Essere creativi fa bene al cervello?

20 Aprile 2026 di Maria Frega (Pensiero Scientifico Editore)

Dipingere, cantare, visitare una mostra o ascoltare musica sono attività piacevoli che, in più, favoriscono motivazione e condivisione, sostenendo sia lo sviluppo cognitivo dei più piccoli, sia gli interventi medici nei pazienti a rischio di malattie mentali, di declino cognitivo.

In futuro i medici potranno prescrivere un corso di artigianato o l’ingresso a teatro? In occasione della Giornata Mondiale della Creatività e dell’Innovazione, che si celebra ogni anno il 21 aprile, una sintesi delle evidenze sul legame tra creatività e salute mentale.

Dottore, che cosa significa essere creativi e perché è salutare?

La creatività è la capacità di produrre idee o soluzioni innovative usando la propria immaginazione, il proprio intelletto. Coinvolge abilità e talenti come l’analisi e la sintesi, la sensibilità, l’attenzione verso le esperienze personali, l’elaborazione di produzioni originali. Collegare la creatività alla salute del cervello non è semplice, ma coltivare attività creative è generalmente considerato positivo per il benessere mentale, come confermano numerosi studi.

Musica, danza, teatro, pittura, ma anche lettura, scrittura creativa, cucina e giardinaggio, fino alle esperienze digitali: l’impegno può essere attivo, da creatori, o passivo, da visitatore di mostre a spettatore di concerti [1]. In questi contesti culturali e sociali si esprime e si valorizza il concetto di salute che, come si sa, è definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente l’assenza di malattia o infermità”. Anche impegnare il tempo libero con le arti è parte integrante di questa definizione [2].

Quali sono gli impatti positivi delle attività artistiche sul cervello?

La raccolta di evidenze più solide si può trovare in un ricco rapporto dell’OMS pubblicato in risposta a due decenni di ricerca sugli effetti delle arti sulla salute e sul benessere. La creatività, in sintesi, è considerata un fattore di benessere e di regolazione dello stress, oltre a un elemento chiave nella prevenzione dei disturbi correlati al benessere cognitivo ed emotivo lungo tutto l’arco della vita.

Le arti possono incidere sui determinanti sociali della salute, come la povertà o la difficoltà di accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria. Relazioni, apertura mentale e stimoli intellettivi favoriscono comportamenti salutari e attenzione alla cura di sé. Stimolano, inoltre, la coordinazione fisica, l’attenzione e la motivazione condivise, contribuiscono a costruire un senso condiviso di successo.

Un ulteriore ambito di studio riguarda la gestione dei disturbi mentali e neurologici proprio attraverso le esperienze creative. Con la partecipazione sociale si contrastano la solitudine e l’isolamento, associati al declino cognitivo, alla riduzione della mobilità e a maggiore e precoce mortalità.
Esistono, inoltre, prove importanti sulle potenzialità delle arti su fattori di rischio per lo sviluppo o il peggioramento di malattie croniche. Lo stress, per esempio, è una condizione che potrebbe aumentare le probabilità di sviluppo di patologie cardiovascolari e di alcuni tumori [1].

Dottore, quali sarebbero le attività creative più salutari per il cervello?

Il canto promuove la cooperazione, l’autostima e il senso di inclusione sociale; è efficace per bambini, adulti, famiglie e comunità di culture diverse. Abbiamo parlato di musicoterapia nella scheda “La musica può essere una cura?”.

Anche il teatro favorisce l’inclusione sociale, in particolare nei pazienti con demenza e nei familiari che li assistono. La danza agisce come attività fisica a tutti gli effetti: incrementa la mobilità e aiuta a gestire la fatica; in più, attira coloro che sono restii agli sport competitivi o impegnativi.

Leggere narrativa, anche con i più piccoli, o cimentarsi nella scrittura creativa migliorano lo sviluppo del pensiero critico e la capacità di risolvere problemi [1].

Mi spiega qualcosa di più dell’impatto sui bambini?

Fin dai primi momenti dopo la nascita, è la musica l’arte più stimolante. L’Organizzazione Mondiale della Sanità conferma che l’ascolto attivo di melodie e canti supporta le interazioni con i genitori, riduce lo stress in famiglia, oltre a contribuire allo sviluppo del linguaggio e dell’attenzione nei neonati. In seguito, questi benefici si estendono anche ai minori con disturbi dell’apprendimento (dislessia) e disabilità uditive [1].

E negli anziani? È vero che la creatività mantiene il cervello giovane?

Uno studio su adulti di diverse nazionalità ha analizzato la relazione tra attività creative ed età cerebrale. I risultati suggeriscono che chi pratica balli di coppia, chi fa musica o coltiva le arti visive mostra un cervello più giovane rispetto all’età anagrafica [3].

I ricercatori hanno osservato un effetto protettivo contro il declino di alcune funzioni del cervello; le connessioni neurologiche che subiscono danni con le demenze sembrano meno vulnerabili quando si è intellettualmente attivi [3].
Questi risultati stanno facendo discutere, ma servono studi più solidi per confermarli. Intanto in tutto il mondo si sviluppano progetti per la terza età basati su attività creative [3].

Una revisione sistematica ha valutato iniziative di danza e pittura volte a ridurre i sintomi della depressione e dell’ansia negli anziani, anche tra coloro che sono assistiti in case di cura o che frequentano associazioni loro dedicate. Si supera così anche il timore a chiedere o accettare un sostegno contro i disturbi dell’umore.

I benefici sembrano esserci, ma, poiché le iniziative di questo tipo sono possibili solo occasionalmente e per poco tempo, non se ne conoscono gli effetti a lungo termine, né si può prevedere la “dose” ottimale per migliorare davvero le funzioni cerebrali [4].
Naturalmente, questi progetti non sostituiscono la psicoterapia e, quando necessari, i farmaci; si è voluto però considerare l’apporto di metodi complementari per quei pazienti che, per esempio, subiscono gli effetti collaterali dei medicinali.

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Assistere a eventi artistici senza partecipare attivamente può avere effetti sul benessere?

Pur non rientrando nella creatività attiva, la partecipazione culturale ha effetti positivi sul benessere.
Uno studio, tra i tanti, nel Regno Unito ha mostrato che la partecipazione ad attività culturali è associata a un effetto protettivo sulla longevità.

In questa indagine, in particolare, i ricercatori, esperti di psicologia ed epidemiologia, hanno incrociato le informazioni ricavate dai sondaggi con i dati del servizio sanitario pubblico per 14 anni concludendo che chi partecipava ad attività culturali solo una o due volte l’anno aveva un rischio di morte inferiore del 14 per cento rispetto a chi ne era disinteressato. La frequentazione più regolare (quasi mensile) produceva una mortalità minore del 31 per cento. Si tratta di uno studio osservazionale, ed è complesso eseguire correlazioni dirette in questo ambito, ma sono dati indicativi delle risposte anche fisiologiche alla cultura e all’arte [5].

Dottore, è vero che i medici di medicina generale possono prescrivere visite al museo?

No. O almeno, non ancora. Proprio a partire dal report dell’OMS si stanno moltiplicando, in tutto il mondo, iniziative create da musei pubblici e istituzioni sanitarie per promuovere la salute dei cittadini con il ruolo attivo nella cultura e nell’arte. Si tratta di esperienze non ancora messe a sistema, ma nel febbraio 2026 il Ministero della Cultura e quello della Salute hanno firmato il primo protocollo d’intesa in Italia sulla “prescrizione dell’arte” [6].

Una ASL piemontese consente ai suoi medici di raccomandare, con una “ricetta bianca”, attività artistiche, seguendo progetti sperimentali in luoghi attrezzati allo scopo, come il Museo d’Arte Contemporanea di Rivoli e la Reggia di Venaria [7]. Siamo però ancora lontani dalla possibilità di ricevere il biglietto di un museo o l’iscrizione a un corso di pittura come trattamenti medici specifici.

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Autore Maria Frega (Pensiero Scientifico Editore)

Maria Frega è sociologa, specializzata in comunicazione, e scrittrice. Si occupa di scienza, innovazione e sostenibilità per un'agenzia di stampa e altri media. Sugli stessi temi cura contenuti per testi scolastici e organizza eventi di divulgazione con associazioni ed enti pubblici. È inoltre editor di saggistica e tiene corsi di scrittura anche nelle scuole e in carcere. I suoi ultimi libri sono Prossimi umani e Filosofia per i prossimi umani, con Francesco De Filippo per Giunti Editore.
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