La domanda non è retorica: è una delle più urgenti che i cittadini europei, e italiani in particolare, possono porre oggi ai propri governanti. Mentre i conflitti armati si moltiplicano e le alleanze militari alzano i propri obiettivi di spesa, i bilanci pubblici sono messi sotto una pressione crescente. E quando le risorse sono limitate, le scelte di priorità hanno conseguenze concrete sulla vita delle persone.
La ricerca scientifica ha studiato a fondo il rapporto tra spesa militare e spesa sanitaria. I risultati sono chiari, documentati e, per chi tiene alla salute pubblica, preoccupanti.
Dottore, ma esiste davvero un legame scientifico tra aumento della spesa militare e riduzione di quella sanitaria?
Sì, ed è un legame causale, non una semplice coincidenza. Uno studio pubblicato sulla rivista Defence and Peace Economics, basato su dati provenienti da 197 paesi nel periodo 2000-2013, ha dimostrato che ogni aumento dell’1% nella spesa militare corrisponde a una riduzione dello 0,62% nella spesa sanitaria pubblica [1].
I ricercatori hanno utilizzato tecniche statistiche avanzate per escludere spiegazioni alternative e stabilire un rapporto di causa ed effetto: le due voci di spesa non si riducono per ragioni esterne indipendenti: è la crescita della spesa militare a comprimere quella per la salute.
Questo effetto riguarda solo i paesi in guerra o poveri?
No, riguarda tutti i paesi, ma colpisce in modo più acuto quelli a reddito più basso. Per le nazioni a reddito medio-basso, un aumento dell’1% della spesa militare provoca un calo dello 0,96% nella spesa sanitaria, quasi un rapporto uno a uno. Per i paesi a reddito medio-alto, il calo è dello 0,56%.
Inoltre, mentre i bilanci per la difesa raggiungono livelli storicamente elevati, a causa dell’escalation dei conflitti in Medio Oriente, in Ucraina e altrove, le conseguenze sono ben visibili nel quotidiano di una persona su sei al mondo, essendo questa la percentuale di persone che vivono oggi in zone di conflitto attivo [2].
Ma c’è di più, perché i conflitti non si limitano a sottrarre risorse alla sanità: la distruggono direttamente. Le evidenze relative al periodo 1990-2017 collegano i conflitti a circa 29,4 milioni di morti in eccesso dovute a cause indirette, come la distruzione dei sistemi sanitari [2].
Dottore, il Servizio sanitario nazionale italiano risente di questi investimenti nella Difesa?
Il nostro SSN è da anni in difficoltà crescente. La spesa sanitaria pubblica italiana è andata diminuendo: le previsioni del Governo per il 2026 la collocano al 6,1% del prodotto interno lordo, in parallelo con la crescita delle risorse destinate alla sanità privata convenzionata e della spesa sostenuta direttamente dai cittadini per l’acquisto di servizi sanitari privati (out of pocket) [3].
Quattordici autorevoli personalità del mondo della ricerca e della comunicazione scientifica italiana, tra cui il Premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi, Silvio Garattini, Alberto Mantovani e Paolo Vineis, hanno lanciato un appello pubblico chiedendo che il finanziamento del SSN salga dall’attuale 6,2% del PIL ad almeno l’8%, in linea con gli standard europei [4].
Senza queste risorse il SSN rischia di perdere il ruolo che ha avuto fin dalla sua nascita: tutelare la salute di tutti gli italiani, combattere gli squilibri e le diseguaglianze sociali e territoriali, e garantire servizi di cura nell’interesse di ogni singola persona e della collettività [3].
E nel frattempo, come è cambiata la spesa militare in Italia?
È cresciuta in modo significativo, in controtendenza rispetto alla sanità. In Italia, tra il 2013 e il 2023, la spesa militare è cresciuta del 26% e quella per l’acquisto di armi del 132%, mentre la spesa pubblica totale è aumentata di appena il 13%, con incrementi dell’11% per la sanità e del 3% per l’istruzione [3].
Come ha sottolineato la storica Chiara Giorgi – docente alla Sapienza Università di Roma – il welfare universale finalizzato al benessere delle persone e ai loro diritti in termini di salute, previdenza, assistenza, istruzione e abitazione viene sempre più sacrificato dinnanzi a scelte politiche orientate verso la spesa militare e le politiche di riarmo. Per i paesi dell’Unione Europea membri della NATO, la spesa militare negli ultimi dieci anni è aumentata in termini reali di quasi il 50%, raggiungendo 215 miliardi nel 2023 [3].
Dottore, se l’Italia aumentasse le spese militari come chiede la NATO, cosa rischierebbe il nostro sistema sanitario?
Le cifre in gioco sono molto concrete. Per l’Italia raggiungere il nuovo obiettivo NATO del 5% sul PIL in dieci anni vorrebbe dire aumentare la spesa militare di 40 miliardi di euro all’anno in più rispetto alla proiezione di costi con il livello attuale intorno al 2% [5].
Per capire la dimensione di questa cifra, i 40 miliardi annui aggiuntivi equivalgono al budget combinato di diversi ministeri: più di quanto l’Italia spende oggi per l’università e la ricerca, quasi quanto destina all’istruzione, o pari all’intero fondo sanitario nazionale di alcune regioni del Sud.
Con i target NATO che salgono verso il 3,5% o addirittura il 5% del PIL, il rischio di sottrarre risorse agli investimenti sociali cresce in modo significativo [6].
C’è una via d’uscita?
La comunità scientifica è chiara: la salute pubblica non può essere una voce residuale nel bilancio dello Stato. La sfida odierna è il potenziamento e la riqualificazione della sanità pubblica, in una visione sistemica del modello di salute e di cura, nel segno del rilancio dell’universalismo. La salute, come recita l’articolo 32 della Costituzione, è un “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” [3].
Per uscire dall’impasse, molte voci sollecitano la necessità di formulare un progetto politico che rimetta la salute e i servizi collettivi di welfare al centro del cambiamento sociale, creando consapevolezza e ricostruendo una narrazione alternativa che abbia la pace come obiettivo realistico e non utopistico. Medici, operatori sanitari e cittadini hanno il diritto (e la responsabilità) di partecipare attivamente a questo dibattito, portando i dati scientifici al centro delle scelte politiche.
Dottore, i medici si sono espressi pubblicamente su questo tema?
Sì, e in modo chiaro e unanime. Nel luglio 2025, gli Ordini dei Medici di sei paesi europei, tra cui l’Italia, hanno sottoscritto la “Carta di Roma: la Salute come investimento strategico”, promossa dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO). Il documento propone all’Unione Europea l’introduzione di una “clausola di resilienza sanitaria” che consenta agli Stati di destinare risorse aggiuntive alla salute senza violare i parametri di bilancio europei, riconoscendo la spesa sanitaria come un investimento strategico per il futuro e non come un costo da tagliare. La Carta ricorda anche che ogni euro di spesa sanitaria pubblica genera quasi due euro di valore economico prodotto, a dimostrazione che investire in salute significa investire nel benessere collettivo [7].
Nel marzo 2026, la stessa FNOMCeO ha approvato il Manifesto “Medici e Pace”, sottoscritto nell’ambito del convegno “Curare senza paura” a Perugia. Il documento afferma con chiarezza che i sistemi sanitari pubblici e universalistici sono “infrastrutture di pace”: rendono i diritti reali, quotidiani e condivisi, mentre la guerra ne rappresenta la negazione. I medici firmatari si impegnano a sostenere sistemi sanitari pubblici, solidali e universalistici, a tutelare i pazienti più fragili in ogni contesto e a rifiutare la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti [8].
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