Il congelamento degli ovuli è una procedura che sostiene l’autonomia riproduttiva femminile, permettendo alle donne di scegliere quando diventare madri preservando la propria fertilità nel tempo. Ne parliamo in occasione della Giornata internazionale della donna, l’8 marzo, perché l’accesso equo a queste tecniche è tuttora una questione aperta.
Si può ricorrere al congelamento degli ovuli per ragioni mediche o, come accade sempre più spesso, per ragioni personali e lavorative, con il cosiddetto “social freezing”.
In Italia il ricorso a queste procedure è quasi decuplicato in dieci anni, ma l’accesso resta diseguale e divide le donne in base allo stato civile e al reddito; il dibattito politico, intanto, è ancora aperto [1].
Dottore, cosa significa congelare gli ovuli?
Il termine esatto per queste procedure è “crioconservazione degli ovociti”: permettere di conservare a temperature molto basse le cellule riproduttive prodotte dalle ovaie (gli ovociti o ovuli, appunto) o il tessuto ovarico per utilizzarli in futuro. La crioconservazione offre dunque la possibilità di posticipare la gravidanza, senza affrontare il rischio del calo della fertilità legato all’età o a malattie e trattamenti incompatibili con la riproduzione.
La procedura prevede il prelievo degli ovociti nel periodo di maggiore fertilità: le fonti recenti convergono sul fatto che i risultati migliori si osservano soprattutto sotto i 35 anni, mentre dopo i 35 la resa cala progressivamente [2].
Le finalità principali per cui si ricorre a questa tecnica sono due: la preservazione della fertilità per ragioni mediche e il cosiddetto “social freezing”, cioè la scelta di posticipare la gravidanza per motivi personali.
Può spiegarmi meglio questa differenza?
La crioconservazione degli ovociti o del tessuto ovarico per motivi medici, a carico del Servizio Sanitario Nazionale, è prevista in situazioni ben precise. Il caso più frequente riguarda le pazienti oncologiche: chemioterapia e radioterapia sono trattamenti potenzialmente in grado di danneggiare le ovaie (sono cioè gonadotossici) e ridurre la fertilità. Ciò potrebbe accadere soprattutto in presenza di tumori del seno, dell’apparato genitale o di alcuni linfomi e leucemie.
Le linee guida raccomandano che, dopo una diagnosi di tumore prima dei 40 anni, venga offerta una consulenza sulla protezione della fertilità, spiegando rischi e possibilità, inclusa la crioconservazione degli ovociti [3].
Al di fuori dei percorsi oncologici, la situazione è più complessa. Alcune condizioni cliniche – come l’endometriosi (ne abbiamo parlato anche nella scheda “Dottore ma è vero che se soffro di endometriosi non posso avere figli?”), la menopausa precoce, le malattie autoimmuni o la necessità di interventi chirurgici alle ovaie – possono ridurre la fertilità, ma l’accesso alla crioconservazione attraverso il SSN non è uniforme sul territorio nazionale [4, 5].
Cos’è invece il “social freezing”?
Questa opzione è rivolta alle donne che, in assenza di patologie e anche senza partner, desiderano rimandare la gravidanza per ragioni personali o lavorative. Il congelamento è in questo caso a scopo precauzionale: se effettuato in giovane età, consente di superare le eventuali difficoltà di concepimento che possono insorgere con il passare degli anni, permettendo così di scegliere il momento ritenuto più adatto per diventare madri [2].
La legge che attualmente regola la Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), la 40 del 2004, non menziona esplicitamente la crioconservazione di ovociti per finalità non mediche [6]. Il social freezing, dunque, non è appositamente disciplinato. Sono in discussione proposte di legge e richieste da parte della società civile e dei professionisti sanitari per includere il congelamento degli ovuli a scopo sociale tra i diritti garantiti a tutela della preservazione della fertilità [7].
Sul fronte regionale, la Puglia è stata la prima regione italiana a disciplinare il social freezing con una norma specifica, introducendo un contributo economico a sostegno delle donne che desiderano accedere alla crioconservazione degli ovociti per motivi non medici. La misura, prevista dall’articolo 40 della legge regionale n. 42 del 31 dicembre 2024, è rivolta alle donne residenti in Regione che soddisfano determinati requisiti anagrafici e di reddito [8]. L’iniziativa pugliese ha già stimolato l’interesse di altre Regioni italiane, a conferma di un dibattito in rapida evoluzione.
Dottore, come si effettua la crioconservazione degli ovociti?
Prima di prelevare le cellule riproduttive, occorre effettuare una stimolazione ovarica, cioè assumere farmaci ormonali affinché le ovaie facciano maturare più ovociti per ogni ciclo. Questi, poi, vengono prelevati con un intervento e, se idonei, congelati in contenitori di azoto liquido a quasi duecento gradi sottozero e possono essere conservati a lungo, senza una vera “scadenza biologica” definita: il successo dipende molto più dall’età della donna al momento del prelievo e dalla qualità degli ovociti al momento del congelamento che dalla semplice durata della conservazione.
Un’alternativa, senza stimolazione ormonale, è il congelamento del tessuto ovarico. Prevede due interventi: il prelievo in laparoscopia di piccole porzioni di ovaio e il successivo reinnesto. È però una procedura non disponibile ovunque, con indicazioni e risultati che vanno discussi caso per caso [4, 9].
Si tratta di tecniche pericolose?
La crioconservazione è una delle tecniche più utilizzate per preservare la fertilità ed è considerata sicura ed efficace.
La stimolazione ormonale potrebbe provocare effetti indesiderati, nella maggior parte dei casi lievi e transitori, le complicanze gravi sono rare. Vanno inoltre considerati l’impatto emotivo del percorso, che richiede tempo, organizzazione e spesso ripetute visite cliniche, e il rischio di coltivare aspettative non realistiche sui risultati, per questo è importante affrontare la scelta con il supporto di un medico specialista, che possa illustrare i rischi e i benefici in modo personalizzato [10, 11, 12].
Dottore, quanto è efficace la crioconservazione?
Riguardo ai risultati, come scrivevamo prima, è importante avere aspettative realistiche. Le probabilità di ottenere una gravidanza dipendono dall’età al momento del prelievo, dal numero di ovociti congelati e dalla qualità degli stessi.
Secondo i dati del registro nazionale della Procreazione Medicalmente Assistita, le percentuali di successo sono significativamente più alte quando la procedura viene effettuata prima dei 35 anni [10]. I dati di lungo periodo, come quelli raccolti su pazienti oncologiche seguite per 25 anni, confermano che la tecnica può portare a gravidanze e nascite con bambini in buona salute [11].
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