Gli epatoprotettori proteggono il fegato?

23 ottobre 2018 di Il Pensiero Scientifico Editore

Il fegato è un organo importante, responsabile di una serie di funzioni, tutte preziose per il nostro organismo: dalla secrezione degli acidi biliari, necessaria per un’ottimale digestione dei grassi, alla degradazione dell’emoglobina e alla detossificazione da sostanze alimentari, additivi, farmaci e fitocomposti tossici per l’organismo. Inoltre questa ghiandola è la sede del metabolismo degli zuccheri semplici, degli aminoacidi e degli acidi grassi provenienti dagli alimenti a partire dei quali vengono sintetizzate le proteine nobili. Il fegato è anche responsabile della sintesi del colesterolo, essenziale per la vita delle cellule del corpo, e dei trigliceridi, che sono fonte di energia per le cellule. La protezione di quest’organo è quindi indispensabile.

Da cosa bisogna “proteggere” il fegato?

Il fegato va protetto da farmaci o da alimenti che ne danneggiano la struttura e le funzioni. Quindi la prima forma di protezione è quella, preventiva, di evitare quei composti potenzialmente dannosi. Diversi sono i farmaci ad azione epatossica – ad esempio troglitazone, bromfenac, rovafloxacina, ebrotidina, nimesulide, nefazodone, ximelagatran e pemoline – che negli anni sono stati ritirati dal commercio o sospesi in attesa di giudizio definitivo. È stato inoltre osservato che numerosi preparati di derivazione vegetale hanno un potenziale epatolesivo (kava kava, canfora, frutto dell’ackee, comfrey, copaltra, cicasina, foglie dell’ippocastano, valeriana, varie erbe cinesi). Un ampio studio dell’American Association for Study af Liver Diseases ha riscontrato un’associazione tra integratori (anche quelli a base di erbe) e il successivo sviluppo di problemi epatici: la componente responsabile della tossicità è sconosciuta o solo sospetta.  Per il fegato sono poi dannose le tossine fungine di molte amanite, le aflatossine (tossine prodotte da alcuni tipi di muffe), e numerosi prodotti tossici industriali quali il tetracloruro di carbonio, il cloruro di vinile e l’arsenico. E non da ultimo l’alcool.

Ci sono dei preparati che salvaguardano le cellule epatiche?

Data la complessità di questo organo risulta difficile sostenere con dei composti le funzioni specifiche degli epatociti, che sono così numerose e diverse. Ciononostante sono disponibili sia farmaci tradizionali sia preparati erboristici che vengono venduti e consigliati come epatoprotettori. Nel primo caso si tratta di polivitaminici che però sono in grado di “proteggere” soltanto l’eventuale carenza specifica, che non è correlabile a danno epatico. Nel secondo caso si tratta di preparati erboristici, tra cui la più nota è la silimarina contenuta nel cardo mariano (Silybum marianum) e in molte piante fra cui il l’antenato del carciofo (Cynara cardunculus). La silimarina è un insieme di molecole (flavolignani) concentrate nello strato proteico esterno del frutto. Il principale componente delle silimarina è la silibina che viene consigliata per il trattamento delle malattie degenerative del fegato, come la cirrosi, l’epatite e i disturbi epatici conseguenti all’abuso di alcool o farmaci. Un’azione terapeutica della silibina è stata osservata nei pazienti con epatite C che non rispondono alla terapia convenzionale con interferone e ribavirina.

In definitiva questi composti funzionano come epatoprotettori?

Fino a ora manca una documentazione convincente che sia realizzabile una protezione farmaco-indotta nei confronti delle cellule epatiche. Diversi studi hanno dimostrato, in vitro o nell’animale, da esperimento che alcuni fitofarmaci esercitano a livello cellulare delle azioni da cui potrebbe derivare un effetto protettivo per il fegato. Purtroppo però, considera Giorgio Dobrilla, primario gastroenterologo emerito dell’ospedale di Bolzano, “sono invece pochi gli studi clinici controllati che documentino una concreta utilità clinica dei composti esaminati nei pazienti con danno epatico provocato da virus, alcol e tossici in genere, compresi quelli dei funghi velenosi: si tratta per lo più di studi aleatori sotto il profilo metodologico, cioè controllati solo di nome ma non di fatto o, comunque, di lavori inconclusivi che gli stessi autori che ne dichiarano l’efficacia immancabilmente concludono con frasette del tipo: ‘I risultati sono incoraggianti e sembrano pertanto auspicabili ulteriori studi clinici controllati’.”

Non ci sono altre forme di protezione?

Un’altra strada percorribile è quella di proteggere la struttura anatomica dell’organo più che la funzione dell’epatocita. Si è tentato con farmaci che bloccano la fibrosi epatica, e cioè l’accumulo progressivo di fibre di collagene conseguente a lesioni infiammatorie croniche o ad altri danni ripetuti a carico dell’organo. La fibrosi risulta difficilmente regredibile con i medicinali, anche se qualche progresso è stato fatto in questa direzione: nell’animale alcuni farmaci si sono infatti dimostrati efficaci nel bloccare e anche nel far regredire la fibrosi. “Una protezione” spiega Dobrilla “dovrebbe probabilmente consistere in una soppressione della quota infiammatoria, un freno delle cosiddette cellule stellate e la degradazione del tessuto cicatriziale ormai stabilizzato. Ma si tratta di un futuro lontano.”

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