili e durature, nonostante fossero mille volte più sottili di un capello umano. Proprio questa caratteristica ha costituito il rischio per la salute umana. Una volta penetrate nei polmoni, molte fibre non riescono a essere eliminate efficacemente dall’organismo e possono accumularsi nei tessuti. Si avvia così un processo di infiammazione cronica che può far sviluppare diverse malattie, dall’insufficienza respiratoria ai tumori [2,3].
Dottore, chiunque abbia vissuto o lavorato in un edificio con amianto è a rischio?
Ci sono diversi livelli di esposizione e, di conseguenza, rischi più o meno probabili. In passato, i soggetti maggiormente esposti sono stati i lavoratori del settore industriale, impiegati negli stabilimenti che producevano l’Eternit, il nome commerciale del composto di cemento e amianto (o fibrocemento) per l’edilizia. Insieme a loro, anche familiari e conviventi che, giorno dopo giorno, entravano in contatto con le tute di lavoro.
Nonostante l’attuale divieto di produzione e di impiego, l’amianto costituisce ancora oggi un pericolo a causa di prodotti non sostituiti oppure rimossi ma non smaltiti correttamente. Oltre a edifici che presentano strutture contaminate (tettoie, solitamente), il materiale riempie discariche e depositi anche illegali. Diventa particolarmente pericoloso quando danneggiato, in frantumi, perché la polvere che si libera nell’aria, come le fibre, può essere inalata [2,3].
Quali sono le malattie causate dall’esposizione all’amianto?
La patologia amianto-correlata più grave è il mesotelioma, un tumore raro, caratterizzato da alta mortalità. Colpisce le cellule del mesotelio, la membrana che riveste alcuni organi interni, tra questi i polmoni, l’addome, gli organi riproduttivi femminili e maschili e il pericardio, cioè l’area intorno al cuore. Il periodo di latenza, ovvero l’intervallo di tempo tra l’esposizione e la comparsa della malattia, è in genere compreso tra i trenta e i cinquant’anni [3,4]. Per questo continuano a essere diagnosticati nuovi casi molti anni dopo il contatto. Inoltre, il mesotelioma viene spesso individuato quando la malattia è già in fase avanzata, rendendo meno efficaci i trattamenti [3,4].
Nel 2024, in Italia, sono stati diagnosticati quasi 1.800 mesoteliomi, con una maggiore prevalenza negli uomini [3].
L’inalazione delle fibre di amianto può provocare anche l’asbestosi, una malattia cronica che colpisce i polmoni e si manifesta con fibrosi, enfisema, in alcuni casi insufficienza respiratoria.
L’infiammazione permanente causata dall’amianto incide anche sulla comparsa di tumori alla laringe e all’ovaio.
Con questo materiale sono stati prodotti per decenni anche le tubature dell’acqua potabile: finora però non sono emerse evidenze convincenti che colleghino il consumo di acqua contaminata da amianto a un aumento del rischio di tumori dello stomaco o dell’intestino [2].
Dottore, esiste ancora il rischio di consumare acqua contaminata?
Dai dati disponibili, sappiamo che la possibilità di contaminazione esiste ancora, ma le evidenze scientifiche sugli impatti per la salute sono rassicuranti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha concluso che non esistono evidenze consistenti che l’ingestione di amianto sia pericolosa per la salute [5].
Negli Stati Uniti, l’agenzia per la protezione ambientale ha stabilito che l’acqua potabile non debba contenere più di 7 milioni di fibre di amianto per litro: superare questo valore è associato a un maggiore rischio di sviluppare polipi benigni all’intestino [6]. I dati di monitoraggio disponibili in Italia si collocano generalmente ben al di sotto di questa soglia [2].
L’esposizione per via respiratoria non è più un’emergenza?
Nuovi casi di esposizione e di malattie amianto-correlate sono possibili e, per questo, occorre continuare a vigilare sui processi di bonifica ambientale tuttora in corso e sullo smaltimento corretto. La presenza di amianto è sia un’emergenza ambientale che sanitaria. Si continua a fare ricerca sugli effetti della sostanza sulla salute e si garantisce un’assistenza medica e sociale adeguata a coloro che si sono ammalati o presentano fattori di rischio a causa dell’esposizione [4].
Ricordiamo che la rimozione di manufatti che contengono asbesto deve essere affidata a ditte specializzate con strumenti di protezione specifici. Il fai-da-te è pericoloso: indossare tute e mascherine non protegge dal rischio di esporsi alle fibre o diffonderle ulteriormente oltre il sito da bonificare [3].
In caso di sospetto di presenza di materiale contaminato, occorre rivolgersi a ditte qualificate o, per informazioni sulle procedure, agli enti locali di riferimento; in questo caso, le ASL oppure l’ARPA, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente [7].
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