C’è un nuovo virus capace di infettare gli esseri umani e di causare una grave malattia degli occhi, ma non si prende facendo il bagno in spiaggia o tuffandosi da una barca nel Mediterraneo. La definizione di “virus marino” con cui è stato chiamato nell’aprile 2026 può infatti trarre in inganno, ma indica solo che questo agente infettivo, appartenente alla famiglia dei Nodavirus, colpisce animali acquatici, come pesci e crostacei, non solo di mare, ma anche di acqua dolce.
La possibilità che si contagino anche esseri umani, recentemente dimostrata in Cina, riguarda per lo più persone che in Asia hanno manipolato questi animali in casa senza protezione, li hanno consumati crudi o hanno avuto contatti con ambienti contaminati. In Europa, c’è attenzione alla potenziale minaccia in ambito veterinario, ma, al momento in cui scriviamo, non esiste alcuna allerta per le persone [1].
Dottore, ma di che virus parliamo?
Alla famiglia dei Nodavirus appartengono diversi tipi di virus che infettano insetti o animali acquatici. Quello di cui si parla è chiamato CMNV (Covert Mortality NodaVirus) e nel giro di pochi anni è passato di specie in specie fino a contagiare una ventina di specie di pesci, crostacei e molluschi.
Per la prima volta è stato identificato nel 2014 come responsabile di una malattia che dal 2009 colpiva gli allevamenti intensivi cinesi di gamberetti, uccidendo, con una progressione lenta ma inarrestabile, fino all’80% dei crostacei presenti. Siccome, in questo modo, li fa via via precipitare sul fondo, per cui spariscono dalla vista di chi se ne occupa, è stato chiamato virus dalla mortalità “coperta” o, meglio, “nascosta”. L’Organizzazione mondiale per la salute animale lo ha classificato subito come virus emergente, ma senza considerare, fino al 2024, l’eventualità che facesse “spillover”, cioè riuscisse a trasmettersi e infettare gli esseri umani [2].
Nella primavera del 2026 è stato invece dimostrato per la prima volta un salto di questo tipo da animali acquatici, e non, come è sempre stato osservato, da uccelli o da altri mammiferi, come roditori o pipistrelli. Un gruppo di ricercatori cinesi ha infatti trovato particelle virali di CMNV nell’iride di persone che avevano sviluppato una grave malattia agli occhi, detta uveite anteriore virale ipertensiva oculare persistente (in sigla POH-VAU), una delle quali aveva anche perso la vista. I pazienti avevano anche anticorpi contro il virus che, nei topi, ha provocato la stessa sintomatologia [3].
Dottore, ma che cos’è questa malattia?
L’uveite è un’infiammazione dell’interno dell’occhio che si manifesta con arrossamento, dolore e visione offuscata. Può dipendere da un trauma oppure riconoscere una causa autoimmune, quando le difese dell’organismo aggrediscono una componente molecolare che si ritrova a questo livello. In altri casi è su base infettiva, soprattutto da parte di virus della famiglia degli herpes.
Di solito si cura con farmaci e colliri. La forma associata a questo nuovo virus, particolarmente violenta e ricorrente, ha reso invece necessario ricorrere alla stessa chirurgia che si utilizza per il glaucoma per ridurre la pressione all’interno dell’occhio.
Dottore, ma perché questa notizia è importante?
Questa notizia non è importante per la salute umana perché il CMNV rappresenti, per il momento, un rischio immediato per la popolazione generale. Anche per chi in Asia usa questi prodotti ittici è infatti sufficiente adottare comuni dispositivi di protezione per evitare l’infezione.
L’interesse deriva prima di tutto dall’osservazione di un primo caso documentato di spillover da animali marini agli esseri umani, confermando la rilevanza di un fenomeno da cui potranno continuare ad arrivare nuove minacce infettive.
In secondo luogo, è da notare che l’epidemia tra i gamberetti ha cominciato a svilupparsi in allevamenti intensivi monocoltura, dove crescono animali praticamente identici. Questa perdita di biodiversità è spesso indicata come un fattore di vulnerabilità davanti a virus e batteri, perché, non appena si seleziona un agente infettivo adatto a quell’ospite, si diffonde inesorabilmente trovando pochi individui resistenti.
Inoltre, è stato osservato che la maggiore mortalità tra i gamberetti si è verificata quando la temperatura dell’acqua superava i 28°C o subiva ampie oscillazioni in relazione all’instabilità meteorologica. È chiaro, quindi, che, anche in questo caso, la crisi climatica, di cui si continua a parlare troppo poco, potrebbe avere un ruolo nell’insorgenza e nella diffusione di questi fenomeni.
Infine, lo studio pubblicato su Nature Microbiology [4] lascia aperto il sospetto di una possibile trasmissione del virus tra le persone. Circa il 16% dei pazienti non ha infatti manipolato in prima persona questi prodotti ittici, ma era a contatto stretto di persone che lo avevano fatto. Dal momento che in Asia più di un terzo dei campioni di gamberetti e il 40% di quelli di pesce sono risultati positivi, è possibile che di questa vicenda si sentirà parlare ancora in futuro.
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