Gli occhiali blu fanno dimagrire?

22 Gennaio 2019 di Il Pensiero Scientifico Editore

Tra le diete più fantasiose, a volte si sente parlare della cosiddetta dieta “da occhiali blu”. La teoria su cui si basa questa dieta è che la tonalità blu agisca come soppressore dell’appetito, perché pochi alimenti sono naturalmente di quel colore. I cibi blu, infatti, esistono, ma non sono tanti. Il colore blu dei mirtilli e quello del mais blu, oltre al viola scuro di uva, prugne e melanzane e a quello più rossastro del cavolo rosso o del radicchio, è dovuto a una classe di pigmenti detti antocianine, di cui in natura si trovano centinaia di varietà. Il blu lo ritroviamo anche nelle striature dei cosiddetti formaggi blu, come il gorgonzola o il Roquefort, ed è causato da muffe del genere Penicillium. Ma è più o meno tutto qui: in natura il blu e l’azzurro non sembrerebbero colori adatti al cibo [1]. Basterebbe, quindi, indossare un paio di speciali occhiali blu, sviluppati in Giappone e messi in vendita a un prezzo di circa dieci dollari, per farsi passare l’appetito e, quindi, dimagrire. I produttori hanno affermato, inoltre, che gli occhiali “calmano l’eccitazione del cervello” quando chi li indossa si trova di fronte a cibi ingrassanti [2].

Dottore, gli studi hanno dimostrato che fanno dimagrire?

È stata fatta una ricerca dal Dipartimento di Scienze alimentari dell’Università dell’Arkansas, coordinata da Han-Seok Seo, poi pubblicata sulla rivista scientifica francese Appetite. L’esperimento è stato condotto su 112 soggetti adulti, di cui 62 uomini e 50 donne, di età compresa tra i 18 e i 58 anni e tutti abituati a fare colazione regolarmente. Una volta suddivisi casualmente in tre gruppi, sono stati fatti accomodare il primo in una stanza a luce bianca, il secondo a luce gialla e il terzo a luce blu. I colori scelti non sono stati casuali: in precedenti ricerche, infatti, era emerso che il giallo e il blu fossero rispettivamente il colore più e meno stimolante per la consumazione di cibo, mentre il bianco è stato utilizzato come fattore neutro. Ai partecipanti, nelle condizioni di luce del gruppo di appartenenza, è stato chiesto di fare colazione nella quantità desiderata, avendo alle spalle 12 ore di digiuno. Il risultato è stato che l’illuminazione blu, rispetto a quella gialla e a quella bianca, ha causato una diminuzione dell’interesse per l’aspetto del cibo. La luce blu, però, non ha intaccato il desiderio di consumare il pasto né ha significativamente influenzato la percezione del sapore o la complessiva impressione sul cibo. Il secondo aspetto che è venuto fuori è che la luce blu ha provocato una diminuzione della quantità di cibo consumata negli uomini e non nelle donne. [3]. Han-Seok Seo ha spiegato il risultato dichiarando che negli uomini il cervello tende ad associare a colori insoliti per degli alimenti, come il blu, una sensazione di pericolo, limitando l’appetito. Le donne, invece, più sensibili, reagiscono maggiormente a stimoli di natura olfattiva, ignorando quelli visivi. [4].

Per seguire una dieta sana ed equilibrata, dunque, è necessario rivolgersi a un medico, piuttosto che seguire diete fai-da-te o trovate in rete. “La diffusione della diet industry, associata alla diffusione dell’obesità e all’ossessione per la magrezza, rendono ragione del diffondersi di mode culturali irragionevoli e pericolose. Un percorso alimentare deve essere sempre accompagnato da specialisti dell’alimentazione, soprattutto in giovane età”, afferma Laura Dalla Ragione, psichiatra e direttrice della rete regionale umbra per i disturbi del comportamento alimentare.

Dottore, il colore di un alimento può incidere sul gusto?

Sì, sono stati fatti degli studi per cui nel mangiare vengono stimolati tutti e cinque i sensi e non, come spesso si potrebbe pensare, solo il gusto. Charles Spence, psicologo sperimentale dell’Università di Oxford, ha studiato come anche i colori possono alterare il modo in cui percepiamo il cibo. Gli alimenti rossi, ad esempio, ci sembrano più dolci del 20% rispetto a quanto lo sono davvero, mentre quelli verdi ci sembrano più acidi. Questo effetto, sostiene Spence, potrebbe avere una spiegazione evolutiva: il nostro gusto si sarebbe adattato nel corso dei secoli, quando i nostri antenati impararono a evitare i frutti verdi, acerbi e dal brutto sapore, e ad aspettare che diventassero rossi e dolci per poterli mangiare. [1].

“L’aspetto del cibo è molto importante nella scelta e nella costruzione del gusto. La valenza culturale dell’alimentazione nell’essere umano è fortissima. Il cibo, infatti, non è buono o cattivo in assoluto, ma qualcuno ci ha insegnato a riconoscerlo come tale” afferma Dalla Ragione. “L’uomo sceglie sempre cosa mangiare anche attraverso il colore e la consistenza e attraverso tali percorsi il cibo si definisce come un elemento decisivo dell’identità umana e come uno dei più efficaci strumenti per comunicarla”. La psichiatra sottolinea anche che nell’esperienza umana i valori portanti del sistema alimentare non si definiscono in termini di naturalità, ma attraverso i processi culturali che prevedono l’addomesticamento, la trasformazione e la reinterpretazione della natura. “Il cibo è cultura quando si produce, poiché l’uomo non utilizza solo ciò che trova in natura (come fanno tutte le altre specie animali) ma ambisce a creare il proprio cibo, sovrapponendo l’attività di produzione a quella di predazione.”

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