I bambini imparano a parlare tutti alla stessa età?

21 Febbraio 2024 di Maria Frega (Pensiero Scientifico Editore)

Nei primi due anni di vita di un bambino avvengono progressi quotidiani. Le prime parole, accompagnate da gesti eloquenti o balbettii, sono certamente una scoperta entusiasmante, sia per i bimbi sia per i genitori. Nonostante esistano tappe comuni nella crescita, ogni bambino è unico. Per questo, non occorre allarmarsi se si notano ritardi nell’espressione verbale, anche dopo i 24 mesi di età.

Un genitore, in alleanza con il pediatra, deve però sapere a cosa fare attenzione, se si sospettano problemi nell’apprendimento. E, soprattutto, può incoraggiare lo sviluppo del linguaggio con abitudini quotidiane sane, come la lettura e la conversazione (e senza tablet!).

Dottore, quando imparano a parlare i bambini?

Lo sviluppo linguistico interessa i primi due anni di vita, ma prosegue negli anni successivi. Si tratta di un periodo lungo e ricco di progressi, molto variabile fra bambino e bambino. Ogni percorso di crescita è unico, e le differenze non sono indicative di disturbi dello sviluppo.

In generale, si possono tracciare così le tappe dell’apprendimento del linguaggio. Fra i 3 e i 6 mesi, i bambini cominciano a balbettare, a formulare suoni che prima sono emessi per gioco e poi diventano ripetizioni, imitazioni di parole. Dai 6 ai 12 mesi, generalmente, i piccoli iniziano a rispondere quando sentono il proprio nome, sono capaci di dire “no”, e i suoni, ancora non definiti, sono associati a emozioni.

Dai 12 ai 24 mesi le risposte si fanno più articolate, anche perché aumenta l’attenzione ai discorsi e alle domande degli adulti. Si definiscono, inoltre, i gesti e le intonazioni per esprimere informazioni. Quasi tutti i piccoli, entro i due anni, hanno ormai imparato a dire “mamma” e “papà” e pronunciano frasi semplici composte da due o tre parole. Le parole conosciute e utilizzate dal bambino sono, a questo punto, circa cento [1].

Quando si può parlare di ritardo dello sviluppo del linguaggio?

All’età di tre anni è già chiaro se il bambino sta seguendo un percorso tipico, o se è un “parlatore tardivo”, o ancora se soffre di un eventuale disturbo del linguaggio [2]. I “parlatori tardivi” sono bambini che a due anni non parlano, o non si esprimono con la stessa chiarezza dei coetanei. Nonostante questo ritardo nella partenza, tra i tre e i quattro anni sono capaci di recuperare.

Nel frattempo, però, è raccomandabile approfondire, insieme al pediatra e, se necessario, avvalendosi dei servizi specialistici. Lo scopo dell’indagine è escludere cause diverse e più importanti e, quando occorre, intervenire tempestivamente, prima cioè dell’ingresso nella scuola materna.

Il linguaggio, infatti, non è soltanto una necessità comunicativa, ma coinvolge diverse funzioni cognitive e fisiologiche: l’attenzione, la memoria, le dinamiche relazionali, la salute dell’udito e dell’apparato fono-articolatorio. Il disturbo del linguaggio, invece, rientra tra i disturbi del neurosviluppo e va valutato sotto più ambiti (sensoriale, motorio, affettivo), che coinvolgono la crescita e il contesto socio-ambientale di riferimento [3].

Un genitore, da solo, può notare che qualcosa non va?

Una serie di segnali possono essere monitorati quotidianamente, fin da quando il piccolo ancora non si esprime a parole. Occorre allora fare attenzione alla reazione del bambino ai divieti, ai “no”; la sua difficoltà a seguire comandi semplici o a rispondere con i gesti (come indicare, scuotere la testa per annuire o rifiutare) [4].

Le difficoltà, i ritardi nel parlare sono causati anche dal contesto familiare?

Lo scambio comunicativo fra genitori e figli, gli stimoli all’apprendimento, le attenzioni sono fondamentali in quei primi 24 mesi di crescita. La ricca ricerca clinica sullo sviluppo del linguaggio ha sempre considerato più criteri: il genere, l’ambiente multilinguistico, il contesto socioeconomico.

Negli ultimi anni, lo scenario di ricerca è diventato più complesso: si sa molto di più sui disturbi specifici dell’apprendimento (come la dislessia) e si considerano anche fattori clinici come l’essere nati prematuri. A Harvard, da qualche tempo, si stanno effettuando studi che considerano questo quadro più ampio, utilizzando tecnologie innovative come l’analisi dei big data e l’intelligenza artificiale [5].

Dall’analisi dei ricercatori, che hanno catturato i balbettii e le prime parole di circa mille bambini in famiglie parlanti 43 lingue diverse, si è riscontrato che più del genere, del plurilinguismo e del gradi di istruzione in famiglia, contano l’età, la prematurità, i disturbi dell’apprendimento e la qualità e la quantità della comunicazione fra i piccoli e gli adulti. In generale, questo filone di ricerca conferma che le abilità linguistiche sono variabili da bambino e bambino e incoraggiano l’interazione con i genitori [6].

Dottore, come possiamo migliorare la comunicazione con i nostri bambini?

Lo sviluppo del linguaggio si può incoraggiare. Come ripetono spesso i pediatri: un bambino non impara da solo a parlare! Si può, per esempio, fare ricorso a canzoni e filastrocche: il ritmo, la musica aiutano a memorizzare e ripetere le parole. Resta sempre fondamentale leggere insieme i libri adatti alla età dei bambini, facendoli partecipare alla storia e alla lettura [4]. Nella comunicazione genitore-bambino, occorrono attenzione e tempo: si parla lentamente, mantenendo il contatto visivo e aspettando l’interazione, le risposte [7].

Un tablet o lo smartphone possono aiutare a sviluppare il linguaggio?

No, al contrario: crescere con favole recitate da una app o con videogiochi molto stimolanti può interferire con l’apprendimento, con la capacità di ascolto, ma anche disturbare il sonno, la vista, alterare le emozioni. Il tema è ormai ampiamente studiato e dai risultati sono state elaborate linee guida.

L’American Academy of Pediatrics suggerisce di non ricorrere ai dispositivi digitali prima dei due anni di età, nemmeno per tenere tranquilli i piccoli durante le attività sociali della famiglia. Dai due anni, i pediatri americani consigliano inoltre di limitare l’esposizione ai media a meno di un’ora al giorno e sempre in presenza di un adulto [8].

In accordo con queste raccomandazioni è la Società Italiana di Pediatria che spiega che “il bambino di età inferiore ai tre anni può apprendere nuove parole attraverso video solo se è presente un genitore che aggiunge altre informazioni durante lo svolgimento delle varie sequenze” [9].

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Autore Maria Frega (Pensiero Scientifico Editore)

Maria Frega è sociologa, specializzata in comunicazione, e scrittrice. Si occupa di scienza, innovazione e sostenibilità per un'agenzia di stampa e altri media. Sugli stessi temi cura contenuti per testi scolastici e organizza eventi di divulgazione con associazioni ed enti pubblici. È inoltre editor di saggistica e tiene corsi di scrittura anche nelle scuole e in carcere. I suoi ultimi libri sono Prossimi umani e Filosofia per i prossimi umani, con Francesco De Filippo per Giunti Editore.
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