Film di fantascienza, corsi di “potenziamento mentale” e aneddoti su presunte capacità nascoste hanno reso popolare l’idea che il cervello umano funzioni solo al 10% delle sue possibilità, lasciando inutilizzata una sterminata riserva di materia grigia. È un’immagine suggestiva e allettante quella di possedere un potenziale inespresso che, se sbloccato, potrebbe regalarci doti straordinarie.
Le neuroscienze, però, raccontano una storia diversa: il cervello, anche nei momenti di riposo, è un organo quasi sempre attivo nella sua interezza…
Dottore, è vero che utilizziamo solo una piccola parte del cervello?
No. È un’idea diffusa da decenni ma priva di fondamento scientifico. Un neurologo della Johns Hopkins School of Medicine ha definito questa convinzione così sbagliata da essere quasi ridicola, spiegando che si utilizza praticamente ogni parte del cervello e che la maggior parte di esso è attiva quasi sempre [1].
Anche un neurologo della Mayo Clinic ha confermato che, considerando l’arco delle 24 ore, si arriva a utilizzare il 100% del cervello: persino durante il sonno restano attive aree come la corteccia frontale, coinvolta nei processi decisionali, o le regioni che elaborano gli stimoli provenienti dal corpo [1]. Un gesto quotidiano come versare il caffè nella tazza, per esempio, richiede la collaborazione simultanea di più aree cerebrali: quelle visive, quelle motorie, il cervelletto, i gangli della base [1].
Uno degli argomenti più solidi contro il mito è il consumo di energia: nell’adulto medio il cervello rappresenta circa il 2% del peso corporeo, ma consuma da solo circa il 20% dell’energia (sotto forma di ossigeno e calorie) di tutto l’organismo, con un tasso metabolico che resta sorprendentemente costante indipendentemente da quanto si è mentalmente o fisicamente attivi [2]. Da un punto di vista evolutivo, un organo così dispendioso e per il 90% inutilizzato non avrebbe avuto senso: la selezione naturale avrebbe favorito cervelli più piccoli ed efficienti [3].
Dottore, ma allora perché nelle immagini di risonanza magnetica si accendono solo poche aree: non è la prova che il resto del cervello è spento?
È un equivoco comune, ma nasce da un fraintendimento di come funzionano queste tecniche. Le immagini prodotte con la risonanza magnetica funzionale non mostrano “l’attività assoluta” del cervello, ma immagini differenziali: vengono colorate solo le aree la cui attività supera un livello basale in un determinato compito, rispetto a una condizione di controllo [4].
Prendiamo ad esempio quegli studi che vogliono indagare la risposta del cervello a immagini di volti umani: i ricercatori cercheranno quindi quelle aree che si attivano in maniera peculiare e unica per quel compito. Le immagini mostreranno quindi una colorazione in giallo e rosso di quelle aree specifiche. Le zone che restano grigie però non sono spente, si trovano in una sorta di stand-by, con un’attività di fondo che continua comunque a svolgere un ruolo funzionale [4]. In altre parole, la mappa colorata racconta dove il cervello lavora “di più” per un compito specifico, non dove il cervello lavora e basta.
Ho anche sentito dire che solo il 10% delle cellule del cervello sono neuroni, e che il resto serve a poco: è vero?
Anche questa convinzione, spesso usata per rafforzare il mito, non regge al confronto con i dati più recenti. L’idea che le cellule gliali (di supporto) siano dieci volte più numerose dei neuroni nasce da affermazioni degli anni ’60, mai sostenute da prove sperimentali solide, che però sono state riprese per decenni anche in manuali di neuroscienze molto autorevoli [5].
Solo nel 2009 una tecnica di conteggio cellulare più accurata ha dimostrato che il rapporto tra cellule gliali e neuroni nell’intero cervello è vicino a 1 a 1 [4], con una stima più precisa di 0,7 a 1 [5], quindi addirittura leggermente inferiore, non superiore, a quanto sostenuto dal mito. Le cellule gliali, inoltre, non sono affatto “inerti”: svolgono un ruolo attivo nel nutrire e sostenere i neuroni e partecipano anche ai processi che sostengono la memoria [4].
Dottore, da dove nasce un’idea così diffusa, e perché resiste ancora oggi?
L’origine è incerta, ma viene spesso fatta risalire, in modo impreciso, allo psicologo statunitense William James, che all’inizio del Novecento scriveva di risorse mentali “in gran parte inutilizzate”, senza però mai indicare una percentuale precisa [1, 3]. Il numero “10%” si sarebbe poi diffuso attraverso la pubblicistica motivazionale del Novecento, fino a diventare uno dei luoghi comuni più citati su libri, film e articoli [3].
Un’indagine condotta su un ampio campione statunitense ha verificato quante persone ritengono vera l’affermazione “usiamo solo il 10% del cervello”: è risultato che il 36% del pubblico generale, il 33% di chi lavora nell’istruzione e il 14% di chi ha una solida formazione universitaria in neuroscienze considerano vero questo mito [6], un dato che conferma come una maggiore competenza scientifica riduca, ma non elimini del tutto, l’adesione a questo tipo di false credenze [6].
Quindi non esiste alcun modo per “sbloccare” capacità nascoste del cervello?
No, non nel senso suggerito dal mito. Questo non significa però che il cervello non possa essere allenato: la ricerca mostra che attività come l’esercizio fisico regolare, il gioco enigmistico o le attività creative possono favorire la plasticità cerebrale e sostenere le funzioni cognitive nel corso della vita, come abbiamo raccontato nelle schede “Giocare a scacchi sviluppa l’intelligenza?”, “Lo sport fa davvero bene al cervello?”, “Le parole crociate aiutano a mantenere il cervello in salute?” ed “Essere creativi fa bene al cervello?”.
Non si tratta di “usare di più” un cervello altrimenti spento, ma di sostenere un organo che lavora costantemente, in modo sano ed efficiente. Riportiamo qui alcuni suggerimenti pratici, sostenuti da evidenze scientifiche, per prendersi cura della salute cognitiva nel corso della vita:
- praticare regolarmente attività fisica, anche di intensità moderata;
- dedicarsi ad attività che stimolano il pensiero, come lettura, giochi enigmistici o l’apprendimento di nuove competenze;
- coltivare relazioni sociali e interessi culturali o creativi;
- curare la qualità del sonno, durante il quale il cervello continua comunque a essere attivo.
In presenza di cali di memoria, difficoltà di concentrazione o altri sintomi che destano preoccupazione, è sempre opportuno consultare il proprio medico di medicina generale, che potrà valutare la situazione ed eventualmente indirizzare verso uno specialista.
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