Le antenne per la telefonia mobile di quinta generazione, note come 5G, sono al centro di molte preoccupazioni. Sui social circolano affermazioni allarmanti che le collegano a tumori cerebrali e altre malattie gravi. La scienza, però, racconta una storia diversa: i campi elettromagnetici emessi dal 5G appartengono alla categoria delle radiazioni non ionizzanti, cioè non hanno l’energia sufficiente per danneggiare il DNA.
In occasione della Giornata mondiale per i tumori cerebrali, cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su 5G e salute.
Dottore, le onde del 5G sono pericolose come i raggi X?
No, e la differenza è fondamentale. Le radiazioni si dividono in due famiglie:
- ionizzanti, come i raggi X e i raggi gamma;
- non ionizzanti, come le onde radio usate dai telefoni cellulari, dal Wi-Fi e dalle antenne 5G.
Le prime hanno abbastanza energia da rompere i legami chimici del DNA, e per questo sono un rischio accertato per la salute se si è esposti in modo eccessivo. Le seconde non possiedono questa capacità: la loro energia è troppo bassa per modificare le molecole biologiche [1, 2] (ne avevamo parlato approfonditamente nella scheda “Microonde, cellulari o Wi-Fi fanno venire il cancro?”).
Le antenne 5G emettono onde radio a frequenze comprese tra qualche centinaio di milioni e circa 27 miliardi di oscillazioni al secondo. Questi tipi di onde sono ben noti agli scienziati: effetti simili sono stati studiati per decenni con le precedenti generazioni di reti mobili. L’unico effetto che le onde radio producono sul corpo, a livelli sufficientemente elevati, è un leggero riscaldamento dei tessuti. Ma i livelli a cui siamo esposti nella vita quotidiana sono molto inferiori a quelli necessari per produrre anche solo questo effetto [1, 2].
Dottore, c’è un’antenna sul tetto del palazzo di fronte. Devo preoccuparmi?
È la preoccupazione più diffusa tra i cittadini, ed è comprensibile. Vale però la pena capire come funziona davvero l’esposizione. Le antenne della telefonia mobile (quelle che vediamo sui tetti dei palazzi, sui tralicci o sui pali) irradiano il segnale principalmente verso l’orizzonte, per coprire un’area al suolo. Il campo elettromagnetico, però, si riduce molto rapidamente con la distanza: già a qualche decina di metri dall’antenna (la distanza tipica tra un edificio e quello di fronte) i livelli misurati risultano di norma una piccola frazione dei limiti di legge, già di per sé molto cautelativi. Le agenzie regionali per la protezione ambientale (ARPA) effettuano misurazioni sistematiche sul territorio e verificano il rispetto di questi limiti [2,3]. Chiunque abbia dubbi sull’antenna vicino alla propria abitazione può richiedere una valutazione alla propria ARPA di competenza.
Un dato importante, e a volte controintuitivo: le antenne della telefonia mobile non sono la fonte principale di esposizione ai campi elettromagnetici. Lo è invece il telefono cellulare che teniamo in mano o vicino all’orecchio, perché è a pochi centimetri dal corpo. Quando ci si allontana da un’antenna, il cellulare deve emettere con più potenza per mantenere il collegamento. Per questo, avere tante antenne distribuite sul territorio (e non poche) riduce, paradossalmente, la potenza emessa dai telefoni stessi [2].
Dottore, ma non ha detto l’OMS stesso che le onde radio sono “possibilmente cancerogene”?
È vero, ma questa classificazione merita una spiegazione. Nel 2011, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), che fa parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha inserito i campi elettromagnetici a onde radio nel Gruppo 2B, definendoli “possibilmente cancerogeni” [4]. Questa categoria non significa che ci sia una prova di danno: indica che le prove disponibili erano limitate e non sufficienti per escludere completamente un rischio. Si tratta di una categoria che comprende oltre 300 agenti diversi, per i quali le evidenze scientifiche sono considerate possibili ma non conclusive, ben distinta da quelle riservate agli agenti per cui il rischio è accertato.
Da allora la ricerca è progredita enormemente. Nel settembre 2024, una grande revisione sistematica commissionata dall’OMS – condotta dall’Agenzia australiana per la protezione dalle radiazioni (ARPANSA) – ha analizzato oltre 5.000 studi, selezionandone 63 tra i più rigorosi pubblicati tra il 1994 e il 2022. Il risultato: l’uso dei telefoni cellulari non è associato a un aumento del rischio di tumore al cervello, alle meningi, al nervo acustico, all’ipofisi o alle ghiandole salivari, né nell’adulto né nel bambino [5].
A supporto di questa conclusione, uno studio condotto da ricercatori dell’IARC stesso su dati dei registri tumori di Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia dal 1979 al 2016 ha rilevato che, nonostante l’esplosione nell’uso dei telefoni cellulari dagli anni Novanta in poi, i tassi di glioma nella popolazione maschile tra i 40 e i 69 anni non hanno mostrato alcun aumento riconducibile a questa tecnologia [6].
Va detto che la revisione OMS del 2024 ha ricevuto critiche metodologiche da un gruppo di ricercatori indipendenti, raccolte in una lettera pubblicata sulla stessa rivista, i quali sostengono che l’analisi non tenga adeguatamente conto delle esposizioni più elevate e dei tempi che intercorrono tra l’esposizione e l’eventuale comparsa di un tumore [7]. Queste critiche rappresentano una posizione minoritaria rispetto al consenso delle principali istituzioni sanitarie internazionali, ma il dibattito scientifico è ancora in corso, e per questo le istituzioni promuovono ulteriori studi di sorveglianza a lungo termine.
Dottore, in Italia c’è qualcuno che controlla che le antenne rispettino i limiti di sicurezza?
Sì. La Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Non Ionizzanti (ICNIRP), riconosciuta dall’OMS, ha aggiornato nel marzo 2020 le proprie linee guida includendo esplicitamente le frequenze usate dal 5G, e ha confermato che i limiti vigenti proteggono la popolazione da tutti gli effetti noti [8]. In Italia, il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell’8 luglio 2003, aggiornato dall’art. 10 della Legge 214 del 30 dicembre 2023, stabilisce un valore di attenzione di 15 volt per metro per le aree dove le persone stazionano per molte ore al giorno, come le abitazioni. Anche questo limite rimane più cautelativo rispetto agli standard internazionali, e già prima dell’installazione di ogni antenna le agenzie regionali per la protezione ambientale (ARPA) sono tenute per legge a verificare che il progetto rispetti questi valori [3].
La ricerca va avanti: studi come il progetto europeo GOLIAT stanno monitorando specificamente l’esposizione al 5G, soprattutto nelle fasce più giovani della popolazione [9]. Per il momento, le evidenze disponibili non mostrano motivi di allarme, ma la cautela scientifica impone di continuare a osservare nel tempo.
